Le tradizioni nel mondo: diversità e uguaglianze

articolo le tradizioni popolari ed il il mondo giovanile

« Le storie antiche sono, o sembrano, arbitrarie, prive di senso, assurde, eppure a quanto pare si ritrovano in tutto il mondo. Una creazione “fantastica” nata dalla mente in determinato luogo sarebbe unica, non la ritroveremmo identica in un luogo del tutto diverso ».

(C. Lévi-Strauss)

 

Secondo Lévi-Strauss teorico dello strutturalismo, esistono “diversità” fra il racconto mitico e quello storiografico, asserendo tuttavia che in questi racconti esiste anche una sorta di “continuità”.

 

I racconti mitici che sono o appaiono racconti privi di senso e talvolta assurdi, risultano essere in effetti «sistemi chiusi» di pensiero «che possiedono identiche strutture formali di base e contenuti variabili».

 

Le tradizioni nel mondo in fondo non sono poi così differenti, mantengono infatti una stessa identica sostanza: le usanze, nella maggior parte dei casi, sono legate agli eventi religiosi, oppure ai momenti particolari della vita delle persone, come il matrimonio, la nascita o la morte.

Dunque se è la sostanza ad essere mantenuta, sarà la forma ad assumere su di sé la particolarità e la diversità dei costumi di ogni popolo del mondo.

L’attività folklorica promossa dai vari gruppi folk presenti su territorio nazionale e internazionale, e nella fattispecie agrigentina, ha non solo l’onere ma anche l’onore di ricevere e trasmettere nel mondo la cultura popolare delle antiche tradizioni.

I viaggi e le varie esperienze all’estero danno la possibilità difatti di allargare i propri orizzonti e di conoscere le diverse manifestazioni culturali che un popolo “diverso” dal nostro, legato alla terra da cui ha avuto origine, sa raccontare.

festival bambini del mondo gruppo folkloristico gergent

Moltissime nel corso degli anni le tournée all’estero del gruppo folkloristico Gergent e tantissimi, naturalmente, gli insegnamenti tratti.

Europa, Asia, America, Africa: Occidente e Oriente sono le due facce della stessa medaglia, un unico globo terrestre che gira sempre su se stesso.

Si dice che ogni mondo è paese, ed in ogni città, in ogni piccola comunità è possibile ritrovare qualcosa di unico e al contempo simile al tuo piccolo mondo.

Le spezie, i profumi, i tessuti, i racconti, i balli, le canzoni hanno in sé l’unione e l’amore di un popolo in continua ricerca di se stesso e delle sue primitive origini.

Il folklore non conosce distinzioni di razza, di religione, di sesso ma solo la passione travolgente di un sorriso, di una carezza, di un bacio, il sale che dona gusto alle differenze.

festival bambini del mondo gruppo folkloristico gergent al tempio della concordia ad agrigentoOgni anno la festa del mandorlo in fiore, oramai giunta alla sua 73° edizione, si propone come audace messaggero di pace e fratellanza in un mondo che è sempre più dilaniato e lacerato dalle guerre fisiche e morali, dalle incomprensioni, dalle brutture dell’animo umano, dai pregiudizi che spesso finiscono per diventare spessi come muri e pesanti come macigni.

Dietro un’origine si nasconde una storia, prende forma il ramificarsi di un’identità, una traccia dell’essere che permette di distinguere un individuo, un gruppo, una cultura, apparentemente differente ma in fondo uguale.

Se viaggiare è il modo più naturale per immergersi nei costumi di altri paesi, accogliere e personalizzare le diverse tradizioni è uno dei tanti modi per presentare ai noi stessi, realtà differenti dalla nostra.

Una festività speciale, un’usanza, permettono di scoprire in modo divertente affinità e disuguaglianze tra popoli, insegnando a conoscere meglio l’amico straniero, il vicino di casa, il compagno di scuola, facendoci sentire più vicini e meno distanti.

Fare parte dell’associazione culturale Gergent significa anche questo: imparare a conoscere e ad apprezzare quanto di diverso appare ai tuoi occhi, ai tuoi gusti, ai tuoi gesti; capendo che in realtà esiste altro ma che si trova semplicemente al di fuori del tuo confine, confine che tu stesso inconsapevolmente hai creato e forse un po’ cercato.

Il Gruppo folklorico Gergent partecipando ai vari festival internazionali e locali, è inequivocabilmente portato ad interagire ed a colloquiare con gli altri gruppi stranieri partecipanti e provenienti da ogni parte (Polonia, Russia, Messico, Portogallo, Ucraina, India, Giappone, Corea del sud, e così via) per cui non poche sono e sono state le varie usanze apprese nel corso degli anni.

