I costumi tipici siciliani del gruppo folkloristico Gergent

i costumi femminili del gruppo folkloristico gergent

Il termine tradizione, dal latino traditiònem (deriv. da tràdere = consegnare, trasmettere) può assumere diverse accezioni: nel nostro caso la utilizzeremo come sinonimo di consuetudine, intendendo con questo termine, la trasmissione nel tempo, all’interno di un gruppo umano, della memoria di eventi sociali o storici, delle usanze, dei riti, della mitologia, delle credenze religiose, dei costumi, delle superstizioni e leggende.

Le tradizioni popolari o folkloristiche sono in questo senso una consuetudine, le danze, i canti, i proverbi, gli antichi mestieri che attraverso le tradizioni di un popolo si mantengono in vita e che il Gruppo Folklorico Gergent con la sua attività costante, in campo nazionale e internazionale, porta avanti da circa ventisei anni.

i costumi maschili del gruppo folkloristico gergentLo studio, quale ricerca “storica” inerente ai balli, ai canti, ai costumi e agli utensili utilizzati, non è mai mancato al presidente Claudio Criscenzo prima, e al figlio Luca dopo, che con non grande passione per l’arte e la cultura in generale, l’hanno sempre portato avanti, facendone anzi un punto di forza e di peculiarità del gruppo Agrigentino.

Dell’innumerevole patrimonio di costumi tipici siciliani, purtroppo oggi non resta molto, essendo oramai quasi del tutto spariti; tuttavia, qualche traccia la si può ritrovare nei paesi dell’entroterra siciliana dove ancora oggi usi e tradizioni sono più radicati, e con essi alcuni costumi tradizionali sia maschili che femminili.

Tutto quello che oggi sappiamo sui costumi lo dobbiamo al grande maestro delle tradizioni popolari siciliane Giuseppe Pitrè, che nel corso dei suoi anni raccolse e poi riunì in un museo etnografico da lui fondato nel 1909, diviso in 20 sezioni, documentazioni sugli usi e sui costumi del popolo siciliano, insieme alle credenze, ai miti, alle tradizioni di Sicilia (la casa, filatura e tessitura, arredi e corredi, i costumi, le ceramiche, l’arte dei pastori, caccia e pesca, agricoltura e pastorizia, arti e mestieri, e così via).

In Sicilia i costumi tradizionali antichi erano piuttosto semplici, variegati e in alcuni casi anche ricchi. L’abbigliamento tradizionale della donna e dell’uomo siciliano erano dunque composti da diversi capi realizzati con diverse fogge e fatture, e spesso e volentieri anche i colori variavano; gli abiti dei giorni quotidiani inoltre erano distinti da quelli della festa.

I costumi a cui il gruppo Gergent rimanda sono un rifacimento pressoché verosimile degli abiti dei popolani e delle popolane dell’ottocento siciliano.

Il costume femminile è composto: da una gonna lunga di broccato blu, rossa, gialla o da gonne nere orlate con pizzo sangallo; da un grembiule di cotone bianco o a fiori, oppure di lino a seconda dell’uso; dai mutandoni in cotone bianco, che coprono le gambe sino alle ginocchia, arricchiti da pizzo san gallo e da un nastrino rosso all’estremità; da calze di lana o di cotone (a seconda della stagione); da scarpe di pelle nera con punta leggermente arrotondata e da una fibbietta sul collo del piede.

La parte superiore è composta da un gilet nero di velluto orlato da una passamaneria a fiori per decorare e rifinire il corpetto, stretto e allacciato da un filo di coda di topo lucida di raso rosso; la camicia bianca fornita di pizzo san gallo nel girocollo e nei polsini con un nastrino rosso intrecciato ad esso.

Il capo è acconciato da alcuni spilloni e fiori che servono a rendere più prezioso il “tuppu”, ciò deriva da un’antica usanza di raccogliere i capelli delle donne per facilitarne il lavoro e altresì per essere più sistemate e non avere la necessità di lavare i capelli, data la scarsa possibilità di un tempo. Il capo è inoltre talvolta coperto da un “fazzulettu”, a seconda delle occasioni, di lavoro o di festa.

Il fazzulettu talvolta poteva essere di pizzo nero o bianco o di cotone. Durante le processioni, infatti, le donne solevano abbinare ai propri capi di tutti i giorni un pezzo più raffinato, che veniva per l’appunto dedicato alle grandi occasioni, questo poteva essere di pizzo bianco o nero.

Il vestito viene completato da una mantellina di lana, generalmente nera e lavorata a mano, che veniva indossata per qualsiasi evenienza. Infatti sempre il Pitrè ci riporta che lo scialle era un capo universale, che andava bene per ogni ora del giorno e della notte e per ogni stagione e veniva indossato dalle donne siciliane per andare al mercato oppure in città, a sbrigare le commissioni per la casa. Il manto aveva anche in un certo senso una funzione sociale. A Messina, chiamavano il manto ‘orate frates’ perché all’occorrenza consentiva alle ragazze di scoprirsi per mettere in evidenza il collo e il seno.

In altri luoghi dell’Isola invece, la mantella aveva il compito di distinguere le donne di buona famiglia da quelle appartenenti ai ceti meno abbienti e dunque possederlo era un vanto, ma anche una ricchezza per una donna dell’epoca.

L’abito maschile rimanda anch’esso a quello tipico dei popolani dell’ottocento ed è costituito: da camicia bianca di cotone; gilet a coste di velluto nero con bottoni neri e una fibbietta nella parte posteriore; da un fazzoletto rosso posto sul collo o sul capo, se utilizzato durante la raccolta dell’uva o la mietitura del grano, per far sì che tutto il sudore venisse trattenuto e asciugato dallo stesso; ed infine dai pantaloni sempre a coste di velluto nero, detti in siciliano “causi” lunghi fino alle ginocchia con delle aperture ai lati e stretti da un bottone, senza apertura davanti bensì sui fianchi, ai quali viene poi abbinata una fascia di lana in vita di colore rossa o gialla che funge da ‘panzera’.

Le scarpe sono basse nere a punta rotonda mentre i calzettoni sono o di cotone o di lana bianca. L’abito può talvolta essere completato da una “coppula” nera di velluto oppure da una giacca di velluto a coste nera, in occasioni di festa.

Il Pitrè ancora una volta è essenziale per la nostra ricerca sui costumi e per quanto concerne l’abito maschile si apprende che innanzitutto anche gli abiti che venivano indossati dagli uomini si potevano dividere in abiti per le attività quotidiane e per le occasioni speciali.

Una prima differenza si ha invariabilmente con il passaggio da un ceto all’altro.

