La mostra dello strumento popolare

L’amore per la musica e per l’arte in generale portarono il noto agrigentino Claudio Criscenzo, a creare una vera e propria mostra di strumenti popolari provenienti da tutto il mondo.

 

Nel 1994 con la prima rassegna di musica popolare, inserita all’interno della kermesse del mandorlo in fiore, ebbe il merito di portare alla ribalta la sua collezione privata formata da circa 400 strumenti di varia natura (membranofoni, aerofoni, idiofoni, cordofoni e a percussione).

 

collezione di strumenti popolari claudio criscenzo 1Gli innumerevoli viaggi all’estero, la ricerca puntigliosa e puntuale con la quale Claudio Criscenzo amava approcciarsi alla cultura popolare e all’arte in generale, fecero nascere in lui la voglia di trasmettere al vasto pubblico, la collezione di strumenti popolari, che gelosamente nei vari anni aveva raccolto e custodito, prefiggendosi lo scopo di diffondere alle nuove generazioni, ad adulti e bambini, il ricchissimo patrimonio etnico, musicale e culturale; in altre parole l’amore per la musica popolare siciliana e non solo.

Le varie mostre organizzate in tutto il territorio regionale siciliano, oltre all’esposizione visiva degli strumenti, prevedono spiegazioni e dimostrazioni apposite da parte di esperti musicisti, con l’intento di far appassionare l’uditore e promuovere la conoscenza tecnica e non solo di alcuni degli strumenti esposti.

È inoltre installata una postazione multimediale, accessibile a tutti i visitatori, permettendo in questo modo, agli astanti di viaggiare con la mente e con il cuore nel mondo affascinante dei suoni differenti, ma allo stesso tempo accomunati dalla sintonia ritmica della cultura musicale.

collezione di strumenti popolari claudio criscenzo 2Dopo la scomparsa del fondatore Claudio Criscenzo, la mostra da lui ideata viene con amore e dedizione, nonostante le tante incombenze, portata avanti magistralmente dal figlio Luca, con la collaborazione di alcuni musicisti professionisti dell’associazione culturale Gergent.

Di recente, è stata la scuola ‘G. Guarino’ e il Liceo ‘M.L.King’ di Favara che ha accolto con grande entusiasmo la mostra, riscontrando tra i ragazzi enorme fervore.

Una mostra preziosa e unica nel suo genere, composta da innumerevoli strumenti provenienti da ogni angolo della terra, che suonati hanno permesso di far sintonizzare la mente e il cuore dei ragazzi con quelli dei popoli di tutto il mondo.

La musica, che i presenti hanno avuto modo di ascoltare, anche se differente, ha alla base la stessa atavica bellezza e bisogno primitivo di collegarsi al primo “sentire” dell’uomo.

Dall’altra parte, la lingua, come la musica e la cultura non conoscono confini; anzi sono proprio questi ad essere frantumati e trasformati in sentimenti univoci e unilaterali.

collezione di strumenti popolari claudio criscenzo 3Pertanto poco importa, se gli strumenti in questione siano di origine europea piuttosto che africana o asiatica, tutti suonano e intonano la stessa melodia, ovvero quella della musica popolare, etnica, folk.

La mostra oltre a vantare con orgoglio la “collezione Criscenzo” conserva in principio questo scopo; far avvicinare il più possibile, le nuove generazioni e non solo, alla cultura musicale popolare, portatrice della linfa vitale necessaria per i suoni e le melodie del nostro futuro. La musica col suo linguaggio universale, ha la capacità di unire le anime all’unisono, perché la musica con la sua genuina potenza è in grado, più di ogni altra forma espressiva, di superare ogni limite imposto dalle società odierne collegandosi al mondo dei riti e dei canti popolari, prendendo le distanze da ogni genere di consumismo e ideologia di mercato, principale causa di distruzione delle primordiali tradizioni.

Come ha scritto Angelo Vita “Psicopedagogista e docente di storia e filosofia”

mentre Luca ed Angelo erano intenti a farci conoscere con suoni e parole gli strumenti provenienti da ogni parte del mondo, ci hanno permesso di guardare oltre, di ascoltare altro, di trasferirci altrove… in quel mondo in cui la vita è ancora scandita dai suoni tribali fatti di ritmo, di passione e di tanta voglia di vivere la vita nel rispetto assoluto delle a/ritmie che segnano l’esistenza di ciò che solo noi siamo ogni qualvolta lo percepiamo.

Nata ad Agrigento il 10 ottobre 1991. Ha frequentato il Liceo scientifico E. Majorana di Agrigento; ha conseguito la Laurea triennale in Lettere moderne presso Università degli studi di Palermo; sta conseguendo la laurea magistrale in Filologia moderna ed Italianistica presso Università degli studi di Palermo. Componente dell’Associazione Culturale Gergent dal 2001, promoter della pagina Facebook ed Instagram del gruppo folkloristico Gergent di Agrigento.

AT+, La Band Agrigentina Si Racconta

alcool test positivo foto di gruppoGli AT+ nascono nel 2015 come una cover band di Agrigento, ma dopo poco tempo iniziano a produrre pezzi inediti, grazie alle capacità musicali dei componenti della band e alle ispirazioni del cantante nello scrivere i testi.

 

Il nome AT+ significa “Alcool Test Positivo” ed è anche il titolo del loro primo pezzo; seguono subito dopo “Mezzaluna” e “Genti di culura”, di quest’ultimo brano realizzano un videoclip girato da Claudio Zagarini, regista noto per avere diretto video con cantanti come Paola Turci e Rovazzi.

 

Nel 2017 compongono il brano “Vero Affare” che conta 662 mila visualizzazioni. Poco dopo si esibiscono alla fiera “Sherbeth” di Palermo, riscuotendo grande successo.

 

Gli At+ hanno realizzato una prima demo e diversi video che sono presenti sul canale YouTube.

