Eugenio Bennato al Palacongressi

Articolo di Gero Parla


Eugenio Bennato ha una laurea in fisica ma, ha anche quella grande sensibilità che lo ha fatto diventare quell’artista raffinato che è.

La sua musica viaggia tra le terre del sud, assorbendone i suoni, gli odori, i colori.

E’ tra i fondatori della nuova compagnia di canto popolare formatasi verso la fine degli anni 60, con l’intendo di diffondere la cultura della tradizione popolare campana.

Nel 1998 fonda il movimento “Taranta Power” specificatamente per promuovere la taranta meridionale.

La musica di Eugenio però viaggia, non si limita al meridione d’Italia ma attraversa il mediterraneo approdando alle sonorità delle sponde d’Africa. Tunisia, Algeria, Egitto.

Ma la musica si sa, non ha confini, non ha limiti, ed Eugenio viaggia arrivando persino in Etiopia e Mozambico. Ogni tappa costituisce un ulteriore arricchimento musicale. La sua musica fa parte di quel ramo poco incline al business di massa, è cultura, ricerca, esperienza.

La città di Agrigento in occasione del Mandorlo in Fiore ha avuto il piacere di ospitare questo grande personaggio con uno splendido concerto presso il Palacongressi, sapientemente gestito da un organizzazione impeccabile sopratutto sul piano sonoro.

Un concerto che il pubblico non dimenticherà facilmente. Chi ha assistito è rimasto incantato, dalla musica e dagli artisti.

Un evento di elevato spessore musicale che ha coinvolto gli spettatori. Gli organizzatori della Festa del Mandorlo in Fiore hanno centrato l’obiettivo.

Ci auguriamo che eventi di questo genere si ripetano sempre più spesso, perché la cultura in tutte le sue forme è l’unico antidoto contro le guerre.

Tra Agrigento e Ragusa, le Spiagge Siciliane più Belle

spiaggia di punta bianca ad agrigento

Tra il territorio di Agrigento e quello di Ragusa, si possono ammirare alcune delle spiagge più affascinanti di tutta la Sicilia: il Touring Club le ha elencate, per permettere a tutti i turisti di conoscerle.

 

Porto Ulisse, a Ispica

Nella zona di Ispica spicca la spiaggia di Porto Ulisse, apprezzata soprattutto per le sue acque limpide e calme: deve il proprio nome al personaggio di Odisseo, che secondo Omero ebbe modo di fermarsi qui in uno dei suoi viaggi. Il confine naturale della baia è rappresentato da Punta Castellazzo, con il suo promontorio di rocce, tra l’Isola delle Correnti e Santa Maria di Focallo.

 

Santa Maria di Focallo, a Ispica

E proprio quella di Santa Maria di Focallo è una delle spiagge che vale la pena di scoprire: sempre nella zona di Ispica, si caratterizza per chilometri e chilometri di sabbia su cui dominano acacie ideali per trovare un po’ di ombra. Il mese di agosto è da bollino nero per la quantità di persone che si riversano qui, ma ciò non compromette in alcun modo la bellezza di un paesaggio mediterraneo da sogno.

 

Maganuco, a Pozzallo

In quel di Pozzallo, sulla strada di collegamento con Sampieri, ecco la spiaggia di Maganuco, al di là del golfo di Marina di Modica: le dune sabbiose sono un tratto peculiare da cartolina, ma è bene tener presente che il mare è spesso agitato, dal momento che si tratta di una zona esposta.

 

Sampieri, a Pozzallo

Sempre nel territorio di Pozzallo c’è la spiaggia di Sampieri, un mare fantastico con una spiaggia fine e dune in stile africano è amata dai clienti dell’ iGV Club Baia Samuele, una struttura che propone una location unica e servizi e di primo livello per la famiglia in vacanza. Il villaggio si affaccia sulla spiaggia e fa parte di un borgo – quello di Sampieri, appunto – che si contraddistingue per un fascino di altri tempi.

 

Costa di Carro, a Scicli

Nella spiaggia di Costa di Carro non sono eventi eccezionali gli avvistamenti di tartarughe, che vengono proprio qui a deporre le proprie uova. Chi ha voglia di dedicarsi al trekking può trovare pane per i propri denti nella zona circostante, mentre gli amanti dello snorkeling non devono far altro che indossare maschera e pinne per immergersi tra le numerose insenature rocciose del luogo.

 

spiaggia ad agrigentoCastellazzo, a Palma di Montechiaro

La spiaggia di Castellazzo si fa notare per la lunga teoria di piccole cale che spiccano nel contesto di una zona di natura incontaminata e selvaggia, tra picchi di rocce di gesso e una costa alquanto alta. Difficile resistere alle suggestioni di questo litorale di ciottoli, a metà strada tra Licata e Agrigento: per arrivare è sufficiente seguire i cartelli per Marina di Palma e percorrere la Strada Statale 115.