Per riportarne alcune ricordiamo ad esempio la festa di Primavera festeggiata in Romania ogni anno nel periodo di marzo, in cui viene regalato un dono a chi si ama, agli amici e ai parenti lontani, un’usanza che muta nel tempo ma sopravvive alle guerre, alle emigrazioni, ai muri.

Il Martisor così viene chiamato il dono elargito; un ciondolo che contiene un fiore ed è legato secondo la tradizione ad un cordoncino intrecciato rosso e bianco.

Altro esempio è quello di una tradizione vietnamita, molto insolita ai nostri occhi, legata alla nascita laddove si usa rivolgersi al bambino con aggettivi dispregiativi come “brutto” o “rospo” perché si crede che gli spiriti maligni perseguitino i bambini più belli.

In Ucraina, il Natale sembra ricordare quasi la festa di Halloween, i tradizionali alberi infatti vengono addobbati con ragnatele di carta, plastica o metallo; in ricordo di un passato dove la miseria era predominante, ed i poveri, che non si potevano permettere gli addobbi, decoravano così gli alberi di Natale.

Ancora, un’usanza coreana vuole che, per rendere il nubendo più forte la prima notte di nozze, gli amici dello sposo dopo la cerimonia si tolgano i calzini e pestino con le piante dei piedi dei corvina gialli essiccati, che sono un tipo di pesce.

Il significato dietro questo rituale sarebbe che il pesce dovrebbe infondere al novello marito intelligenza e forza, che gli saranno poi utili nel matrimonio, e le frustate indice di incoraggiamento ad adempiere ai propri doveri coniugali la prima notte di nozze.

Molte e soprattutto diverse le tradizioni del mondo che sicuramente, come abbiamo detto inizialmente, conservano alla base una identica struttura cambiandone, in sostanza, semplicemente la forma.

Vogliosi e speranzosi di un futuro migliore ci auguriamo che il folklore, sale dei popoli, incrementi la voglia e lo spirito di unione, di integrazione, di conoscenza, portando alti i valori dell’amore, della solidarietà, della pace nel mondo.

Nata ad Agrigento il 10 ottobre 1991. Ha frequentato il Liceo scientifico E. Majorana di Agrigento; ha conseguito la Laurea triennale in Lettere moderne presso Università degli studi di Palermo; sta conseguendo la laurea magistrale in Filologia moderna ed Italianistica presso Università degli studi di Palermo. Componente dell’Associazione Culturale Gergent dal 2001, promoter della pagina Facebook ed Instagram del gruppo folkloristico Gergent di Agrigento.

La Mandorla: Miti, Leggende, Magia E Folklore

La mandorla è il simbolo della nascita e della resurrezione: infatti essendo il mandorlo il primo albero a sbocciare in primavera simboleggia la rinascita della natura, il suo rinnovarsi dopo la morte invernale.

Essa è molto ricca di significati esoterici, è il segreto che si svela rompendo il guscio, che protegge il seme.

Essendo nascosta, rappresenta l’essenza spirituale, la saggezza, la sapienza. Infatti in alcuni riti sacri si prescrive di nutrirsene.

Avendo una forma ovoidale, essa è collegata alla matrice, come simbolo di fecondità e di nascita primordiale dell’universo e, in alcune civiltà, alla Magna Mater (Grande Madre).

Rappresenta un spazio chiuso, protetto, e delimita lo spazio sacro separandolo dallo spazio profano: protettrice che separa il puro, l’originario, dall’impuro.

La vescica piscis, che richiama la mandorla, era un simbolo già noto in India, nell’antica Mesopotamia, in Africa e nelle civiltà asiatiche, ma si diffuse ampiamente soprattutto nel contesto cristiano, mediante l’associazione della figura del pesce a Cristo.

Per tutti questi significati simbolici la mandorla è stata collegata a numerosi miti e leggende, ha. diffuso parole sacre, cultura e folclore, che affondano le radici in tempi lontani nell’area geografica a clima mediterraneo in cui la pianta è coltivata.

Essa è in relazione con particolari divinità antiche, per esempio, nel mito di Attis, la madre Nana concepisce il dio mettendosi in seno una mandorla; nella mitologia greca, essa è il simbolo di Era; noto è anche il mito di Acamante e Fillide.