 

La band è formata da sette componenti: Alessandro Vita (voce), Martina Caldara (voce), Gero Parla (chitarra), Carmelo Moscato (batteria), Christian Versaci (basso), Antonio Lo Presti (tastiera), Angelo Pullara (percussioni e strumenti vai).

alcool test positivo foto di gruppo live

Abbiamo chiesto agli AT+ di rispondere alle nostre domande e di svelarci qualcosa in più della loro band.

 

La prima domanda ve l’avranno fatta in tanti, ma i nostri lettori sono sicuramente curiosi di sapere perché avete scelto il nome AT+, cioè “alcool test positivo”, per la vostra band.

il nome prende spunto dal fatto che siamo sempre positivi e ottimisti e la nostra musica porta tanta allegria come se fossimo sempre all’oktoberfest!

 

Com’è nata la band?

la band nasce dalla voglia di fare musica e dalla continua pressione del batterista ( Carmelo Moscato) nel realizzare una band non solo fatta di musicisti ma soprattutto da amici!

 

Com’è nata la collaborazione con il regista Claudio Zagarini che ha curato la regia del vostro brano “Genti di culura”?

Zagarini c’è stato presentato da un nostro amico, il quale avendo sentito il pezzo ed essendone rimasto entusiasta ha fatto si che lo ascoltasse anche Claudio Zagarini. Da lì, la voglia da ambo le parti di realizzare un video che esprimesse bene il significato della canzone.

 

Come definite il vostro stile musicale? Scegliete due aggettivi per descriverlo.

il nostro genere può essere definito un folk-pop. Le musiche hanno sempre qualcosa di contemporaneo legate ad una grossa fetta di sonorità mediterranea!

 

È chiaro che l’essere siciliani influenza molto la vostra musica. Cosa, in particolare, vi ispira della Sicilia?

della Sicilia ci ispira tutto, dal mare alla montagna ma anche la storia di questa terra ci travolge tantissimo e ci da sempre spunti sul quale scrivere un pezzo.

 

Quali sono le tematiche che più vi stanno a cuore e che avete trattato o intendete trattare nei vostri brani?

Come gruppo siamo molto sensibili a moltissime problematiche sia siciliane che non. Il pezzo Genti di culura parla di immigrazione, ” Caminannu parla di guerre. Fra l’altro abbiamo già composto, ma siamo in attesa di registrarle; “jechie” che tocca il tema dell’omosessualità e uno ancora più arduo il cui titolo é “Mafia”.

 

Vi siete esibiti alla fiera “Sherbeth” di Palermo, riscuotendo successo. Che ne pensate, invece, di un’esibizione per il Mandorlo in Fiore?

Sarebbe meraviglioso potersi esibire per la festa del mandorlo per Noi che prendiamo spunto , in gran parte dalle tradizioni popolari. Fra l’altro penso che tutti i gruppi che contengono nella loro musica sonorità nostrane rivolte alle nuove generazioni dovrebbero farne parte!

 

Un’ultima domanda. Quali sono i vostri prossimi progetti musicali?
I prossimi progetti musicali sono top secret ma voglio anticiparvi che stiamo lavorando per due videoclip e le sorprese saranno tante!

Denise Inguanta gestisce il blog “Lettera D”. Il mondo della comunicazione è il suo regno: infatti, oltre ad essere una copywriter, è conduttrice televisiva e radiofonica e redattrice in diverse testate giornalistiche.

La danza: arte e vitalità

ballerini al mandorlo in fiore agrigento

danza al mandorlo in fiore agrigentoDanzare a suono di musica, senza musica, soli o in gruppo.

La danza accompagna l’uomo in tutto l’arco della sua vita.

Basti pensare al famoso gioco/danza “giro giro tondo”, o più recentemente i video virali sul canale Youtube di bambini che danzano al suono di famose canzoni.

La danza ci “attiva”, ci dà “energia”; comporta l’attivazione di tutta una serie di muscoli e di funzioni corporee vitali, la respirazione, la coordinazione muscolare, etc. La danza ci “rende vivi”.

Martha Graham, celebre danzatrice e coreografa statunitense del XX secolo, definì la danza come “il linguaggio nascosto dell’anima”; scrive della danza:
“Credo che la ragione per cui la danza ha mantenuto intatta la propria eterna magia sia che essa è il simbolo della vita”

Persino in questo istante, mentre scrivo, il tempo sta trasformando l’oggi in ieri, in passato.

Col tempo le scoperte scientifiche più brillanti saranno riviste e superate, e ne emergeranno di nuove. L’arte, invece, è eterna, perché rivela il paesaggio interiore, l’animo umano.” (Memorie di sangue, Martha Graham)

La danza ha origini molto antiche ed ha rivestito diverse funzioni (danze religiose, danze guerriere, danze profane). La si ritrova nella mitologia e in affreschi di ogni epoca.

Nell’opera dell’Iliade, Omero, nel descrivere lo scudo di Achille, rende noto la presenza di giovani uomini e fanciulle che danzano in cerchio.

Si è ballato, e si continua a farlo, in tutto il modo, in ogni nazione, e spesso la danza ha caratterizzato anche l’identità di un popolo.

Basti pensare ad esempio all’Haka, la danza tipica del popolo MᾹORI, l’etnia originaria del popolo della Nuova Zelanda. Lo studioso Alan Armstrong, nel suo libro Games and Haka, la descrive come una complessa danza, espressione della passione, del vigore e dell’identità della razza, un messaggio dell’anima.

In un interessante articolo “La musica e la danza come terapia”, uscito nel 2015 nella Rivista della Società Italiana di Psiconeuroindocrinoimmunologia, il Professore S. Colazzo e il Professore F. Bottacciolo, trattano del ruolo della danza (e della musica) “che cura”.

La danza, come forma di arte, entra a pieno titolo all’interno delle Arti Terapie ed è stata, ed è tuttora, utilizzata per due scopi principali: la modulazione delle emozioni e il consolidamento del senso di comunità.