 

spiaggia scala dei turchi ad agrigentoLido Rossello, a Realmonte

Le famiglie con i bambini possono divertirsi senza rischi a Lido Rossello, grazie a un mare dal fondale basso. Il paesaggio che circonda questa spiaggia è quasi incredibile, con il profilo della Scala dei Turchi a est, Capo Rossello a ovest e l’arco della Costabianca a nord.

 

Capo San Marco, a Sciacca

Nei pressi di Sciacca, per giungere alla spiaggia di Capo San Marco occorre sfruttare la provinciale che conduce a Baia Renella. Dopo aver parcheggiato, si superano le palme e si giunge sul litorale: attenzione al mare, che diventa profondo dopo pochi metri.

 

Riserva del Belice, a Menfi

Non può mancare la spiaggia della Riserva Naturale Foce del Fiume Belice, a una decina di chilometri di distanza dal territorio di Castelvetrano: vi si arriva uscendo a Castelvetrano dall’Autostrada A29 che congiunge Palermo con Mazara del Vallo. I turisti sono pochi: l’ideale per chi ha bisogno di quiete e tranquillità.

 

Cala dei Turchi, a Campobello di Mazara

La Cala dei Turchi sembra più una spiaggia africana che non un lido italiano, con i suoi scorci esotici e le sue tonalità cromatiche che virano all’ocra. La costa, un tempo, era il punto di approdo dei pirati arabi che sbarcavano in Sicilia. Per arrivare qui in auto si devono seguire i cartelli per Torretta di Capo Granitola. Un consiglio: una volta giunti alla torre di avvistamento, vale la pena di fermarsi a osservare il paesaggio, per poi giungere alla cala di tufo che si trasforma in una spiaggia di rocce e sabbia.

 

Spiaggia dei Conigli, a Lampedusa

Anche Lampedusa offre un gran numero di spiagge impossibili da dimenticare: Cala Pisana, Cala Maluk e Cala Greca sono solo alcuni esempi, anche se la più suggestiva con tutta probabilità è la Spiaggia dei Conigli, che per altro costituisce l’habitat naturale della tartaruga Caretta Caretta. Purtroppo per i turisti l’accesso è vietato dopo il tramonto: un sacrificio che si rende necessario per consentire la convivenza tra gli uomini e la fauna del posto.

Le tradizioni nel mondo: diversità e uguaglianze

articolo le tradizioni popolari ed il il mondo giovanile

« Le storie antiche sono, o sembrano, arbitrarie, prive di senso, assurde, eppure a quanto pare si ritrovano in tutto il mondo. Una creazione “fantastica” nata dalla mente in determinato luogo sarebbe unica, non la ritroveremmo identica in un luogo del tutto diverso ».

(C. Lévi-Strauss)

 

Secondo Lévi-Strauss teorico dello strutturalismo, esistono “diversità” fra il racconto mitico e quello storiografico, asserendo tuttavia che in questi racconti esiste anche una sorta di “continuità”.

 

I racconti mitici che sono o appaiono racconti privi di senso e talvolta assurdi, risultano essere in effetti «sistemi chiusi» di pensiero «che possiedono identiche strutture formali di base e contenuti variabili».

 

Le tradizioni nel mondo in fondo non sono poi così differenti, mantengono infatti una stessa identica sostanza: le usanze, nella maggior parte dei casi, sono legate agli eventi religiosi, oppure ai momenti particolari della vita delle persone, come il matrimonio, la nascita o la morte.

Dunque se è la sostanza ad essere mantenuta, sarà la forma ad assumere su di sé la particolarità e la diversità dei costumi di ogni popolo del mondo.

L’attività folklorica promossa dai vari gruppi folk presenti su territorio nazionale e internazionale, e nella fattispecie agrigentina, ha non solo l’onere ma anche l’onore di ricevere e trasmettere nel mondo la cultura popolare delle antiche tradizioni.

I viaggi e le varie esperienze all’estero danno la possibilità difatti di allargare i propri orizzonti e di conoscere le diverse manifestazioni culturali che un popolo “diverso” dal nostro, legato alla terra da cui ha avuto origine, sa raccontare.

festival bambini del mondo gruppo folkloristico gergent

Moltissime nel corso degli anni le tournée all’estero del gruppo folkloristico Gergent e tantissimi, naturalmente, gli insegnamenti tratti.

Europa, Asia, America, Africa: Occidente e Oriente sono le due facce della stessa medaglia, un unico globo terrestre che gira sempre su se stesso.

Si dice che ogni mondo è paese, ed in ogni città, in ogni piccola comunità è possibile ritrovare qualcosa di unico e al contempo simile al tuo piccolo mondo.