L’abito era più semplice tanto più basso era il rango sociale difatti, quello più semplice era dei pastori. I contadini si vestivano invece con dei pratici ‘causi’, ai quali veniva poi abbinata una cintura in vita che solitamente era una fascia in tessuto; in essa infatti il contadino poteva riporre alcuni piccoli attrezzi per la pausa, come i coltellini che servivano a creare “i friscaletti”, i piccoli strumenti a fiato del folclore musicale, oppure il pranzo. In seguito, con il passare delle epoche, i calzoni si allungarono, le giacche si accomodarono al corpo e stoffa e colore iniziarono ad essere associati all’appartenenza sociale.

Nata ad Agrigento il 10 ottobre 1991. Ha frequentato il Liceo scientifico E. Majorana di Agrigento; ha conseguito la Laurea triennale in Lettere moderne presso Università degli studi di Palermo; sta conseguendo la laurea magistrale in Filologia moderna ed Italianistica presso Università degli studi di Palermo. Componente dell’Associazione Culturale Gergent dal 2001, promoter della pagina Facebook ed Instagram del gruppo folkloristico Gergent di Agrigento.

La Danza Pagana: un senso di catarsi

All’aurora all’aurora tamburi in lontananza
E si fa’ festa con la danza, con la danza.
E c’e’ un ritmo che ci prende che ci fa’ cantare
e’ africana e’ africana viene dal ma…re.
E a meridiana a meridiana la musica e’ vicina
La radio va’ la radio suona, africana.
Madre mia madre ribelle,
Come e’ forte questa danza
Come brucia questo sole sulla pelle,
Luna mia luna pagana che ci fai danzare
Candelora candelora vieni dal mare.
Africana, suona suona
E’ dal mare che nasce l’anima pagana
E’ la musica che ci chiama e’ africana e’ africana,
Africana, danza danza, onda onda l’anima pagana
Avanza avanza, aria e aria, ora e ora, e africana.
E’ quando e’ notte, e’ quando e’ notte
Oh madre quando e’ notte,
La musica si fa’ piu’ forte quando e’ notte.
O madre mia madre d’argilla
Stanotte quante stelle,
E il vento soffia sulla pelle iappa da peppe
E c’e’ un ritmo che ci prende non ci fa’ dormire
E’ africana e’ africana viene dal mare.
Africana, suona suona e’ dal mare che nasce l’anima pagana
E’ la musica che ci chiama e africana e africana, africana, danza danza,
Onda onda l’anima pagana avanza avanza, aria e aria, ora e ora, e africana e africana

Danza Pagana, Mia Martini

 

In questa magnifica canzone di Mia Martini vengono racchiuse le caratteristiche della danza pagana.

 

Ci sono gli elementi della natura, il mare, la luna, la notte, il vento che accompagnano con la musica la danza.

 

Si tratta di una danza che ha avuto nel passato, e nelle diverse fasi storiche, diversi significati, ma sicuramente una danza il cui scopo principale è di catarsi e libertà.

Se pensiamo, ad esempio, alla tarantella (taranta nel territorio pugliese) è evidente il rimando alla catarsi intesa come guarigione dal morso della taranta (considerata il simbolo dei mali).

Nel Paganesimo le danze accompagnavano quasi sempre le pratiche e i riti. Un esempio ancora oggi presente nel Mediterraneo, nello specifico nell’Arcipelago della Grecia, è il Panegiri (greco antico: πανήγυρις “raduno”). Si tratta di un’assemblea generale, nazionale o religiosa dell’antica Grecia. Nel passato ognuno era al culto di un dio particolare.

Ancora oggi in Grecia vengono celebrati questi balli, in cui la gente si riunisce e si balla fino a notte fonda, in un ritmo crescente. Alcuni ritengono che la danza sia legata (in molte zone della Grecia) al dio Dioniso (in greco attico: Διόνυσος; in greco omerico: Διώνυσος; in greco eolico: Ζόννυσσος o Ζόννυσος, dio dell’estasi, del vino, dell’ebbrezza e della liberazione dei sensi).

Di fatto chi ha partecipato parla di atmosfera dionisiaca, in cui musica e ritmo crescente (ma anche il vino) creano una condizione di “alterazione” dalla realtà e di “catarsi”.

Che sia vero o meno, di fatto non si può negare il senso di leggerezza e di libertà che si crea nel ballare in gruppo al suon di musica.

Mi chiamo Maria Sorce, ma tutti mi chiamano Maryjo, sono una psicologa italiana e psicoterapeuta in formazione. Da poco emigrata in Germania, svolgo attività libero-professionale a Monaco di Baviera e mi occupo principalmente di Italiani emigrati all’estero. Il mio motto? “Praticate gentilezza a casaccio, e atti di bellezza privi di senso”.

Lupulù: Il ballo dei pastori

gruppo folkloristico gergent che balla il lupulùI pastori, in Sicilia, sono stati sempre oggetto di un’innumerevole serie di raffigurazioni simboliche; coinvolti nella maggior parte dei casi come protagonisti di vicende mitologiche e leggendarie.

 

Con Teocrito, poeta della scuola alessandrina (310-250 a.C.), originario di Siracusa, nacque, com’è noto, il genere poetico-bucolico.

 

Nei suoi Idilli, epigrammi e carmi, rappresentò i pastori, i bovari e i mandriani della sua patria, la Sicilia.

In realtà il genere bucolico, vantava un’origine ben più antica, in quanto già il poeta Stesicoro, tre secoli prima, aveva narrato in un canto corale la storia del mitico Dafni.

Questi, pastore siciliano, figlio di Ermes e di una ninfa, nato in un bosco di alloro e allevato dalle Muse, istruito nel suono della zampogna dal dio Pan, si guadagnò coi canti bucolici e con la sua bellezza il cuore delle ninfe e delle altre divinità agresti, ma per non aver tenuto fede all’amore giurato alla ninfa Naide, fu poi accecato dagli dèi.

Non trovando più conforto nel suono e nella poesia, Dafni si uccise gettandosi da una rupe; il padre Ermes lo accolse in cielo e da allora fu venerato come divinità dei pastori.

Lo stesso Polifemo, il più celebre dei Ciclopi, figlio di Poseidone e della ninfa Toosa, appare essere un pastore: egli dimora infatti in una caverna nell’isola dei Ciclopi (la Sicilia), in cui alleva i suoi armenti.

Anche lo stratagemma escogitato da Ulisse per uscire dalla spelonca della quale il ciclope sorveglia l’ingresso, ostruito da un enorme macigno, volge a proprio vantaggio l’attività pastorale di Polifemo: presi, senza far rumore, i più grossi montoni e legatili con vimini, tre per tre, l’eroe fa aggrappare alle lane del ventre di quello di mezzo ciascuno dei suoi compagni e i Greci possono così salvarsi uscendo al mattino nascosti sotto le pance villose degli arieti.

Fu però a partire da Teocrito che si gettarono le basi di un vero e proprio modello poetico, da cui poi si alimenteranno nel corso dei secoli i titoli pastorali nobilitati nelle diverse espressioni d’arte (letteratura, pittura, musica), ad incominciare da Virgilio con le Bucoliche.