La fioritura precoce sul ramo di mandorlo appare come un segnale di rinascita al profeta Geremia, nella Bibbia; nell’Esodo, Dio indica a Mosè di prenderne i fiori a modello per forgiare l’oro con il martello in modo da ottenere l’antico candelabro ebraico (Menorah) a sette bracci.

Nel testo biblico dell’Ecclesiaste, i fiori di mandorlo sono l’emblema di quanto la vita scorra velocemente fino all’invecchiamento: entro poco più di una settimana mutano di tonalità dal bianco rosato al bianco candido prima di cadere dai rami.

Antichi riti di magia venivano praticati durante il Medioevo, in cui la mandorla era uno degli ingredienti usati per fantomatici filtri d’amore e persino per pozioni afrodisiache; inoltre era frequente ridurla in poltiglia e mescolarla con olii profumati, tanto da essere utilizzata come base per creme da applicare sul corpo di giovani fanciulle in età da marito, ciò perché i fiori di mandorlo sbocciavano nella stagione considerata propizia per i fidanzamenti.

Anche nel folklore i fiori di mandorlo sono importanti. Alle tradizioni folcloristiche della Spagna appartiene una leggenda araba secondo la quale il califfo musulmano Abd al-Rahman III fece piantare dei mandorli sulle colline attorno al suo palazzo nel villaggio di Madinat-al-Zahra, vicino Cordova.

Voleva restituire il sorriso all’amata moglie Azahara, che soffriva di nostalgia, alla vista dei fiori bianchi assomiglianti al candido manto di neve della Sierra Nevada, che lei un tempo poteva ammirare dalla propria abitazione a Granada.

In Germania vi sono numerose iniziative dirette a promuovere la pianta di mandorlo.

Nella regione del Palatinato è famosissima la “Sagra dei Fiori di Mandorlo” (Gimmeldingen Mandelblütenfest), organizzata a ricorrenza annuale dal 1935, tra la metà di marzo e l’inizio di aprile, nel villaggio di Gimmeldingen, dove i visitatori passeggiano lungo un percorso dedicato alle mandorle, gustando biscotti a forma di questo fiore decorato con glassa rosa; vi è pure l’elezione della “Reginetta dei fiori di mandorlo” dell’anno.

Nel sud del Marocco viene organizzato ogni anno nel mese di febbraio il “Festival del Fiore di Mandorlo”, in cui musicisti, ballerini e cantastorie allietano per l’occasione il villaggio di Tafraoute, tra le montagne Anti-Atlas, al centro della Valle Ameln, famosa per la produzione di mandorle.

Nel nord dell’India, da prima del XIV secolo, tra marzo e aprile, una folla di persone arrivava a Srinagar da tutta la valle del Kashmir per vedere lo spettacolo del giardino storico “Badamwari” (Alcova di mandorle) con i fiori di mandorlo sbocciati appena scomparso il gelo dell’inverno; per l’occasione venivano anche organizzati spettacoli culturali e festival.

Denise Inguanta gestisce il blog “Lettera D”. Il mondo della comunicazione è il suo regno: infatti, oltre ad essere una copywriter, è conduttrice televisiva e radiofonica e redattrice in diverse testate giornalistiche.

Il mito del mandorlo in fiore

La nascita dell’albero del mandorlo, simbolo per eccellenza della festa del mandorlo in fiore, è legata ad un mito (di cui esistono diverse varianti).

Il mito in questione è quello legato alla storia d’amore di Fillide e Acamante.

 

acamante abbraccia fillide sergio criminisiQuest’ultimo era un eroe greco, che fu coinvolto nella guerra di Troia, e Fillide era sua moglie, nonché principessa.

Dopo tanti anni di guerra, Fillide, non vedendo tornare il proprio amato, si lasciò morire dal dolore.

La dea Atena, impietosita da questa struggente storia d’amore, decise di tramutare la donna nell’albero del mandorlo.

 

L’amato, venuta a sapere la notizia, si recò presso il luogo dove si trovava l’ormai amata/albero e l’abbracciò.

Da questo abbraccio iniziarono a sbocciare dall’albero dei piccoli fiori bianchi, segno dell’eterno amore della coppia.

Ma che ruolo ha il “mito” nella storia e nella psiche dell’uomo?

 

Sicuramente un grande merito nello studio del mito come elemento fondante la psiche umana è affidato a Carl Gustav Jung (Kesswil, 26 luglio 1875 – Küsnacht, 6 giugno 1961) psichiatra, psicoanalista, antropologo e filosofo svizzero.

Secondo l’Autore, l’uomo ritrova il suo Sé attraverso il mito.