Le spezie, i profumi, i tessuti, i racconti, i balli, le canzoni hanno in sé l’unione e l’amore di un popolo in continua ricerca di se stesso e delle sue primitive origini.

Il folklore non conosce distinzioni di razza, di religione, di sesso ma solo la passione travolgente di un sorriso, di una carezza, di un bacio, il sale che dona gusto alle differenze.

festival bambini del mondo gruppo folkloristico gergent al tempio della concordia ad agrigentoOgni anno la festa del mandorlo in fiore, oramai giunta alla sua 73° edizione, si propone come audace messaggero di pace e fratellanza in un mondo che è sempre più dilaniato e lacerato dalle guerre fisiche e morali, dalle incomprensioni, dalle brutture dell’animo umano, dai pregiudizi che spesso finiscono per diventare spessi come muri e pesanti come macigni.

Dietro un’origine si nasconde una storia, prende forma il ramificarsi di un’identità, una traccia dell’essere che permette di distinguere un individuo, un gruppo, una cultura, apparentemente differente ma in fondo uguale.

Se viaggiare è il modo più naturale per immergersi nei costumi di altri paesi, accogliere e personalizzare le diverse tradizioni è uno dei tanti modi per presentare ai noi stessi, realtà differenti dalla nostra.

Una festività speciale, un’usanza, permettono di scoprire in modo divertente affinità e disuguaglianze tra popoli, insegnando a conoscere meglio l’amico straniero, il vicino di casa, il compagno di scuola, facendoci sentire più vicini e meno distanti.

Fare parte dell’associazione culturale Gergent significa anche questo: imparare a conoscere e ad apprezzare quanto di diverso appare ai tuoi occhi, ai tuoi gusti, ai tuoi gesti; capendo che in realtà esiste altro ma che si trova semplicemente al di fuori del tuo confine, confine che tu stesso inconsapevolmente hai creato e forse un po’ cercato.

Il Gruppo folklorico Gergent partecipando ai vari festival internazionali e locali, è inequivocabilmente portato ad interagire ed a colloquiare con gli altri gruppi stranieri partecipanti e provenienti da ogni parte (Polonia, Russia, Messico, Portogallo, Ucraina, India, Giappone, Corea del sud, e così via) per cui non poche sono e sono state le varie usanze apprese nel corso degli anni.

Per riportarne alcune ricordiamo ad esempio la festa di Primavera festeggiata in Romania ogni anno nel periodo di marzo, in cui viene regalato un dono a chi si ama, agli amici e ai parenti lontani, un’usanza che muta nel tempo ma sopravvive alle guerre, alle emigrazioni, ai muri.

Il Martisor così viene chiamato il dono elargito; un ciondolo che contiene un fiore ed è legato secondo la tradizione ad un cordoncino intrecciato rosso e bianco.

Altro esempio è quello di una tradizione vietnamita, molto insolita ai nostri occhi, legata alla nascita laddove si usa rivolgersi al bambino con aggettivi dispregiativi come “brutto” o “rospo” perché si crede che gli spiriti maligni perseguitino i bambini più belli.

In Ucraina, il Natale sembra ricordare quasi la festa di Halloween, i tradizionali alberi infatti vengono addobbati con ragnatele di carta, plastica o metallo; in ricordo di un passato dove la miseria era predominante, ed i poveri, che non si potevano permettere gli addobbi, decoravano così gli alberi di Natale.

Ancora, un’usanza coreana vuole che, per rendere il nubendo più forte la prima notte di nozze, gli amici dello sposo dopo la cerimonia si tolgano i calzini e pestino con le piante dei piedi dei corvina gialli essiccati, che sono un tipo di pesce.

Il significato dietro questo rituale sarebbe che il pesce dovrebbe infondere al novello marito intelligenza e forza, che gli saranno poi utili nel matrimonio, e le frustate indice di incoraggiamento ad adempiere ai propri doveri coniugali la prima notte di nozze.

Molte e soprattutto diverse le tradizioni del mondo che sicuramente, come abbiamo detto inizialmente, conservano alla base una identica struttura cambiandone, in sostanza, semplicemente la forma.

Vogliosi e speranzosi di un futuro migliore ci auguriamo che il folklore, sale dei popoli, incrementi la voglia e lo spirito di unione, di integrazione, di conoscenza, portando alti i valori dell’amore, della solidarietà, della pace nel mondo.

Il ballo delle polarità

“Ti muovi sulla destra poi sulla sinistra resti immobile sul centro provi a fare un giro su te stesso, un giro su te stesso. “You miss me and I miss you” (Il cerchio simbolizza T’ai chi che è informe e al di sopra di ogni dualità. Qui esso manifesta se stesso, come il progenitore dell’universo. E’ diviso tra Yin (il buio) e Yang (la luce) che significa polo negativo e polo positivo. Coppie di opposti, passivo e attivo, femmina e maschio, luna e sole). Gli aborigeni d’Australia si stendono sulla terra, con un rito di fertilità vi lasciano il loro sperma.”