L’opera del Siracusano, al di la dell’indubbia valenza letteraria, ci consente di scoprire uno “sguardo etnografico” dell’opera.

 

E così, dai testi poetici ecco riemergere, il livello più arcaico della condizione di vita pastorale siciliana, dunque, il paesaggio naturale delle origini e, assieme ad esso, forme di cultura materiale ed immateriale, incredibilmente e sostanzialmente replicate, da padre in figlio, nei secoli, integre ed eguali a se stesse fino ai giorni nostri.

Un patrimonio culturale di assoluto interesse, dunque, quello pastorale siciliano, che è sia di natura tangibile ma anche di natura intangibile.

Più specificamente, si tratta, di un repertorio oggettuale, funzionale e legato ai bisogni quotidiani della pratica pastorale.

A dare ulteriore credibilità a questa tesi, le tracce di antica memoria rituale e cerimoniale, che è possibile scorgere, più in particolare, nei manufatti lignei (bastoni, collari, cucchiai, etc) e negli aerofoni pastorali (flauti, ance e zampogne).

Questo ricco strumentario, rimanda per affinità stilistiche e performative alle antiche culture del Mediterraneo, a quella cicladica, minoica e micenea, e naturalmente alla “dominante greca”.

Sul tema delle leggende, si può far riferimento alle innumerevoli credenze sulle trovature, o tesori nascosti, oltremodo diffusi nel folklore siciliano, la cui origine e pressoché unicamente pastorale.

Per quanto attiene infine gli eventi rituali, basterà qui menzionare le sacre rappresentazioni legate al tema della Natività, in cui i pastori giocano un ruolo fondamentale, l’annunciazione alle genti della venuta del Salvatore.

Secondo quanto apprendiamo dalla raccolta “Usi e costumi” di Giuseppe Pitrè, l’indumento più semplice, in assoluto, era quello dei pastori, indossato durante la pioggia o in caso di cattivo tempo, quando erano intenti a guardare i greggi.

Ci dice sempre G. Pitrè, che era composto da una giubba “giubbini” e dai calzoni “vrachi” formati con pelli di capra. Di pelle d’animale erano poi rivestiti anche i piedi, da questo dipende il nome delle calzature: scarpe di pilu.

Composte da un pezzo di cuoio ripiegato in punta e fermato da piccole corregge al collo del piede, rimanendo scoperto il dorso.

Questa forma di calzature era molto adoperata sia dai pastori che dai contadini.

Affascinato da questo antico mondo, l’allora presidente Claudio Criscenzo ideò una danza che ritraesse appunto quell’affascinante e remota atmosfera, quanto presente e mai tramontata realtà agreste.

Il “Lupulù” o “Jolla di picurara” è infatti, un’antichissima danza di pecorai, originaria delle campagne, tra Favara e Racalmuto, che grazie alla ricerca e allo studio, egli seppe recuperare e fare propria. Il ballo chiamato anche “ballo dei bastoni”, vuole rappresentare l’ancestrale mondo del territorio agrigentino, legato alle antiche tradizioni agresti e sopravvissuto fino alla metà del ‘900.

Attraverso le svariate figure coreografiche viene raccontata la figura dei pastori e soprattutto la loro forza e possanza fisica.

 

Quando la musica inizia ad assumere il movimento di una tarantella molto lenta, il ballerino/pastore chiama a raccolta gli altri pastori/ballerini, iniziando così ad eseguire insieme al bastone, elemento fondamentale del ballo, una serie di scene che, attraverso le predominante figura del cerchio, raccontano con maestria il “Lupulù”, quale espressione viva e tangibile di un mondo che speriamo non tramonti mai.

 

Questo antico ballo veniva svolto dai pecorai per propiziarsi il volere degli dei, affinché il lavoro fosse redditizio e non troppo faticoso.

Ad un certo punto, il suono del tamburo insieme a quello del friscaletto, della chitarra e della fisarmonica, lasciano spazio al ritmo incessante e martellante del bastone che, prima lentamente e poi sempre più veloce, diventa il vero protagonista sulla scena.

Irrompono l’impeto e il vigore dell’uomo “pastore” che, per ottenere il predominio sull’altro, inizia a litigare, attaccando e difendendosi dal suo omonimo con l’ausilio del bastone.

Inizia così una personale lotta con ciascuno dei pecorai, soltanto alla fine dei duelli, verrà riconosciuto il potere ad uno solo che prenderà così il sopravvento ristabilendo l’ordine generale tra i suoi compagni.

La danza è, se vogliamo, atipica rispetto ad altre della tradizione agrigentina, giacché viene eseguita dai soli ballerini e non dalle donne, che difatti non sono mai presenti sulla scena.

 

Come si evince dal nome del ballo o ancora dall’uso spropositato che se ne fa, elemento predominante è sicuramente il bastone, che viene mostrato con fierezza dai ballerini/pecorai, i quali con mimica grottesca e pesanti movenze lo utilizzano per divertirsi e litigare tra di loro nelle ore di riposo.

Ricordiamo infine che per il pastore, il bastone “u vastuni” era, ed è tutt’ora: compagno, arma di difesa e attrezzo da lavoro.

Nata ad Agrigento il 10 ottobre 1991. Ha frequentato il Liceo scientifico E. Majorana di Agrigento; ha conseguito la Laurea triennale in Lettere moderne presso Università degli studi di Palermo; sta conseguendo la laurea magistrale in Filologia moderna ed Italianistica presso Università degli studi di Palermo. Componente dell’Associazione Culturale Gergent dal 2001, promoter della pagina Facebook ed Instagram del gruppo folkloristico Gergent di Agrigento.

Le Tradizioni Popolari Ed Il Mondo Giovanile

gruppo folkloristico ospite del festival i bambini del mondo

gruppo folkloristico gergent davanti il tempio della concordiaLa Sicilia terra d’amuri e di speranza disperata, di travagghiu.

Ricca con i suoi colori, i suoi profumi ingenti di atavica  bellezza: il pane cunzatu; i purcciddati freschi che profumano di arancia; i mastazzola che sanno del vino primitivo della prima annata; i filari di nero d’avola scuro come il sangue che scorre dentro alle vene, fuoco che arde; gli ulivi e la loro maestosità, possanza che sovrasta l’anima; le distese bionde di grano che riflettono al firmamento.

 

E poi, lui: il mare. Una distesa infinita di blu cobalto che intreccia il suo raccontarsi a quello del sole che lo sovrasta e lo riscalda perpetuamente, non conoscendo fine questo immenso calore.

 

Terra di tradizioni sacre e profane, e di uno allegro folklore annunziatore alle genti: «l’unione dei popoli è vicina , l’incontro dei cuori stranieri sotto ai piedi magnificenti della concordia è prossimo».