Si può ricordare l’esempio della “Pizzica” o “Taranta” salentina, una danza popolare ballata un tempo, e tutt’ora in alcune zone del Salento.

Questa danza è legata al rito del tarantismo: le donne morse dalla taranta, che si trovavano in uno stato di alterazione della coscienza (trance), venivano accompagnate, al suon di musica con la presenza di una vera e propria piccola orchestra, in un processo di “purificazione” dal male attraverso il ballo.

La danza coinvolge il corpo e la psiche dell’individuo.

“La danza è un’esperienza sociale, anche quando è a due. Per ballare con un’altra persona occorre aprirsi verso l’altro”.

L’ascolto del suo ritmo, la sincronizzazione del tuo corpo su quello dell’altro, il contatto sensoriale, inducono modificazioni cerebrali che ancora non conosciamo bene per la difficoltà tecnica di registrazione del cervello che danza, ma che sono intuibili e che da studi parziali emergono con chiarezza.” (S. Colazzo, F. Bottacciolo, 2015).

E’ evidente la complessità del ruolo della danza nella vita dell’individuo, la sua funzione sociale, che crea e consolida l’identità e che mette in comunicazione diverse individualità.

Voglio concludere con una frase di Vicki Baum, scrittrice, sceneggiatrice e giornalista austriaca naturalizzata statunitense: “Ci sono delle scorciatoie per la felicità, e la danza è una di queste.”

 

Bibliografia
“Maori Games and Haka: Instructions, Words and Actions”, Alan Armstrong, Reed, 2005.
“Memoria di sangue”, Martha Graham, Garzanti, 1992.
Omero, Iliade, XVIII.
Rivista della Società Italiana di Psiconeuroindocrinoimmunologia, n.2 anno 2015 pneireview.

Mi chiamo Maria Sorce, ma tutti mi chiamano Maryjo, sono una psicologa italiana e psicoterapeuta in formazione. Da poco emigrata in Germania, svolgo attività libero-professionale a Monaco di Baviera e mi occupo principalmente di Italiani emigrati all’estero. Il mio motto? “Praticate gentilezza a casaccio, e atti di bellezza privi di senso”.

Quartet Folk: restauro di musica tradizionale

quartet folk agrigento mandorlo in fiore

Il gruppo dei Quartet Folk nasce nel luglio del 2014 dalla collaborazione fra Antonio Cannella  (chitarra, fiati e voce), Dario Mantese (mandolino fiato e voce), Gerlando Barbadoro (percussioni e voce), Francesco Carnabuci (fisarmonica e voce) e nonostante sia ancora in lavorazione il loro primo disco, hanno già alle spalle diversi premi e onorificenze.

I Quartet Folk, radicati in Sicilia, ad Agrigento terra natia dei componenti, portano avanti quel meraviglioso progetto di rendere noto e tramandare il suono e le poesie della musica popolare siciliana, arricchendole dei loro studi con nuove colorature interpretative grazie a piccole varianti strumentali.

Abbiamo voluto chiedere a questi “ambasciatori” delle tradizioni canore siciliane quale cosa in più in merito al loro progetto musicale:

 

Quartet Folk, quartet perché siete 4, ma spiegateci cosa vuol dire per voi Folk e come mai questa scelta e non una più Pop, a chi dei 4 è venuta in mente?

A dire il vero abbiamo riflettuto insieme sul nome da acquisire e per prima cosa siamo partiti dalla parola “Folk“perché, a differenza di molti coetanei nostri, abbiamo sin da piccoli portato la musica popolare nel cuore e continueremo a farlo. Alla tradizione del Folk abbiamo voluto abbinare un’altra parola “moderna” come manifesto della nostra musica: la musica tradizionale rivisitata in chiave moderna, e da qui la scelta congiunta di “Quartet“.

 

Nel vostro percorso c’è una bellissima esperienza, con uno scambio interculturale con la Harding University, dell’Arkansas, America. Come siete arrivati all’Università americana e cosa vi portate dietro da questa esperienza?

Abbiamo iniziato a suonare per gli studenti della Harding giá qualche anno fa, prima ancora di unirci sotto il nome di Quartet Folk. L’università americana porta periodicamente i propri studenti in visita nella nostra Agrigento e per 2/3 giorni rimangono in cittá per scoprirne ed ammirarne le meraviglie che essa possiede. In questo breve periodo una serata è dedicata alla conoscenza delle tradizioni popolari e, presso il centro culturale Funduk, ci esibiamo alla presenza di 50/60 studenti.

Non siamo certo nuovi ad esibizioni per gruppi di turisti ma certamente la possibilità di suonare per dei coetanei e vedere che gli stessi, pur non capendo quasi un accidenti di quello che cantiamo, si divertono ed apprezzano il nostro lavoro, ci riempie d’orgoglio e ci spinge a fare sempre meglio.

 

Tanti altri successi come il festival del gelato di palermo, l’artigianato in Fiera, e la Sagra del mandorlo, quali fra questi vi ha dato più energia per continuare a produrre e quale vi ha emozionato di più?

Mandorlo in Fiore, Sherbet e Artigianato in Fiera: stiamo parlando di 3 grandi eventi di significativa rilevanza. La Sagra del Mandorlo in Fiore ci ha visto crescere prima come persone e poi come artisti, ma le grandi emozioni vissute in quel di Milano e Palermo non possono avere paragoni.

Crediamo che questo sia dovuto al fatto che quando ti esibisci a casa, poche e sterili possono essere le critiche, perché sei circondato da parenti ed amici che per tanti motivi si congratulano con te. Invece quando ti ritrovi in contesti molto più grandi come appunto le cittá di Milano e Palermo, dove non conosci nessuno, vedere che il tuo lavoro é molto apprezzato e valorizzato, é davvero una grande soddisfazione.

 

Abbiamo letto che state lavorando sul nuovo e primo disco dei Quartet Folk ci volete dare qualche anticipazione?