Battiato “Il ballo del potere”

 

Il Ballo rappresenta da sempre un mezzo attraverso il quale i popoli da sempre hanno potuto “vivere” le emozioni. Il ballo è movimento, è alternanza di polarità, è l’alternanza delle stagioni.

 

Nel movimento del Ballo c’è la dinamicità e la vitalità di ogni cosa. Ma il movimento è anche nelle nostre relazioni, tra due amanti, tra i passanti.

 

Basta osservare due corpi in interazione tra loro e si può cogliere la “danza” dei loro corpi.

Il movimento dell’uno interviene nel movimento dell’altro e viceversa, in una danza continua. Siamo movimento, alternanza di emozioni e sensazioni.

Così le polarità, Yin (il buio) e Yang (la luce), il passivo e l’attivo, femmina e maschio danzano alternandosi in un movimento che dà ritmo e che completa.

L’uomo è il risultato di polarità, “danza” continuamente lungo un continuum fatto di estremi opposti.

“Tutto è duale, tutto ha due poli, ogni cosa ha il suo opposto. Ogni cosa “è” e “non è” allo stesso tempo, ogni verità non è che una mezza verità e al contempo una mezza falsità. Gli opposti condividono la stessa natura in gradi diversi, gli estremi si toccano, tutti i paradossi possono essere riconciliati.”

(Il Kybalion)

 

Nella vita diventa importante alternare e far “emergere” gli opposti.

Si può prendere in considerazione i due aspetti “opposti” per antonomasia nella vita dell’uomo: Apollineo e Dionisiaco. Il primo ha a che fare con gli aspetti più “razionali”, i “piedi per terra”, tutto ciò che rimanda alla logica e alla ragione, il secondo, viceversa riguarda gli aspetti che riguardano “l’istinto”, “il lasciarsi andare”. Il “cristallizzarsi”, la “staticità” dello stare in una sola delle due polarità comporta rigidità, disagio e il “non sentirsi completi”.

La possibilità di danzare tra le polarità rende fluidi, spontanei e completi.

Hermann Hesse nel suo romanzo “Narciso e Boccadoro” mette in risalto, attraverso i protagonisti, le due polarità della Natura e dello Spirito. Narciso rappresenta la Natura ed utilizza solo i sensi per leggere la vita e Boccadoro lo Spirito, con l’utilizzo unico di questo.

Infine nel ballo delle polarità non possiamo non ricordare C.G. Jung.

Secondo l’Autore l’energia psichica fluisce tra polarità che sono opposte: logos/Eros, Potere/Amore, Io/Ombra, Razionale/Irrazionale, Sessualità/Religione, Contenitore/Contenuto, Individuale/Collettivo, ect.

Non ci resta che ballare e danzare a ritmo delle polarità della vita.

Quelle Volte In Cui La Festa Del Mandorlo In Fiore Saltò…

La Festa del Mandorlo in Fiore ha rappresentato, fin dalla sua nascita, un momento di gioia e di crescita culturale e si è presto consolidata come una tradizione e un appuntamento annuale atteso da tutti.

Eppure ci sono stati degli anni in cui, purtroppo, la Festa del Mandorlo in Fiore è saltata lasciando un incolmabile vuoto nella storia di questa importante kermesse.

Dopo ben quattro edizioni, articolate tra il 1937 e il 1940, la manifestazione folcloristica subì una battuta d’arresto a causa della dura guerra che imperversava.

L’edizione del 1940 aveva riscosso grande successo tanto che molti giornali dell’epoca ne parlarono ampiamente.

All’organizzazione generale della sagra aveva contribuito pure l’Azienda Comunale di Soggiorno, Cura e Turismo di Agrigento, che dopo la guerra, smentite le voci della scoperta di un’acqua termale in città, diventerà semplicemente Azienda Comunale del Turismo.

In particolare, i Canterini agrigentini di Val d’Akragas, sotto la valida ed appassionata guida del loro maestro Professor Francesco Flora, avevano ancora una volta dato prova della loro bravura e dell’accurata preparazione esibendosi nelle più belle e melodiose canzoni della terra agrigentina e riscuotendo applausi e ovazioni da parte di tutta la cittadinanza e delle Autorità locali.

Da quel momento in poi bisognerà attendere fino al 1948 per l’organizzazione della quinta edizione.

Iniziata la guerra, infatti, ogni attività culturale, ogni organizzazione gioiosa di carattere sociale, ogni tradizione, cessò di esistere. Furono anni duri, in cui si pensò che tutto era andato perso, che nulla sarebbe stato più come prima.