 

Agrigento e la sua inconciliabile anima: Uno, nessuno, centomila, desideri, speranze, sognante tristezza di essere e apparire.

 

Ma proprio l’ inconciliabilità dell’essere la rendono unica, luogo privilegiato alle moltitudini di genti: greci, romani, arabi, normanni, Akragas e poi Agrigentum e ancora Girgenti e poi Agrigento.

 

Quotidianamente siamo sopraffatti dal caos movimentato di notizie che freneticamente ci soggiungono da ogni angolo della terra, siamo sempre stanchi e desiderosi di un desiderio già tramontato; dimenticando quali sono i veri valori della vita, quali i principi fondanti e portanti della nostra esistenza.

 

gruppo folkloristico gergent davanti il tempio della concordiaSembra proprio che le tradizioni popolari, di lontano e suggestivo splendore, abbiano lasciato questa terra, l’abbiano privata del suo capo lasciandola in balìa del progresso, arrampicatore sociale e manovratore delle menti umane.

Soprattutto il mondo giovanile, primo alleato dei social network, di internet, conosce realmente le risposte ad alcune domande?

Il perché alcune tradizioni e usanze, vengano portate avanti da anni e di anno in anno?

Ecco allora uno dei motivi chiave, che hanno condotto il presidente del gruppo folkloristico Gergent, Claudio Criscenzo, a maturare l’idea che anche i più giovani, anzi soprattutto loro, dovevano caricarsi sulle spalle il peso prezioso delle arti, dei riti, dei mestieri, degli usi e dei costumi del popolo siciliano e nella fattispecie agrigentino, facendolo proprio e quale primo insegnamento da trasmettere alle successive generazioni.

Nel 2001, con la dedizione e la caparbietà che lo contraddistinguevano, insieme al sostegno giovane e appassionato del figlio Luca; Criscenzo, creò una seconda unità all’interno dell’associazione culturale, ovvero quella giovanile; formata da bambini di diversa età, compresa tra i 5 e i 15 anni.

La sezione giovanile vuole essere una vera e propria fucina di folklore e di tradizioni popolari per i bambini e gli adolescenti: futuro del dì venturo. La parola folklore, deriva dal riuscito accostamento di due termini inglesi: “folk”, che significa popolo, e “lore” che invece indica il sapere, il complesso di tradizioni o di notizie, di credenze che fanno parte del patrimonio culturale di una data nazione.

Per diffondere e mantenere vive le tradizioni, è bene inculcarle, prima di tutto, nei cuori delle menti più giovani, affinché queste rivivano nei secoli avvenire.

gruppo folkloristico gergentSenza i bambini e senza i giovani dall’altra parte non avremo modo di pensare e di sperare in un domani migliore e pregno della nostra primitiva, ancestrale, cultura popolare.

Il folklore è l’anima pulsante di un popolo, che attraverso le sue manifestazioni sacre e profane, i suoi riti e le sue feste, sa ripercorrere la storia e coglierla nella sua fervida vitalità.

Noi siamo parte integrante di un tutto che c’è stato trasmesso e che abbiamo ereditato, noi gente umile (dal lat. humĭlis, der. di humus ‘terra’) che ha fatto e fa della terra il pane quotidiano, siamo portati a vivere certe tradizioni, poiché parte essenziale di quel patrimonio etico, morale, culturale ricevuto dai nostri avi: tesoro di vita che deve essere tutelato e trasmesso ai posteri.

E chi meglio dei bambini può essere la fonte da cui attingere nuova linfa vitale, i bambini di ogni grado e ordine di grandezza che sanno guardare alla bellezza con gli occhi di chi ancora sa sognare e sperare.

Approcciarsi a questo mondo così lontano e “tradizionale” sta diventando sempre più difficoltoso e problematico.

Oggi si tende ad avere ed a cercare altro, piuttosto che approcciarsi al sapere di una vecchia canzone popolare, di un ballo o di una festa tradizionale.

La sezione giovanile del gruppo folklorico Gergent, vuole appunto trasmettere questi valori; con tutti i sacrifici, gli impegni, le fatiche che ne derivano.

Fare del gruppo unione e solidarietà, amicizia e fratellanza, laboratorio attivo di folklore, dove solo la passione, la semplicità, l’umiltà, il sapere popolare prendano il sopravvento.

Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Austria, Calabria, Spagna e Grecia sono solamente alcune delle mete visitate in questi anni ed in cui la sezione giovanile ha sempre dato prova di ottima competenza, lasciando impresse nei cuori della gente, l’allegria del folklore agrigentino.

I giovani le nuove menti del futuro, i nani sulle spalle dei giganti, che vestendosi delle antiche tradizioni instaurano un connubio perfetto tra passato e futuro.

La consapevolezza della loro potenzialità, a salvaguarda di un patrimonio immateriale quale le tradizioni popolari, portarono l’allora presidente del gruppo Gergent, Claudio Criscenzo, con la coadiuvazione di Giovanni Di Maida, oggi presidente onorario della manifestazione, all’ideazione di un festival internazionale di bambini nella sua amata Agrigento, dando così ancor più spazio alle nuove leve.

Il “festival internazionale i bambini del mondo” giunto oramai alla sua 18^ edizione, coniuga perfettamente il folklore con la promozione umana e sociale, ponendosi quale obiettivo la promozione dei valori della pace e della fratellanza.

La manifestazione che è solita aprire la festa del mandorlo in fiore, nel corso delle varie manifestazioni ha ottenuto e raggiunto unanimi consensi, divenendo a tutti gli effetti parte integrante e fondante della kermesse agrigentina.

Dopo il riconoscimento dell’Unicef che l’ha nominata «Ambasciatrice di pace nel mondo», ha anche conseguito, per la seconda volta consecutiva, quello dell’Unesco, in particolare della commissione nazionale italiana.

Insigne riconoscimento dunque al festival che oggi vanta di essere unico per fascino e bravura dei gruppi partecipanti provenienti da ogni angolo della terra. Quest’anno il festival internazionale, promosso dall’Aifa, dall’ente parco Valle dei Templi, dal comune di Agrigento e patrocinato da Unesco e Unicef , accoglierà ben otto gruppi internazionali, provenienti dalla Calmucchia, dalla Costarica, dall’India, dal Kazakistan, dalla Lituania, dalla Russia e dalla Slovacchia.

La manifestazione prenderà il via il 2 Marzo e si concluderà il 7 Marzo.

Credere fortemente nelle proprie tradizioni, nei valori del folklore, portarle avanti, significa credere nel passato, interpretare adeguatamente il presente, costruire prudentemente il futuro.

Troppo spesso dimentichiamo la grande eredità che abbiamo ricevuto e la grande responsabilità di trasmetterla ai posteri.

Alla bellezza non c’è e non ci sarà mai fine, dobbiamo solamente imparare a riscoprirla ed a riviverla; dall’altra parte: «Al cor gentil rempaira sempre amore».