Stiamo lavorando a questo nostro primo vero progetto, un album intitolato “Pruvulazzu”, dove oltre a dei brani inediti stiamo “rispolverando” dei brani  realizzati da grandi artisti del panorama musicale siciliano rimasti per troppo tempo chiusi in cassetto.

 

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Scrivere e vivere di cibo, di Sicilia, di arte, di libri e di emozioni. Scrivere per condividere le passioni che da 34 anni mi porto addosso.

Musica popolare e Folclore in Sicilia

Dal 4 al 12 Marzo 2017 ad Agrigento si terrà la 72° edizione del “Mandorlo in Fiore”.

Agli ideatori di questo evento va il plauso dell’intera comunità scientifico-culturale internazionale.

 

Probabilmente è la manifestazione folcloristica tra le più significative del patrimonio culturale immateriale promosse in Europa.

 

Per “patrimonio culturale immateriale” s’intendono le pratiche, rappresentazioni, espressioni, sapere e capacità, come pure gli strumenti, artefatti, oggetti, e spazi culturali associati, che le comunità, i gruppi e, in alcuni casi anche i singoli individui, riconoscono come parte integrante del loro patrimonio culturale.

Ciò che rileva, in particolare, non è la singola manifestazione culturale in sé, ma il sapere e la conoscenza che vengono trasmessi di generazione in generazione e ricreati dalle comunità ed i gruppi in risposta al loro ambiente, all’interazione con la natura e alla loro storia.

Il patrimonio immateriale garantisce un senso di identità e continuità ed incoraggia il rispetto per la diversità culturale, la creatività umana, lo sviluppo sostenibile, oltre ché il rispetto reciproco tra le comunità stesse ed i soggetti coinvolti.

Nel 1984 l’UNESCO ha lanciato un programma sul patrimonio culturale immateriale. Dopo qualche anno, nel 1989, la Conferenza Generale dell’UNESCO ha adottato la raccomandazione sulla tutela della cultura tradizionale ed il folclore.

Nel 2003 l’UNESCO ha redatto un documento ove si riconosce l’importanza della trasmissione orale ai fini della continuità del patrimonio culturale immateriale, così come la pluralità globale delle forme tradizionali di espressione culturale.

Il Patrimonio Immateriale, come indicato all’art. 2 della relativa Convenzione del 2003, è individuabile in 5 settori:

  • tradizioni ed espressioni orali, incluso il linguaggio in quanto veicolo del patrimonio culturale immateriale
  • arti dello spettacolo
  • consuetudini sociali, riti ed eventi festivi
  • saperi e pratiche sulla natura e l’universo
  • artigianato tradizionale

La Sicilia è probabilmente la Regione italiana che più si è spesa per evitare di disperdere il proprio patrimonio culturale immateriale.

Sin dai primi anni del XIX secolo diversi intellettuali siciliani hanno cercato di recuperare e di classificare racconti, poesie, filastrocche, fiabe, musiche, danze e balli, canti e inni, usanze religiose e quant’altro avesse attinenza con la cultura popolare.

Tra questi studiosi vorrei citare una delle opere letterarie del medico palermitano Giuseppe Pitré (1841 – 1916).

Nel 1870 esce a Palermo il libro di Pitré “Canti popolari siciliani”.

Un’opera di grandissimo valore storico. Un esempio che aprì la strada all’etnomusicologia”. Ramo della musicologia nato alla fine del XIX° secolo.

Oggetto di studio dell’etnomusicologia è l’insieme delle tradizioni musicali che non rientrano nella musica colta e che comprendono invece tutte le espressioni musicali legate a gruppi etnici o sociali, tramandate principalmente per via orale (patrimonio culturale immateriale).
Lo scrittore palermitano Pitré introdusse così la sua opera:

“ … Ecco una raccolta di poco meno che mille canti popolari siciliani quasi tutti inediti, da aggiungere ai milletrecento di Lionardo Vigo e ai settecentocinquanta di Salvatore Salomone-Marino. Essi son comunissimi in tutta Sicilia, sebbene raccolti altri nelle provincie di Messina e Siracusa, altri in quella di Girgenti, e la maggior parte nella provincia di Palermo. … “.

In tutto furono classificati circa tremila brani.

Ma chi era Giuseppe Pitré?

Fu il primo intellettuale italiano che diede origine allo studio sistematico, su base scientifica, del folclore italiano.

Dopo aver dato alle stampe “Canti popolari siciliani”  realizzò nel 1894 un’opera editoriale di grandissimo valore filologico: la «Bibliografia delle tradizioni popolari italiane».

Fondò e diresse ininterrottamente dal 1880 al 1906 la “Rivista Archivio per lo studio delle tradizioni popolari».

Quest’uomo fu davvero un esempio di straordinaria vivacità intellettuale.

L’11 aprile del 1916 il Presidente del Senato del Regno Giuseppe Manfredi lo ricordò durante una seduta ufficiale dell’assemblea. In occasione della commemorazione il Ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti Vittorio Emanuele Orlando espresse un nobile pensiero che ivi riporto: “…Ebbene, quest’uomo seppe da solo creare questo immane corpus degli usi, delle tradizioni, delle costumanze siciliane, che, attraverso la fiaba, la leggenda, il motto ci ricollegano ai grandi padri Arii e ci fanno rinvenire negli umili strati della scienza e della sapienza popolare quegli elementi etnici primigeni, che apparivano svaniti e distrutti nelle millenarie vicende de’ tempi ma che, invece, vivono ancora con giovinezza perenne e immortale. …”. (qui il link alla sua pagina su senato.it)

La Sicilia è quindi una terra ricchissima di cultura e di tradizioni.

Ma per certi versi la cultura, la musica ed il folclore di questa splendida isola posta al centro del Mediterraneo, altro non è che il risultato di un connubio tra diverse civiltà che si andarono a innestare nel tempo sul territorio.