Ma quando, finalmente, la tristissima guerra, che anche ad Agrigento durante il sanguinoso periodo dei bombardamenti aveva provocato lutti e macerie, finì la popolazione del capoluogo, che contava poco più di 38mila abitanti, strinse i denti e avviò la rinascita.

Così, dopo quattro edizioni, all’Ente Provinciale Turismo, che già nel periodo anteguerra ne aveva patrocinato e coordinato le iniziative, viene deliberata la continuazione della Sagra.

Si dà così il via alla quinta edizione. Peraltro le prime manifestazioni in epoca fascista avevano dato all’iniziativa l’avvio di una vera e propria festosa tradizione.

Ma la festosa tradizione fu interrotta per altre due edizioni e la Festa del Mandorlo in Fiore saltò nel 1983 e poi nel 1991.

Il 1983 è l’anno del quarantennale e all’Ente Provinciale del Turismo si parte con l’organizzazione con largo anticipo per realizzare un’edizione della Sagra particolarmente brillante.

Come da tradizione viene annunciata anche la data di svolgimento ossia la prima settimana di febbraio.

Ma è noto che, con i propri fondi di bilancio, l’ente organizzatore non riuscirebbe mai a realizzare il grande evento di primavera per cui si attendono i sostegni della Regione.

Ma proprio l’organismo regionale opera durante quei mesi con l’esercizio provvisorio e ciò compromette la speranza di potere rispettare i tempi di effettuazione della manifestazione.

Trascorrono in tal modo diverse inutili settimane, in cui gli organizzatori compiono ripetute missioni a Palermo senza tuttavia conseguire l’atteso finanziamento.

Alla fine l’assessore al Turismo è costretto a dichiarare ai dirigenti agrigentini l’impossibilità di potere erogare alcun contributo.

Così per la prima volta la kermesse subisce, dopo la forzata pausa dovuta al periodo della guerra, una deprecabile interruzione.

La Festa del Mandorlo in Fiore riprende però nel 1984 con la quarantesima edizione e proseguirà ininterrottamente fino al 1991, anno in cui vi è una nuova improvvisa interruzione della festa di primavera.

Stavolta il motivo si riconduce alla guerra del Golfo: l’invasione del Kuwait da parte dei soldati iracheni mette in apprensione il mondo provocando a gennaio una guerra.

Il governo provinciale e gli organi dell’Azienda Provinciale Turismo decidono così di sospendere l’evento di primavera.

Dal 1992, però, la Festa del Mandorlo in Fiore riprende la sua festosa tradizione annuale.

Il Mandorlo E La Mandorla Tra Storia E Tradizione

Le origini del mandorlo sono antichissime, tanto che l’albero era già presente nella prima parte dell’Età del Bronzo nelle zone dell’Asia Minore.

Di sicuro se ne faceva uso in Egitto già nel 1325 a.C. circa, dove sono stati ritrovati dei resti nella tomba del faraone Tutankhamon, dai quali si è rilevato che si tratta proprio di antiche varietà di mandorle, molto probabilmente importate dall’Oriente.

Da questo territorio si sarebbero diffuse in tutti i paesi del bacino del Mediterraneo, compresa l’Italia.

Nello specifico, le prime importazioni si ebbero in Sicilia, dove giungevano le preziose merci provenienti dagli scambi commerciali con i Fenici; da qui giunse in tutta la Magna Grecia, dove si cominciò ad utilizzarla principalmente in cucina divenendo un alimento importante, parte integrante dell’alimentazione locale, ingrediente d’uso comune in cucina adoperato perfino per aromatizzare il vino (tuttora in Sicilia si produce un vino dal sapore particolare, profumato alla mandorla).

Furono dunque i Fenici a introdurre il mandorlo selvatico in Italia che si diffuse poi in quasi tutto il continente europeo meridionale.

In seguito all’addomesticamento, l’albero iniziò a produrre semi commestibili e, secondo alcuni studi, fu uno dei primi alberi da frutto a essere coltivato grazie alla capacità dei frutticoltori di selezionare i frutti.

Quindi, nonostante questa pianta non si presta alla propagazione tramite pollone o tramite talea, doveva essere stata addomesticata perfino prima dell’invenzione dell’innesto.

A differenza dell’albero coltivato, quello selvatico presenta, nel frutto, una forte tossicità dato che contiene glucoside amigdalina che, in conseguenza di danni subiti al seme, si trasforma in acido cianidrico.

Esso può raggiungere i 5 metri di altezza e presenta radici a fittone, un fusto liscio e di colore grigio, foglie lunghe fino a 12 cm e piccoli fiori che vanno dal bianco al rosa.