Nata ad Agrigento il 10 ottobre 1991. Ha frequentato il Liceo scientifico E. Majorana di Agrigento; ha conseguito la Laurea triennale in Lettere moderne presso Università degli studi di Palermo; sta conseguendo la laurea magistrale in Filologia moderna ed Italianistica presso Università degli studi di Palermo. Componente dell’Associazione Culturale Gergent dal 2001, promoter della pagina Facebook ed Instagram del gruppo folkloristico Gergent di Agrigento.

Il fondatore: Claudio Criscenzo

il fondatore claudio criscenzo

claudio criscenzo conferenza stampaClaudio Criscenzo, classe 1952, fu promotore e cultore della tradizione siciliana e in particolare di quella agrigentina, prematuramente scomparso nel gennaio del 2011, fu ideatore e organizzatore del festival “I Bambini del mondo”, manifestazione che da 18 anni a questa parte precede l’inizio della Festa del Mandorlo in Fiore ad Agrigento.

Claudio Criscenzo fu un volto noto in città grazie alla perdurante attività nel campo artistico, in generale, e folklorico in particolare, iniziata sin dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso.

 

La sua carriera artistica ebbe inizio all’età di 16 anni, esordendo come ballerino nel gruppo folklorico “Val d’Akragas” con il quale partecipò alla Festa del Mandorlo in Fiore del 1969, vincendo il Tempio d’oro.

 

Inoltre sempre con il Val d’Akragas effettuò diverse tournée in Europa.

 

Il suo amore per l’arte in generale lo condussero anche per altre strade, difatti nel 1973 recitò come attore protagonista con la compagnia “R. POLITI” la commedia “Liolà”, che fu riproposta in numerose repliche. Successivamente, nel 1976, entrò a far parte del gruppo folklorico “Valle dei Templi”, del quale dopo poco tempo divenne coreografo.

claudio criscenzo in costume tradizionale sicilianoCon il gruppo “Valle dei Templi” partecipò a numerosi festival internazionali, quali quelli di Aviano, Tarcento, Trento, S.Pellegrino, Bergamo, Friburgo (Svizzera), Malta, Billingham (Inghilterra), Frankfurt (Germania).

La passione per il ballo e l’impegno costante in campo artistico culturale lo indussero ad intraprendere sempre nuove esperienze; così alla fine degli anni ’70 entrò a far parte della compagnia del Prof. P. Flora, come ballerino, cantante e coreografo nella commedia musicale “Nela e Sahabin” partecipando a numerose tournée e prime nazionali.

Partecipò altresì alle trasmissioni televisive “Domenica in” e “Permette cavallo” con Renato Rascel.

Con la stessa compagnia effettuò degli spettacoli in Tunisia e Polonia.

Nel 1985 venne chiamato a dirigere artisticamente il gruppo folklorico “Città di Favara” con il quale prese parte a degli spettacoli nella ex Jugoslavia, ed a numerose tournée, tra le quali si ricordano quelle in Extremadura (Spagna), Avignone (Francia), Aviano.

Con lo stesso gruppo partecipò a diverse edizioni della Festa del Mandorlo in Fiore.

Criscenzo, inoltre, intorno alla fine degli anni ottanta partecipò come coreografo ad una tournée in Canada con il gruppo “I cumpari ragunisi”.

Sempre nelle vesti di coreografo collaborò con altri gruppi siciliani, ed in particolare con quello di Alcamo, di Godrano e con il “Gazzarra” di Caltavuturo (Palermo) del quale curò l’aspetto artistico e nello specifico coreografico.

Sempre negli anni ottanta, Claudio Criscenzo, divenne un associato dell’Unione Folklorica italiana: struttura costituita ufficialmente nel febbraio 1984 da undici Gruppi italiani di lontana tradizione folklorica con l’intento e il desiderio di valorizzare e mantenere le tradizioni popolari nel campo della musica, del canto, dei costumi e della danza, presentando la ricchezza incommensurabile delle varie regioni italiane. Grande amante della vita e delle tradizioni popolari, Claudio Criscenzo, vi aderì senza remora, divenendone dirigente nazionale.

 

Nel 1989 assunse la carica di direttore artistico del gruppo “La Vallata” con il quale partecipò nel 1990 al Festival di Ozdere (Turchia) e nel 1991 al festival di Pitesti (Romania), riscuotendo grande successo di pubblico. Sempre nel 1989, organizzò, curandone la direzione artistica, la Sagra dell’uva italia di Canicattì (Agrigento).

Nel Marzo del 1990, nelle vesti di dirigente nazionale dell’UFI organizzò ad Agrigento il Congresso Nazionale UFI ed un convegno dal tema: “Tradizioni popolari, evoluzione senza frontiere”.

Dopo vari anni di impegno personale in eventi culturali, manifestazioni e vari progetti, finalmente nel 1992 venne fondata da Criscenzo “l’Associazione Culturale Gergent”, attualmente guidata dal figlio Luca, in qualità di presidente e coreografo, e consigliere nazionale UFI.

 

Con il gruppo folklorico “Gergent” Claudio Criscenzo partecipò nelle vesti di direttore artistico e presidente a numerosi festival internazionali: Marconia (Basilicata), Mosca (Russia), Nuova Rhuda (Polonia), Gjion (Spagna), Izmir (Turchia), Evros (Grecia), Udine (Friuli), Pontelandolfo (Campania), Katowice (Polonia), San Luis Potosi (Messico), Castrovillari (Calabria), Santarem (Portogallo), Suessen (Germania), Lublin (Polonia), Macerata (Italia), Sardegna (Italia), Sharm El-Sheik (Egitto), Udine-Pordenone-Aviano-Lignano sabbia d’oro-Trieste (Italia), Klagenfurt (Austria), Hammamet (Tunisia), Syzran (Russia), San Francisco (California).

Grazie ad una grandissima passione per la musica popolare Criscenzo ideò ed organizzò molte manifestazioni culturali e musicali. Nel 1993 fondò il gruppo di musica popolare “Siciliaecantus”.

claudio criscenzo che suona la chitarraNel 1994, ricevette la regia degli spettacoli interni alla Festa del mandorlo in fiore, organizzando,  con l’incarico di direttore artistico la I^ “Rassegna della musica popolare”.

Sempre nel 1994 partecipò come musicista alla “Borsa Internazionale del turismo” (Milano) e, come ospite, con il proprio gruppo musicale “Siciliaecantus” alla trasmissione televisiva di CANALE 5 “Ciao Italia”.

Claudio Criscenzo, uomo di grandissimo spessore e di eclettica levatura, nello stesso anno organizzò la “Mostra dello strumento musicale popolare” ed un convegno dal tema “Lo strumento musicale popolare- metodi di studio e di ricerca”.

Nell’ottobre del 1995 organizzò in veste di direttore artistico la IIa “Rassegna di musica popolare”.