Le dominazioni che si succedettero nei secoli lasciarono, infatti, ricchezze consistenti: opere letterarie, opere teatrali, strumenti musicali, inni, canti, balli.

La musica, la danza ed il canto popolare di quest’isola affondano le proprie radici nelle tradizioni elleniche, arabe e bizantine.

Dal tardo medioevo a seguire si succederanno nei secoli regnanti svevi, francesi, spagnoli ed i borboni.

Cercare di tracciare le origini del folclore siciliano sarebbe del tutto inutile.

Verosimilmente si può invece affermare che la tradizione orale e manuale sia riuscita a trasmettere alle generazioni che si succedettero nel tempo melodie, canti e balli i quali, tramandati da villaggio a villaggio, da paese a paese hanno assunto persino aspetti differenti, dando così vita a numerose varianti.

Gli strumenti tipici della musica popolare siciliana sono lo scacciapensieri (in metallo, simile ad un ferro di cavallo) che è chiamato, a seconda della zona, pure mariolu, marranzanu o ngannalaruni, il azzarinu (uno strumento a percussione), il friscalettu o zufolo (flauto a becco), il tammurinu (grande tamburello), la ciarabedda o ciaramella (zampogne ad ancia doppia o semplice), la fisarmonica, il mandolino e la chitarra.

La danza popolare è un’espressione autentica della cultura di un popolo, di un territorio, di una tradizione. La musica, i passi e persino le coreografie sono intrecci di profondi significati culturali.

Danza e canto rappresentavano la tradizione e non esisteva una danza o un canto senza l’accompagnamento di uno strumento.

Di solito si ballava in occasione di un particolare evento e ciò serviva come momento di condivisione e di aggregazione collettiva. Le danze tradizionali appartengono al loro popolo e sono legate a momenti di vita particolare di una specifica comunità.

Tra le danze e i balli che maggiormente si fanno risalire alla tradizione siciliana ricordiamo:

  • Ballo della cordella
    La rappresentazione del ballo della cordella avviene durante i matrimoni o nel mese di maggio, ciò evidenzia un chiaro richiamo alla fertilità della terra. Dodici coppie di ballerini (simboleggianti i mesi dell’anno) ballano intorno ad un palo sormontato da spighe di grano reggendo dei nastri di vari colori, che vengono intrecciati a simboleggiare le stagioni o le costellazioni che ruotano attorno al sole, autore della fecondità agreste e della vita. La danza è omaggio augurale ai giovani sposi affinché la loro unione sia feconda di prole, benessere e gioia.
  • Ballu “a chiovu”
    Il ballu “a chiovu” rappresentava una tipica tarantella siciliana eseguita durante il periodo della mietitura. Dopo la fine della giornata lavorativa, i contadini si riunivano sull’aia ed eseguivano, accompagnati da strumenti tipici, questo ballo. Il nome si deve al fatto che, durante i passi, i piedi battono sempre i tacchi nello stesso punto; difatti vengono fatti dei salti con le gambe aperte che, nel poggiare a terra, si incrociano. Solitamente si balla in due e, alla donna, l’uomo fa spesso scherzi, mosse e riverenze; ci si avvicina e, passando da un punto ad un altro, ci si danno le mani.
  • Controdanza
    Le invasioni francesi nell’isola (già a partire dalla fine del 1200) diffusero una particolare danza definita appunto controdanza. Tipica del periodo carnevalesco ma anche delle feste paesane e soprattutto di quelli nuziali è una danza comandata dove chi vi partecipa esegue gli “ordini” di chi la comanda (solitamente definito caposala). Può essere quindi considerata un vero e proprio ballo di gruppo.
  • Danza di pecorai
    Ballo a coppie in cui l’uomo si pone a gambe incrociate di fianco alla donna; dopo essersi inginocchiato davanti a lei poggia a terra un ginocchio. La donna, nel frattempo, fa dei piccoli movimenti con le anche, mettendo le mani ai fianchi; l’uomo fa finta di volerla abbracciare, le manda dei baci e gioca con le sue braccia. Viene definito un ballo “riposato”.
  • Diavulecchiu
    Si trattava di un girotondo realizzato da uomini e donne a braccetto, tipico del periodo carnevalesco. La danza era accompagnata dagli strumenti tipici della musica siciliana ed era soprattutto utilizzata da pescatori e contadini che, attraverso essa, ringraziavano o auspicavano un buon raccolto e una buona pesca.
  • Fasola della Tubbiana
    Durante il periodo di carnevale la danza più diffusa ma nello stesso tempo più allegra e attraente era la fasola della tubbiana, ovvero una tarantella accompagnata dal canto “Carnascialata dei Pulcinelli”. Mentre le donne danzavano la fasola, gli uomini la accompagnavano con il canto. È una danza antichissima, ballata nei cortili e maggiormente utilizzata proprio nel periodo carnevalesco. Una variante era la fasola, ballata sempre allo stesso modo ma tipica del periodo della mietitura proprio per ringraziare il Signore per il buon raccolto avuto nella stagione.
  • Jolla o Lupulù
    Simile alla danza “u nozzu” ma chiamata così perché eseguita solo dai pecorai. Alla fine del proprio lavoro, durante le feste di paese, i pecorai improvvisavano questo antico ballo.
  • Lanzet
    Anche questa danza richiama il mondo dei pastori, si dice risalga ai primi anni del 1800. Diffusa in particolare in alcune zone della provincia di Messina, veniva ballata dai pastori quando partivano per la transumanza. Durante la migrazione delle greggi i pastori (quindi era ballata solo da uomini), improvvisavano questo antico ballo.
  • Matroccola
    La danza, tipica dell’agrigentino, viene eseguita grazie all’accompagnamento di uno strumento a percussione chiamato crotalo. Si ispira alla festa di San Calogero; i portatori di vara con grandi fazzoletti legati alla testa dimostrano, tramite tale danza, la loro devozione al santo. Ciò è un esempio di come il sacro e il profano molte volte si intrecciano.
  • Quatrigghia
    Danza diffusa su tutto il territorio nazionale; così come la controdanza anch’essa richiama la tradizione francese, in modo particolare le danze contadine. È un ballo di gruppo in cui ci si mette solitamente in due file, una di fronte all’altra, si può anche avere, però, una disposizione a quadrato. È composta da delle fasi chiamate figurazioni; la coppia che si trova in testa rappresenta tali figurazioni che vengono riproposte da tutte le altre coppie che seguono. La danza è molto diffusa in particolare nella provincia di Trapani.
  • Scotis
    Danza di origine austriaca e risalente all’epoca della presenza degli Austriaci in Sicilia (1720 – 1735). Il ballo, appartenente alla famiglia del polke figurato, viene eseguito solitamente a coppie ma può essere anche ballato in tre (l’uomo sta al centro e tiene, grazie a dei fazzoletti, due donne ai lati). Le varianti dello scotis sono molteplici.
  • Siciliana
    Antica danza di pastori, rappresenta una forma musicale spesso inserita all’interno di ampie composizioni musicali già partire dal periodo barocco. In ritmo 6 o 12 ottavi rievoca atmosfere agresti e/o pastorali. Si tratta, come detto, di una danza lenta che è stata inserita all’interno delle composizioni di alcuni tra i più grandi musicisti della storia della musica (Mozart, Haydn, Bach e altri).
  • Tarantella
    Una tra le danze più conosciute e caratteristiche di tutta l’Italia meridionale è la tarantella. Questa danza popolare, riferita alla cultura araba, secondo alcuni prende il nome dalla città di Taranto; altri, invece, credono che derivi dalla tarantola, ovvero dal ragno dal cui morso si guarirebbe solo attraverso questo ballo. Difatti, i suoi movimenti quasi indiavolati causano una notevole sudorazione e ciò aiuterebbe ad eliminare il veleno dell’insetto. Si dice che esistano diverse forme di tarantella: alcuni identificano questa danza con la tammoriata anche se sono evidenti le differenze sia nel ritmo ma soprattutto rispetto al numero di coloro che la eseguono: la tarantella può essere ballata anche da una sola persona invece la tammorriata viene danzata a coppie. Nella pizzica tarantata, tipica del Salento, ad essere pizzicate erano soprattutto le donne che, durante il tormento del veleno, potevano permettersi di tutto, anche mimare amplessi in pubblico fino a quando San Paolo, il protettore delle tarantate non concedeva la grazia.
  • Tataratà
    Danza ancora praticata a Casteltermini (AG) il cui nome si riferisce al suono ritmato del tamburo. Tale ballo richiama diverse interpretazioni: c’è chi sostiene che sia da riferirsi ad una danza propiziatoria per la fertilità della terra, altri al periodo della dominazione islamica (Arabi) nell’isola ed infine una terza teoria che fa riferimento agli Spatolatori di Lino. Di certo, al di là della propria origine vi è un riferimento al ritrovamento di una croce paleocristiana, prima ancora della fondazione di Casteltermini, risalente al 12 dopo Cristo. Il Tataratà viene rappresentata nel mese di maggio e vede i danzatori indossare in testa una corona di fiori; ogni danza si trasforma in una lotta armata che riconduce allo scontro tra il bene e il male, tra la vita e la morte.
  • “U nozzu”
    La danza chiamata “u nozzu” è un ballo di corteggiamento. Gli uomini, per fare la corte alle loro donne cantavano un canto tipico chiamato “u toccu”. Il canto veniva effettuato da un gruppo di uomini davanti a dei boccali di birra o a dei bicchieri di vino; essi nel frattempo, giocando a carte, improvvisavano questa danza. Tale danza può essere definita un misto tra il valzer e la tarantella siciliana.
  • “U Roggiu”
    Danza molto simile a quella “a chiovu”; difatti si svolgeva anch’essa sull’aia e richiamava una forma particolare di tarantella. La differenza, rispetto all’altra, riguardava il periodo: u roggiu veniva danzata durante il periodo della vendemmia.

 

Tra i tanti illustri studiosi e musicisti che diedero vanto alle tradizioni culturali popolari di questa terra, infine, vorrei esprimere un plauso a Francesco Paolo Frontini, Lionardo Vigo Calanna e Salomone Marino Salvatore.

“ … Tra gli artisti dell’Isola voi siete, se non il solo, uno dei pochissimi che comprendono la bellezza e la grazia delle melodie del popolo … “

Con questa frase significativa Giuseppe Pitré scrive il 1 gennaio del 1894 a Francesco Paolo Frontini (Catania 1860-1939) in occasione dell’uscita del suo libro Eco della Sicilia – Cinquanta canti popolari siciliani editi da Ricordi.

Frontini fu davvero un musicista straordinario. Studiò armonia e composizione presso il Conservatorio Musicale di Stato a Palermo. Compose varie opere, composizioni cameristiche, messe, canti religiosi e sinfonie. In Eco della Sicilia si trovano alcune delle canzoni tra le più significative della tradizione siciliana:

  • La Rosa
  • Canzuna di li Carriteri (Canzone dei Carrettieri)
  • La Ficu (Il Fico)
  • Prupunimentu (Proponimento)
  • L’Amanti cunfìssuri (Lo Amante confessore)
  • Serenata
  • La Figghia di lu massaru (La Figliola del massaio)
  • La Niespula (La Nespola)
  • Canzonetta villereccia (Mi votu e mi rivotu)
  • Lu pri li fimmini (Io per le donne)
  • Lu Labbru (Il Labbro). Trascrizione di F. Paolo Frontini
  • Guarda chi sugnu pàllitu! (Guarda come son pallido)
  • Alla Fontana (Canto con Coro)
  • Lu ‘nguì, lu ‘nguì, lu ‘nguà
  • Pri tia diliru e spasimu (Per te deliro e spasimo)
  • Sacciu ca sugnu lària (So che non son vezzosa)
  • A Nici! (A Nice!) Trascrizione di F. Paolo Frontini
  • Canzonettina
  • Ciccina e Don Cocò (Cecchina e Don Nicolò)
  • Canto del carcerato
  • Palummedda (Colombella). Trascrizione di F. Paolo Frontini.
  • Ciuri, ciuri  (Fiorellini). Ritornello popolare
  • La Vucca (La Bocca). Trascrizione di F. Paolo Frontini
  • Cianciu, Nici (Piango, Nice).
  • C è’na vecchia (C’è una vecchia)
  • Mi lassasti in abbannunu (Mi lasciasti in abbandono)
  • Giustizia
  • Cori, curuzza (Cantilena popolare)
  • Nici, ricordati (Nice, ricordati)
  • Canto de’ Contadini Etnei (ad una o due voci)
  • Amuri, amuri! (Amore, amore). Cantilena dei Mulattieri
  • Serenata
  • La fidiltà di li fimmini! (Fedeltà de le donne!) Musica di S. Pappalardo
  • Canzonetta popolare nella vendemmia
  • O svinturati giuvini (O sventurati giovani)
  • Mi mancanu li termini (A me mancano i termini)
  • Sunnu li fimmini (Sono le femmine)
  • Celu, comu mi lassi! (Cielo, come mi lasci!) Trascrizione di F. Paolo Frontini
  • Passioni (Passione). Trascrizione di F. Paolo Frontini
  • Lu Labbru (Il Labbro). Musica di G. Pacini
  • Sti silenzii, sta virdura (I silenzi, la verzura). Musica di B. Geraci.
  • Avvirtimentu (Avvertimento). Canzonetta. Musica di Martino Frontini
  • O Rosa virgini… (O Rosa vergine…)
  • Notturno
  • Lu Scarparu (Il Calzolaio). Canzonetta messinese.
  • Mi pozzu maritari (Mi posso maritar)
  • Lu Ritrattu (Il Ritratto)
  • Tùppiti, tìppiti e tappiti
  • Malatu p’amuri (Malato per amore)
  • Trilla e trilla (Ritornello popolare) Nuova Canzone catanese

Tra le più belle canzoni d’amore del repertorio popolare siciliano merita un posto d’onore “Mi votu e mi rivotu”.

La canzone si trova nella “Raccolta  amplissima di canti siciliani” che Lionardo Vigo Calanna marchese di Gallodoro (Acireale 1799 –1879) fece pubblicare nel 1870.

Altro studioso da segnalare fu Salomone Marino Salvatore medico e folclorista (Borgetto, Palermo, 1847 – 1916). Diede alla stampa successivamente un’altra opera di rilevante importanza entomusicologica: “Canti popolari siciliani in aggiunta a quelli di Vigo”.

Grandi interpreti della musica folcloristica siciliana della seconda metà del ‘900, sono stati Rosa Balistreri, Orazio Strano, Ciccio Busacca e Gian Campione ai quali vanno affiancati esponenti più recenti come Matilde Politi, Alfio Antico, Etta Scollo, Rita Botto, Franco Trincale. Dell’area agrigentina vorrei citare almeno qualche nome: Serenella Bianchini, Toni Cucchiara, Angelo Daddelli, i Dioscuri, Pippo Flora, Giovanni Moscato, Salvatore Nocera.

Vorrei concludere questo piccolo saggio con la frase che Francesco Paolo Frontini lasciò in eredità ai suoi conterranei:

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra. La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perché soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini.

Febbraio 2017. Nereo Luigi Dani

Nereo Luigi Dani Musicista e didatta. Apprezzato studioso della prassi esecutiva dei periodi rinascimentale, barocco e del classicismo. Suona il Liuto, la Vihuela, la Chitarra barocca e classica, la Viola da gamba ed il Violone. Con questi strumenti esegue concerti in varie parti del mondo sia in qualità di solista sia come esecutore in formazioni cameristiche e orchestrali di rilievo. Insegna prassi esecutiva del repertorio antico in diversi corsi di specializzazione italiani e stranieri E’ docente titolare presso il Conservatorio di Musica di Stato di Palermo.

Il racconto nel canto: la Sicilia del popolo

tamburello siciliano ad agrigento

Chi non ha mai intonato “Ciuri ciuri” si morda la lingua, chi non ha mai battuto le mani al ritmo di “Vitti na crozza” si faccia avanti e chi non ha mai sorriso ascoltando “La luna in mezzu u mari” scagli la prima pietra: questa musica è di tutti e rappresenta le origini e l’ancestrale grembo di questa isola e dei suoi isolani.

La Sicilia è una terra sonora, dove ogni luogo ha un suo rumore, tramandato da secoli di invasione che hanno dato note diverse e diverse infiltrazioni a un popolo notoriamente rumoroso.

Comunemente a ciò che è la musica, anche in questa isola così multi variegata, spesso la si usa per esprimersi: in primis fu nel lutto, poi i canti dei lavoratori e in particolare degli zolfatari, ed a seguire per tramandare storie affinando melodie e nenie accompagnate da strumenti in uso ancora oggi come il marranzano, il tamburello e lo zufolo.

Per capire l’importanza che riveste il canto e la musica popolare possiamo ricorrere alle parole scritte dal scritte dal filosofo, teologo e letterato tedesco, Johann Gottfried Herder (1744-1803), “I canti popolari sono gli archivi del popolo, il tesoro della sua scienza, della sua religione […] della vita dei suoi padri, de’ fasti della sua storia…”

Una storia che si tramanda quindi con i suoi costumi e i suoi principali mestieri e abitudine quotidiane come ad esempio il famoso canto dei pescatori “Jetta la riti”, o “U cantu di lu carritteri” o ancora “Passa u ricuttaru”. Questi brani che in taluni casi sono antichi vengono in gran parte interpretati da Gian Campione, cantautore agrigentino del ’46 che ha portato la musica popolare siciliana in tutto il mondo.