I suoi fiori sbocciano, generalmente, all’inizio della stagione primaverile ma, in zone a clima più mite come ad Agrigento, è possibile vederli fiorire anche tra gennaio e febbraio, per questo simboleggiano la speranza, oltre che il ritorno alla vita della natura ma, sfiorendo nell’arco di un breve lasso di tempo, rappresentano anche la delicatezza e la fragilità.

Sin dalla diffusione della pianta le mandorle sono state consumate sia fresche, al naturale, sia secche, salate o dolci. Ricca di vitamine (A, B ed E), sali minerali, ferro e potassio, la mandorla dolce viene utilizzata soprattutto per la preparazione di dessert e bibite (come l’orzata), quella amara invece data la presenza di amigdalina, sostanza che diventa facilmente tossica, è usata principalmente in profumeria, medicina e cosmesi.

Sono usate nella preparazione di vari tipi di dolci (confetti, torroni, torte, budini) e come ornamento di dolciumi.

Con le mandorle si prepara anche il latte di mandorla, una bevanda ottenuta riducendo le mandorle in pasta e poi diluendo questa con acqua naturale.

Questo latte già durante il Medioevo era utilizzato in moltissime ricette, soprattutto nei lunghi periodi “di magro”, cioè nei tempi di astinenza dalla carne, come la Quaresima.

Ma anche il “biancomangiare”, preparato con mandorle tritate, era un piatto essenziale di ogni banchetto medievale e in Italia lo si serviva nelle scodelle all’inizio del pasto.

Durante il Rinascimento, invece, la mandorla veniva usata soprattutto nei dessert che chiudevano sontuosamente i banchetti più raffinati.

La fortuna di questo albero e del suo gustoso frutto nella nostra tradizione si deve anche alla concezione secondo cui la mandorla è simbolo di fertilità tanto che, proprio per questa caratteristica, veniva donata ai novelli sposi in segno d’augurio, dichiarando un auspicio di prosperità.

Ecco perché ai matrimoni si è soliti regalare i confetti in grande quantità, prodotti, di solito, con la varietà nota come “Pizzuta d’Avola” che rappresenta il fulcro dei famosissimi confetti di Sulmona.

Influenze Della Lingua Spagnola Sul Siciliano

La Sicilia è una terra dall’immenso patrimonio storico e culturale dovuto, in modo particolare, agli influssi delle popolazioni straniere che l’hanno conquistata e colonizzata.

 

Per questo il siciliano è una lingua che si è trasformata e ha assorbito molte parole provenienti dai conquistatori.

 

Comunemente parliamo di dialetto siciliano, in realtà l’Unesco ha stabilito che il siciliano non è un dialetto bensì una lingua madre, anche se già alcuni filologi di fama internazionale avevano descritto la parlata dell’isola come abbastanza distinta dall’italiano tipico tanto da potere essere considerata un idioma separato; ciò è evidente da un attento studio della fonologia, della morfologia, della sintassi e, nello specifico, del lessico.

 

Quando si parla di influenze della lingua spagnola si deve intendere l’eredità linguistica lasciata in Sicilia dalle diverse genti iberiche, quindi aragonesi, castigliani e catalani.

 

L’influenza della lingua spagnola cominciò quando una rivolta popolare, conosciuta come i Vespri siciliani del 1282, cacciò il francese Carlo d’Angiò, ma la Sicilia rimase comunque in balia di uno straniero, Pietro d’Aragona, che aveva appoggiato la rivolta e i rivoltosi. Dopo una lotta tra Angioini e Aragonesi per ottenere il potere nell’isola, con la Pace di Caltabellotta nel 1302 la Sicilia fu assegnata agli Aragonesi. Nel 1479 l’isola fu dichiarata vicereame spagnolo e rimase alla Spagna fino al 1712, quando passò sotto il dominio dei Savoia.

Quindi gli Spagnoli Borboni occuparono la Sicilia per 500 anni e le loro espressioni si fusero con la lingua locale. Durante questo periodo, la lingua siciliana riuscì a godere di ufficialità e prestigio. Fin quando il Re di Spagna Alfonso V° unì la Sicilia e Napoli, introducendo come lingua il Castigliano.

 

Dunque l’influenza della lingua spagnola sul siciliano è stata di tale portata che ancora oggi vi sono espressioni e termini di origine spagnola usati dai siciliani nella loro quotidianità.

 

L’influenza delle lingue iberiche sulla parlata dell’isola è evidente, ad esempio, nelle terminazioni verbali dell’imperfetto (-ìa, come in dicìa, facìa) e del condizionale (-ìa, es.: dirìa, farìa), nell’uso di sostituire il condizionale dell’apòdosi nel periodo ipotetico, sia di secondo che di terzo tipo, col congiuntivo passato o trapassato, come nell’espressione: “Si me hubiera llamado, no hubiera ido” in castigliano; “Si m’avissiru chiamatu, nun cc’avissi jutu” in siciliano. Altra regola grammaticale comune è quella dell’uso nel complemento oggetto della preposizione “a” con nomi propri o comuni di persone, per esempio: “Esperamos a tu hermano” in castigliano, “Aspittamu a tò frati” in siciliano.