Nel 1997 fondò il gruppo “ANTARES Latino” curandone la produzione e la direzione artistica e l’immagine nonché le tournée estive in tutto il meridione d’Italia fino al 2002.

Dal 1997 iniziò altresì ad occuparsi dell’immagine di gruppi e musicisti della realtà siciliana dedicandosi alla loro promozione. Nello stesso anno collaborò alla realizzazione della manifestazione “Scuola, Musica e….Dintorni” con Mogol e Lavezzi.

Nel 2000 organizzò diverse manifestazioni di grande valenza culturale come “Poesia & Musica” e “Mostra dell’Ambiente Sottomarino”.

Per circa 15 anni inoltre, Claudio Criscenzo collaborò alla realizzazione della rassegna dello strumento musicale popolare di Licata.

Fortemente appassionato, iniziò a collezionare diversi strumenti popolari; così nella sua collezione personale si contano oggi più di 400 strumenti musicali popolari provenienti da tutte le parti del mondo.

Attraverso detta collezione venne realizzata la  “Mostra dello strumento musicale popolare”, ancora oggi itinerante  in tutto il territorio regionale siciliano. Il fascino incondizionato per la musica, lo spinsero così a produrre due lavori discografici dai titoli: “Siciliaecantus” e “‘Nndonia – Canti e Musiche di Sicilia”.

Le varie esperienze in ambito folklorico lo portarono, nel 2001, ad intraprendere un percorso dedicato ai bambini, ampliando in questo modo l’associazione culturale Gergent, con la sezione giovanile compresa tra i 5 e 15 anni.

Criscenzo capì, dunque, giocando in anticipo, che i bambini erano non solo il patrimonio culturale del futuro che bisognava tutelare, ma allo stesso tempo, scrigno perfetto in cui conservare le tradizioni del nostro passato.

Nacque in tal modo, insieme all’amico Giovanni Di Maida, oggi presidente onorario della manifestazione, l’idea di creare un festival internazionale di folklore giovanile, inserito all’interno della kermesse agrigentina del mandorlo in fiore; con al centro appunto i bambini, perfetti testimoni e messaggeri di pace e fratellanza nel modo.

Un festival che potesse quindi coniugare il folklore con la promozione umana e sociale, per la difesa dei diritti dei minori.

Oggi, il festival internazionale “I bambini del mondo”, giunto alla sua diciottesima edizione, ha ottenuto, dopo quello dell’Unicef che li ha nominati «Ambasciatori di pace nel mondo», il riconoscimento dell’Unesco.

La prematura scomparsa di Claudio Criscenzo, il papà dei bambini del mondo, ha indubbiamente lasciato un peso che non è di poco conto; la sua partecipazione attiva in città, il suo amore per la cultura popolare, la musica e il folklore lasciano in noi un grande vuoto ma allo stesso tempo un grande insegnamento: bisogna vivere la vita e tutte le sue amabili sfaccettature con passione e determinazione.

Nata ad Agrigento il 10 ottobre 1991. Ha frequentato il Liceo scientifico E. Majorana di Agrigento; ha conseguito la Laurea triennale in Lettere moderne presso Università degli studi di Palermo; sta conseguendo la laurea magistrale in Filologia moderna ed Italianistica presso Università degli studi di Palermo. Componente dell’Associazione Culturale Gergent dal 2001, promoter della pagina Facebook ed Instagram del gruppo folkloristico Gergent di Agrigento.

Storia del gruppo folkloristico Gergent

gruppo folkloristico agrigentino gergent

Il gruppo folkloristico Gergent nasce ad Agrigento nel 1992 per un’idea di Claudio Criscenzo, grande cultore e promotore della tradizione culturale siciliana.

 

foto di gruppo gergentL’Associazione culturale “Gergent” vuole far rivivere ed allo stesso tempo divulgare, soprattutto alle generazioni future, il patrimonio inestimabile della tradizione popolare siciliana ed agrigentina in particolare.

Il gruppo è formato da circa 100 elementi, diviso in due sezioni: bambini e adulti, che attraverso balli, canti e coreografie inscenano la sognante tristezza, nonché la gioia di vivere di cantare e ballare del popolo agrigentino.

 

I canti e le musiche nascono da una attenta ed approfondita ricerca, essi infatti rappresentano i momenti particolari della giornata del contadino, del carrettiere, del pescatore in momenti di lavoro, di gioco, di scherno, d’amore.

 

Tra le coreografie ricordiamo in particolare la mietitura: un canto di lavoro dedito a far rivivere l’antico mestiere della raccolta e mietitura delle spighe di frumento effettuata dagli uomini con le falci ed i forconi di legno per separare la pula dal grano, e dalle donne che si occupavano di separare il frumento con i “crivi” (in italiano setacci).

 

Il contadino siciliano che spesso viveva in condizioni di miseria e di duro lavoro, non disprezzava mai quello che faceva, l’amore per la terra non veniva mai meno e con sacrificio e impegno costante essa rifioriva ad ogni stagione.

 

Accanto alla mietitura, il gruppo folkloristico Gergent è solito mettere in scena altre coreografie quali: la Vinnigna, il Piscaturi, il Canto dell’alba, per citarne solamente alcune.

Tutte le coreografie e i balli, curati da Luca Criscenzo, conservano un elemento comune, rappresentano infatti i tipici mestieri di un tempo oramai remoto, nonchè le preghiere e le esortazioni con le quali i lavoratori iniziavano la giornata.

Ciò si ritrova ad esempio nel “Canto dell’alba” che veniva effettuato dai contadini al primo levar del sole per augurarsi un buon raccolto: “focu ca vinci lu scuru e porta alla luci svigliannu la vita chistu è u miraculu ca fa u Signuri già spunta l’alba”.

Con la Vinnigna si inscena la vendemmia, effettuata dagli uomini ma anche dalle donne che con le loro ceste di canna palustre, i tipici “panara”, raccolgono l’uva precedentemente recisa dagli uomini.

Particolarità di questa coreografia è l’allegria, sentimento che scaturiva nei vendemmiatori con cui erano soliti effettuare e soprattutto concludere questo lavoro, che veniva spesso suggellato da una danza finale tra uomini e donne.

La vinnigna, infatti, diventava un luogo di incontro e un’occasione di gioviale convivialità che portava uomini e donne a riscoprire e incontrare l’amore:

E arrivata la vinnigna,
la staciuni di l’amuri,
mentri cogghiemu la vigna,
ntà u me cori nasci un ciuri […] (testo proposto dal gruppo Gergent per la coreografia della “Vinnigna”).