Usata per condividere storie, culti ed emozioni la musica siciliana odierna non smette di essere canto di amore, spesso anche di denuncia, verso persone e soprattutto nei confronti della Sicilia stessa, perché un isolano ha un profondo senso di attaccamento alla terra, viscerale e sentimentale come un canto d’amore sa essere, anche quando non corrisposto.

Quindi a volte il canto può essere di una dolcezza commovente e altre di una violenta passione.

Di questo genere di musica non si può non ricordare la più famosa interprete che è Rosa Balistreri, che appunto diceva in merito al suo modo di fare musica: “Si può fare politica e protestare in mille modi, io canto. Ma non sono una cantante.. sono diversa, diciamo che sono un’attivista che fa comizi con la chitarra”.

Una donna forte, che cantava per sfogare la sua rabbia. Il timbro forte ed originale della voce le consentì in seguito di interpretare le canzoni popolari siciliane con un tono fortemente drammatico esprimendo il senso di povertà e orgoglio della sua terra. Un esempio è la sua meravigliosa “Terra ca nun senti”.

“Rosetta a licatisa” (nome d’arte all’inizio della sua carriera) era anche una donna, e in quanto tale romantica, e forse la sua più famosa canzone è appunto “Cu ti lu dissi”.

Nessun siciliano resta fermo o non mostra emozione davanti alle sonorità che abbiamo raccontato qui sopra, dalla prima all’ultima fanno parte della tradizione, della appartenenza e dell’ancestrale natura di ogni isolano, scorrono nel sangue e aspettano solo una nota che li riporti alla luce facendoli risuonare.

Scrivere e vivere di cibo, di Sicilia, di arte, di libri e di emozioni. Scrivere per condividere le passioni che da 34 anni mi porto addosso.

La sicilianità nella musica contemporanea

Negli anni si sono susseguiti nuovi cambi generazionali che hanno sempre mantenuto il rispetto per la musica tradizionale siciliana riproponendola in nuove versioni come Roy Paci con “Malarazza”, uno dei successi di Modugno.

Siciliani di eccellenza sono anche i “grandi nuovi” che mantengono la tradizione del bel canto come Franco Battiato e la sua delicatissima “Stranizza d’amuri”, un giro armonico sulle note dell’eneagramma o la famosa cantantessa Carmen Consoli con “Focu de raggia” (feat Goran Bregovic) a ricordo anche delle nostre miste origini.

Richiamati quelli che sono i grandi ambasciatori della Sicilia e della sua evoluzione c’è da dire che di gruppi siciliani minori ve ne sono molti, quasi tutti giovani e di ogni parte della Sicilia.

 

Non si possono citare tutti ma la nostra playlist personale ne prevede 5 che si caratterizzano per testi e sonorità particolarmente legati a questa nostra terra.

Questi gruppi sono spesso accusati di non riuscire a “sfondare” per l’eccessivo legame alla Sicilia, che li rende poco nazionali, ma loro non demordono, perché è da questa terra che traggono l’ispirazione.

 

Impossibile non citare Ipercussonici, band catanese fondata nel 2002 dall’incontro di musicisti influenzati anche da esperienze in Africa e Oceania.

Le loro sonorità sono molto miste e prevale fra i diversi strumenti il marranzano, con le quali si ottengono dei suoni elettronici pari a quelli dei sintetizzatori.

Tanti sono i loro successi che li hanno portati in giro in tournée internazionali citiamo “Quannu moru, faciti ca nun moru”, una canzone di denuncia contro la mafia dedicata a Rosa Balistreri.

I Kunsertu, fondati a Messina nel 1989, famosi a livello italiano, con una musica che è sapiente unione della Sicilia e del Maghreb, ma con influssi provenienti da tutta l’Africa.

I testi affrontano spesso tematiche legate all’attualità, dalle stragi nei campi profughi palestinesi al dramma dell’immigrazione, senza dimenticare la natura romantica che li ha portati al successo con la loro “Mokarta”.

Tornado alla vera tradizione ci preme citare i Mas-Nada e I Beddi.

I primi si formano nel 1994 a Modica e compongono in siciliano con un percorso di ricerca, facendo loro le tradizioni sia del loro luogo natio che della Sicilia in generale, mischiando la loro musica con il vicino Nord Africa.

Fra i loro brani “Chistu nunn’è u pararìsu”, è la storia dell’incanto del mondo visto con gli occhi di un bambino e della sua disillusione sul mondo.

I Beddi, nome completo “I Beddi musicanti di Sicilia”, invece sono un gruppo del catanese che vede la nascita del loro esistere nel 2010, e appartiene a quel genere musicale completamente rinnovato del Siciliy Unconventional Folk; il folk de I Beddi è infatti contaminato oltre che da musiche di altre regioni del mondo anche da generi musicali moderni.

Fra i diversi successi vi facciamo ascoltare “L’Armata dei Pupi Siciliani” un riassunto della storia siciliana contemporanea che parla della voglia di non essere pupi e marionette, ma rivoluzionari.

Una menzione speciale va a Lello Analfino e ai Tinturia, gruppo agrigentino nato musicalmente nel 1999, raggiunge la consacrazione con l’interpretazione della colonna sonora di un famoso film di Ficarra e Picone “Andiamo a quel paese”, che con la sua “Cocciu d’amuri” ha raggiunto in 3 giorni un pubblico stimato in oltre 3 milioni di persone.

Resta indimenticabile anche la sua interpretazione di “Nicuzza”, dell’autore di Franco Finistrella, che la dedicò a sua moglie.

Dura a morire è dunque la voglia di parlare di Sicilia per i suoi cantautori e musicisti, e come del resto non farsi incantare e trarre ispirazione, seppur in questo rapporto di odio e amore, per questa terra?

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