Si tratta di costruzioni sintattiche spesso scambiate per errori dovuti all’ignoranza.

Dal castigliano derivano numerose perifrastiche; in particolare vi è la costruzione “havi” + complemento di tempo + “ca” + verbo (es.: “Havi dui anni ca nun niscèmu nzèmmula” in siciliano, “Hace dos años que no salimos juntos” in castigliano); e la costruzione del verbo “aviri” + “a” + infinito (es.: “Tengo que ir” in castigliano, “Haju a jiri” in siciliano). Infine, sopravvivono ancora esclamazioni come “Vàja!”. Dal catalano proviene il verbo “dunari” (“donar”) e il pronome relativo e congiunzione “ca” derivante da “que”.

Ecco un elenco di parole usate in Sicilia di derivazione spagnola:
curtigghiu (cortile) da cortijo; lastima (lamento) da làstima; pignata (pentola) da pinàda; cucchiara (cucchiaio) da cuchara; cascia (cassa) da caixa, scupetta (lupara) da escopeta; manta (coperta) da manta; zita (fidanzata) da cita; anciova (acciuga) da anxova; tiempu (tempo) da tiempo; vientu (vento) da viento; chianu (piano) da llano; chiavi (chiave) da llave; fastuchi (pistacchi) da festuc; muccaturi (fazzoletto) da mocador; chiamari (chiamare) da llamar; accabbari (concludere) da acabar; acciaffari (schiacciare) da aixafar; abbuccari (cadere) da abocar; accupari (soffocare dal caldo) da acubar; addunarisi (accorgersi) da adonar-se; affruntàrisi (vergognarsi) da afrontar-se; capuliari (tritare) da capolar; priàrisi (rallegrarsi) da prear-se; sgarrari (sbagliare) da esgarrar; nzittari (indovinare) da encertar; etc.

I costumi tipici siciliani del gruppo folkloristico Gergent

i costumi femminili del gruppo folkloristico gergent

Il termine tradizione, dal latino traditiònem (deriv. da tràdere = consegnare, trasmettere) può assumere diverse accezioni: nel nostro caso la utilizzeremo come sinonimo di consuetudine, intendendo con questo termine, la trasmissione nel tempo, all’interno di un gruppo umano, della memoria di eventi sociali o storici, delle usanze, dei riti, della mitologia, delle credenze religiose, dei costumi, delle superstizioni e leggende.

Le tradizioni popolari o folkloristiche sono in questo senso una consuetudine, le danze, i canti, i proverbi, gli antichi mestieri che attraverso le tradizioni di un popolo si mantengono in vita e che il Gruppo Folklorico Gergent con la sua attività costante, in campo nazionale e internazionale, porta avanti da circa ventisei anni.

i costumi maschili del gruppo folkloristico gergentLo studio, quale ricerca “storica” inerente ai balli, ai canti, ai costumi e agli utensili utilizzati, non è mai mancato al presidente Claudio Criscenzo prima, e al figlio Luca dopo, che con non grande passione per l’arte e la cultura in generale, l’hanno sempre portato avanti, facendone anzi un punto di forza e di peculiarità del gruppo Agrigentino.

Dell’innumerevole patrimonio di costumi tipici siciliani, purtroppo oggi non resta molto, essendo oramai quasi del tutto spariti; tuttavia, qualche traccia la si può ritrovare nei paesi dell’entroterra siciliana dove ancora oggi usi e tradizioni sono più radicati, e con essi alcuni costumi tradizionali sia maschili che femminili.

Tutto quello che oggi sappiamo sui costumi lo dobbiamo al grande maestro delle tradizioni popolari siciliane Giuseppe Pitrè, che nel corso dei suoi anni raccolse e poi riunì in un museo etnografico da lui fondato nel 1909, diviso in 20 sezioni, documentazioni sugli usi e sui costumi del popolo siciliano, insieme alle credenze, ai miti, alle tradizioni di Sicilia (la casa, filatura e tessitura, arredi e corredi, i costumi, le ceramiche, l’arte dei pastori, caccia e pesca, agricoltura e pastorizia, arti e mestieri, e così via).

In Sicilia i costumi tradizionali antichi erano piuttosto semplici, variegati e in alcuni casi anche ricchi. L’abbigliamento tradizionale della donna e dell’uomo siciliano erano dunque composti da diversi capi realizzati con diverse fogge e fatture, e spesso e volentieri anche i colori variavano; gli abiti dei giorni quotidiani inoltre erano distinti da quelli della festa.