Oltre alle tipiche rappresentazioni sceniche del mondo rurale siciliano e in particolare agrigentino, il gruppo è solito allietare gli spettatori con i balli tipici della tradizione popolare, come ad esempio: la “Tarantella”, danza tipica presente nella tradizione di tutto il meridione d’Italia, famosa per il brio e l’allegria che riesce a trasmettere; la “Matroccola” danza eseguita con uno strumento idiofono detto crotalo, in siciliano “matroccola”, da cui prende nome il ballo e che si ispira alla festa di San Calogero di Agrigento dove i portatori con grandi fazzoletti legati alla testa dimostrano, tra il sacro ed il profano, la loro devozione al Santo nero; il “Fazzulettu” danza che descrive un’antica leggenda siciliana, nella quale si narra che i giovani del tempo per indurre le ragazze al matrimonio toglievano loro i fazzoletti dalle teste e se le fanciulle erano consenzienti rimanevano col capo scoperto, altrimenti si facevano dare il fazzoletto da una donna sposata; il “Tamburello” danza particolarmente ritmata che esalta questo particolare strumento, utilizzato durante il ballo dalle donne e dagli uomini, il cui suono, secondo Al-Farabi, fondatore e teorico della cultura musicale araba, segue nella scala dei valori la cadenza della musica ed il battito delle mani, mentre precede quello del tamburo; il “Lupulù” o “Jolla di picurara” antichissima danza di pecorai, originaria delle campagne tra Favara e Racalmuto.

 

In questo ballo l’elemento predominante è il bastone mostrato con fierezza dai pecorai che con mimica grottesca e pesanti movenze giocano con il bastone, che per loro è compagno, arma di difesa e attrezzo da lavoro; la “Controdanza” ballo tipico, su passo cadenzato di origine francese che veniva effettuato durante il carnevale, le feste di paese e principalmente nelle feste nuziali.

 

E’ in particolare, una danza comandata dove i partecipanti eseguono delle figurazioni.

 

bambini ballo tradizionale gergentMolte le presenze del gruppo agrigentino alla Sagra del Mandorlo in Fiore, che ha sempre accolto e sostenuto come grande evento di visibilità e non solo per la propria attività folklorica.

 

Da diciotto anni, inoltre, il gruppo Gergent ne è anche parte attiva in veste di organizzatore, insieme all’AIFA, dell’oramai consolidato festival di apertura alla Sagra del mandorlo: il “Festival internazionale i bambini del mondo”, giunto quest’anno alla sua diciottesima edizione.

 

Il gruppo folkloristico Gergent inoltre ha partecipato ad importanti manifestazioni e festival internazionali, dando sempre prova di grandi qualità interpretative e riscuotendo ovunque unanimi consensi di critica e pubblico, ponendosi di diritto quale messaggero della tradizione popolare siciliana e agrigentina nel modo. Per citarne alcune: Marconia (Basilicata), Mosca (Russia), Nuova Rhuda (Polonia), Gjion (Spagna), Izmir (Turchia), Evros (Grecia), Udine (Friuli), Pontelandolfo (Campania), Katowice (Polonia), San Luis Potosi (Messico), Castrovillari (Calabria), Santarem (Portogallo), Suessen (Germania), Lublin (Polonia), Macerata (Italia), Sardegna (Italia), Sharm El-Sheik (Egitto), Udine-Pordenone-Aviano-Lignano sabbia d’oro-Trieste (Italia), Klagenfurt (Austria), Hammamet (Tunisia), Syzran (Russia), San Francisco (California) Purwakarta (Indonesia), Faro (Portogallo), Kullu Manali (India), ecc..

Tante, quindi, le esperienze all’estero del gruppo agrigentino; in proposito è bello ricordarne qualcuna insieme al Presidente e coreografo del gruppo Luca Criscenzo.

 

Ciao Luca quale tra le ultime tournée all’estero del gruppo Gergent ti è rimasta particolarmente impressa nel cuore e nella mente?

Tra le tante gite all’estero sicuramente una tra le più affascinanti e avventurose è stata quella in India. La nostra partecipazione al festival internazionale “Kullu Dussehra”, che si è svolto dall’11 al 17 ottobre 2016, rientra sicuramente tra le esperienze più belle vissute negli ultimi anni con il gruppo Gergent.

Kullu Manali, un piccolo paesino rurale nella regione dell’Himachal Pradesh nell’altopiano dell’Himalaya, ci ha stupito per le sue particolari usanze e non solo, la comunità locale ci ha riservato un’accoglienza unica e inaspettata.

La gente ha preso parte volentieri alle nostre esibizioni, regalandoci non poche emozioni.

Hanno apprezzato le musiche ma anche le danze tipiche della nostra tradizione siciliana ed in particolare agrigentina, peculiari, come si sa, per l’allegria e la vivacità che sanno trasmettere.

Non sono poi mancati i momenti di svago, come le diverse visite ai templi induisti, buddhisti, la passeggiata al parco naturale, la partecipazione alla festa religiosa correlata al festival e anche alla breve ma intensa escursione nella capitale, Nuova Delhi.

È stata un’esperienza fantastica, che ci ha arricchiti molto non solo al livello artistico.

Dopo l’esperienza del gruppo in Indonesia nel 2015, aver ancora una volta preso parte come gruppo agrigentino, ad un importante festival in Asia, ci rende orgogliosi dell’attività che svolgiamo e portiamo avanti con passione e dedizione.

Nata ad Agrigento il 10 ottobre 1991. Ha frequentato il Liceo scientifico E. Majorana di Agrigento; ha conseguito la Laurea triennale in Lettere moderne presso Università degli studi di Palermo; sta conseguendo la laurea magistrale in Filologia moderna ed Italianistica presso Università degli studi di Palermo. Componente dell’Associazione Culturale Gergent dal 2001, promoter della pagina Facebook ed Instagram del gruppo folkloristico Gergent di Agrigento.

La danza: arte e vitalità

ballerini al mandorlo in fiore agrigento

danza al mandorlo in fiore agrigentoDanzare a suono di musica, senza musica, soli o in gruppo.

La danza accompagna l’uomo in tutto l’arco della sua vita.

Basti pensare al famoso gioco/danza “giro giro tondo”, o più recentemente i video virali sul canale Youtube di bambini che danzano al suono di famose canzoni.

La danza ci “attiva”, ci dà “energia”; comporta l’attivazione di tutta una serie di muscoli e di funzioni corporee vitali, la respirazione, la coordinazione muscolare, etc. La danza ci “rende vivi”.

Martha Graham, celebre danzatrice e coreografa statunitense del XX secolo, definì la danza come “il linguaggio nascosto dell’anima”; scrive della danza:
“Credo che la ragione per cui la danza ha mantenuto intatta la propria eterna magia sia che essa è il simbolo della vita”

Persino in questo istante, mentre scrivo, il tempo sta trasformando l’oggi in ieri, in passato.