I costumi a cui il gruppo Gergent rimanda sono un rifacimento pressoché verosimile degli abiti dei popolani e delle popolane dell’ottocento siciliano.

Il costume femminile è composto: da una gonna lunga di broccato blu, rossa, gialla o da gonne nere orlate con pizzo sangallo; da un grembiule di cotone bianco o a fiori, oppure di lino a seconda dell’uso; dai mutandoni in cotone bianco, che coprono le gambe sino alle ginocchia, arricchiti da pizzo san gallo e da un nastrino rosso all’estremità; da calze di lana o di cotone (a seconda della stagione); da scarpe di pelle nera con punta leggermente arrotondata e da una fibbietta sul collo del piede.

La parte superiore è composta da un gilet nero di velluto orlato da una passamaneria a fiori per decorare e rifinire il corpetto, stretto e allacciato da un filo di coda di topo lucida di raso rosso; la camicia bianca fornita di pizzo san gallo nel girocollo e nei polsini con un nastrino rosso intrecciato ad esso.

Il capo è acconciato da alcuni spilloni e fiori che servono a rendere più prezioso il “tuppu”, ciò deriva da un’antica usanza di raccogliere i capelli delle donne per facilitarne il lavoro e altresì per essere più sistemate e non avere la necessità di lavare i capelli, data la scarsa possibilità di un tempo. Il capo è inoltre talvolta coperto da un “fazzulettu”, a seconda delle occasioni, di lavoro o di festa.

Il fazzulettu talvolta poteva essere di pizzo nero o bianco o di cotone. Durante le processioni, infatti, le donne solevano abbinare ai propri capi di tutti i giorni un pezzo più raffinato, che veniva per l’appunto dedicato alle grandi occasioni, questo poteva essere di pizzo bianco o nero.

Il vestito viene completato da una mantellina di lana, generalmente nera e lavorata a mano, che veniva indossata per qualsiasi evenienza. Infatti sempre il Pitrè ci riporta che lo scialle era un capo universale, che andava bene per ogni ora del giorno e della notte e per ogni stagione e veniva indossato dalle donne siciliane per andare al mercato oppure in città, a sbrigare le commissioni per la casa. Il manto aveva anche in un certo senso una funzione sociale. A Messina, chiamavano il manto ‘orate frates’ perché all’occorrenza consentiva alle ragazze di scoprirsi per mettere in evidenza il collo e il seno.

In altri luoghi dell’Isola invece, la mantella aveva il compito di distinguere le donne di buona famiglia da quelle appartenenti ai ceti meno abbienti e dunque possederlo era un vanto, ma anche una ricchezza per una donna dell’epoca.

L’abito maschile rimanda anch’esso a quello tipico dei popolani dell’ottocento ed è costituito: da camicia bianca di cotone; gilet a coste di velluto nero con bottoni neri e una fibbietta nella parte posteriore; da un fazzoletto rosso posto sul collo o sul capo, se utilizzato durante la raccolta dell’uva o la mietitura del grano, per far sì che tutto il sudore venisse trattenuto e asciugato dallo stesso; ed infine dai pantaloni sempre a coste di velluto nero, detti in siciliano “causi” lunghi fino alle ginocchia con delle aperture ai lati e stretti da un bottone, senza apertura davanti bensì sui fianchi, ai quali viene poi abbinata una fascia di lana in vita di colore rossa o gialla che funge da ‘panzera’.

Le scarpe sono basse nere a punta rotonda mentre i calzettoni sono o di cotone o di lana bianca. L’abito può talvolta essere completato da una “coppula” nera di velluto oppure da una giacca di velluto a coste nera, in occasioni di festa.

Il Pitrè ancora una volta è essenziale per la nostra ricerca sui costumi e per quanto concerne l’abito maschile si apprende che innanzitutto anche gli abiti che venivano indossati dagli uomini si potevano dividere in abiti per le attività quotidiane e per le occasioni speciali.

Una prima differenza si ha invariabilmente con il passaggio da un ceto all’altro.

L’abito era più semplice tanto più basso era il rango sociale difatti, quello più semplice era dei pastori. I contadini si vestivano invece con dei pratici ‘causi’, ai quali veniva poi abbinata una cintura in vita che solitamente era una fascia in tessuto; in essa infatti il contadino poteva riporre alcuni piccoli attrezzi per la pausa, come i coltellini che servivano a creare “i friscaletti”, i piccoli strumenti a fiato del folclore musicale, oppure il pranzo. In seguito, con il passare delle epoche, i calzoni si allungarono, le giacche si accomodarono al corpo e stoffa e colore iniziarono ad essere associati all’appartenenza sociale.