Col tempo le scoperte scientifiche più brillanti saranno riviste e superate, e ne emergeranno di nuove. L’arte, invece, è eterna, perché rivela il paesaggio interiore, l’animo umano.” (Memorie di sangue, Martha Graham)

La danza ha origini molto antiche ed ha rivestito diverse funzioni (danze religiose, danze guerriere, danze profane). La si ritrova nella mitologia e in affreschi di ogni epoca.

Nell’opera dell’Iliade, Omero, nel descrivere lo scudo di Achille, rende noto la presenza di giovani uomini e fanciulle che danzano in cerchio.

Si è ballato, e si continua a farlo, in tutto il modo, in ogni nazione, e spesso la danza ha caratterizzato anche l’identità di un popolo.

Basti pensare ad esempio all’Haka, la danza tipica del popolo MᾹORI, l’etnia originaria del popolo della Nuova Zelanda. Lo studioso Alan Armstrong, nel suo libro Games and Haka, la descrive come una complessa danza, espressione della passione, del vigore e dell’identità della razza, un messaggio dell’anima.

In un interessante articolo “La musica e la danza come terapia”, uscito nel 2015 nella Rivista della Società Italiana di Psiconeuroindocrinoimmunologia, il Professore S. Colazzo e il Professore F. Bottacciolo, trattano del ruolo della danza (e della musica) “che cura”.

La danza, come forma di arte, entra a pieno titolo all’interno delle Arti Terapie ed è stata, ed è tuttora, utilizzata per due scopi principali: la modulazione delle emozioni e il consolidamento del senso di comunità.

Si può ricordare l’esempio della “Pizzica” o “Taranta” salentina, una danza popolare ballata un tempo, e tutt’ora in alcune zone del Salento.

Questa danza è legata al rito del tarantismo: le donne morse dalla taranta, che si trovavano in uno stato di alterazione della coscienza (trance), venivano accompagnate, al suon di musica con la presenza di una vera e propria piccola orchestra, in un processo di “purificazione” dal male attraverso il ballo.

La danza coinvolge il corpo e la psiche dell’individuo.

“La danza è un’esperienza sociale, anche quando è a due. Per ballare con un’altra persona occorre aprirsi verso l’altro”.

L’ascolto del suo ritmo, la sincronizzazione del tuo corpo su quello dell’altro, il contatto sensoriale, inducono modificazioni cerebrali che ancora non conosciamo bene per la difficoltà tecnica di registrazione del cervello che danza, ma che sono intuibili e che da studi parziali emergono con chiarezza.” (S. Colazzo, F. Bottacciolo, 2015).

E’ evidente la complessità del ruolo della danza nella vita dell’individuo, la sua funzione sociale, che crea e consolida l’identità e che mette in comunicazione diverse individualità.

Voglio concludere con una frase di Vicki Baum, scrittrice, sceneggiatrice e giornalista austriaca naturalizzata statunitense: “Ci sono delle scorciatoie per la felicità, e la danza è una di queste.”

 

Bibliografia
“Maori Games and Haka: Instructions, Words and Actions”, Alan Armstrong, Reed, 2005.
“Memoria di sangue”, Martha Graham, Garzanti, 1992.
Omero, Iliade, XVIII.
Rivista della Società Italiana di Psiconeuroindocrinoimmunologia, n.2 anno 2015 pneireview.

Mi chiamo Maria Sorce, ma tutti mi chiamano Maryjo, sono una psicologa italiana e psicoterapeuta in formazione. Da poco emigrata in Germania, svolgo attività libero-professionale a Monaco di Baviera e mi occupo principalmente di Italiani emigrati all’estero. Il mio motto? “Praticate gentilezza a casaccio, e atti di bellezza privi di senso”.

La Tarantella: Origini della Danza Tipica Siciliana

Ritmi accattivanti e solari, tamburelli, costumi dai colori vivaci e sorrisi: la tarantella è la danza-simbolo del Sud Italia.

Le sue origini attraversano la storia della nostra cultura, a cominciare dalle nostre origini greco-romane, con Gneo Nevio, che scrisse la “Tarentilla”, una commedia latina di ispirazione greca, che ha come protagonista una bella ragazza di Taranto, città che, all’epoca era conosciuta come Tarentum.

Il nome “tarantella” deriva da “taranta”, termine che indicava la tarantola o Lycosa tarentula, un ragno velenoso. Per i nostri avi, danzavano la taranta coloro che erano stati morsi da un ragno.

Si danzava nelle feste pubbliche pagane, e poi, con l’avvento del medioevo, il ritmo frenetico della danza venne giustificato come pratica di guarigione, una sorta di esorcismo per scacciare i demoni, rappresentati simbolicamente dal veleno del ragno.

La tarantella rappresenta una parte importante della cultura contadina, arcaica ed è ostinatamente legata alle favole e ai riti della terra e degli astri.

Con il passare del tempo, la tarantella, lentamente, si modifica tramandandosi oralmente di generazione in generazione, e si evolve nella sua funzione ora di ballo collettivo o di coppia, ora di processione nelle feste rituali, ora di ritmo e di forma musicale e poetica di serenate portate alla finestra dell’innamorata.

È questo il nucleo vitale della musica popolare, che riproduce, con l’urto viscerale del ritmo e della percussione, l’esplosione dei sensi e dei sentimenti.

La danza della tarantella racconta un meridione ricco di valori e di storia, lontano dai clamori delle corti, capace di stimolare in ogni individuo un forte senso di appartenenza.

Bisognerà attendere i grandi coreografi di fine Ottocento per vedere sul palcoscenico di un teatro la danza della tarantella, che, nell’immaginario collettivo, è, per antonomasia, un’esclusiva napoletana.

Questo luogo comune nasce dai grandi balletti classici, dai Ballets Russes di Serge Diaghilev, come il Lago dei Cigni e lo Schiaccianoci di Tchaikovsky o la Boutique Fantastica di Rossini, nei quali compare sempre una tarantella, una danza che rende onore all’Italia, considerata , in questi balletti, come terra mitologica e lontana, luogo di gioie e spensieratezza, come appare nell’Infiorata a Genzano, un balletto creato dal coreografo danese August Bournonville , ispirato dall’omonima manifestazione popolare, sulla scia dell’entusiasmo dei danesi per tutto quello che riguardava l’Italia.

Nel XIX sec. la tarantella è divenuta uno degli emblemi più noti del Regno delle Due Sicilie ed il suo nome ha sostituito i nomi di balli diversi preesistenti di varie zone dell’Italia meridionale, diventando così la danza italiana più nota all’estero.

La diffusione di moda del termine spiega il fatto che oggi varie tipologie di balli popolari e musiche da ballo recano il nome di “tarantella”.

Ancora oggi la tarantella rimane un incontaminato tesoro poetico ed espressivo, e lega insieme le espressioni di regioni diverse dell’Italia.

 

Insegnante di danza presso la Scuola di Danza “Imera” ad Agrigento e diplomata presso la Royal Academy of Dance. La sua frase preferita è “Danzare è Vivere”.