Questo, infatti, offre la possibilità di riconnettersi alle origini ancestrali, e quindi all’inconscio collettivo.

Questo è diverso da quello personale e soggettivo promulgato da Freud.

Infatti l’inconscio collettivo ha la caratteristica di essere comune a tutti gli uomini e a sua volta deriva dai loro antenati comuni.

Si può ben dire che il mito ha svolto, e continua a svolgere, un ruolo fondamentale e “necessario” per la psiche umana.

Attraverso la narrazione di storie di “fantasia” si esorcizzano paure ancestrali dell’essere umano e si ha la possibilità di integrare parti del proprio Sé che altrimenti rimarrebbero scisse.

L’etimologia della parola “mito” deriva dal greco mythos che vuol dire discorso, narrazione. Il mito è una narrazione o una favola che ha a che fare con i tempi antichi, con l’origine degli dei e del rapporto di questi con gli uomini.

Il mito è nato come tentativo di spiegare la realtà, di trovare risposte a domande importanti, soprattutto nei tempi antichi.

Dietro il racconto fantastico, e a volte sovrannaturale, si celano aspetti della realtà difficili da “narrare”.

E’ come se attraverso il mito l’uomo si sia dato la possibilità di “narrare a se stesso”.

Un altro aspetto importante del mito è la possibilità di fornirci informazioni sulla cultura e gli usi di un tempo.

Riprendendo il mito dell’albero del mandorlo si può notare la forza dell’amore e la visione estetica per il bello.

L’amore di una coppia che si tramuta in un albero dai fiorellini bianchi e candidi e che la cui fioritura ci ricorda la speranza della nuova primavera che arriva, la vita che nasce.

Non a caso l’albero del mandorlo è uno tra i primi alberi a fiorire in primavera.

L’amore vince sempre, può cambiare forma (albero) ma continua a vivere in eterno.

Il mito ha anche un altro aspetto, non ultimo per importanza, quello religioso e/o spirituale.

Spesso nelle storie interviene un essere sovrannaturale, come nel caso del mito preso in considerazione.

La dea Atena, impietosita dalla storia, aiuta i due amanti.

La pietà (dal latino: pietās) è un sentimento che induce amore, compassione e rispetto per le altre persone, e la dea in questo diventa più “umana”, avvicinandosi al “sentire umano”.

Curiosità: in Germania esiste una festa molto famosa “Das Mandelblüten-Fest” (Sagra dei fiori di mandorlo). Il festival dei fiori di mandorlo di Gimmeldinger si svolge ogni primavera nel villaggio vinicolo di Gimmeldingen, un quartiere di Neustadt nella Weinstrasse (strada del vino).

La festa del vino con l’esclusiva attenzione al fiore del mandorlo, è la più antica del suo genere e apre la stagione dei festival del vino in Germania.

Mi chiamo Maria Sorce, ma tutti mi chiamano Maryjo, sono una psicologa italiana e psicoterapeuta in formazione. Da poco emigrata in Germania, svolgo attività libero-professionale a Monaco di Baviera e mi occupo principalmente di Italiani emigrati all’estero. Il mio motto? “Praticate gentilezza a casaccio, e atti di bellezza privi di senso”.

Lupulù: Il ballo dei pastori

gruppo folkloristico gergent che balla il lupulùI pastori, in Sicilia, sono stati sempre oggetto di un’innumerevole serie di raffigurazioni simboliche; coinvolti nella maggior parte dei casi come protagonisti di vicende mitologiche e leggendarie.

 

Con Teocrito, poeta della scuola alessandrina (310-250 a.C.), originario di Siracusa, nacque, com’è noto, il genere poetico-bucolico.

 

Nei suoi Idilli, epigrammi e carmi, rappresentò i pastori, i bovari e i mandriani della sua patria, la Sicilia.

In realtà il genere bucolico, vantava un’origine ben più antica, in quanto già il poeta Stesicoro, tre secoli prima, aveva narrato in un canto corale la storia del mitico Dafni.

Questi, pastore siciliano, figlio di Ermes e di una ninfa, nato in un bosco di alloro e allevato dalle Muse, istruito nel suono della zampogna dal dio Pan, si guadagnò coi canti bucolici e con la sua bellezza il cuore delle ninfe e delle altre divinità agresti, ma per non aver tenuto fede all’amore giurato alla ninfa Naide, fu poi accecato dagli dèi.

Non trovando più conforto nel suono e nella poesia, Dafni si uccise gettandosi da una rupe; il padre Ermes lo accolse in cielo e da allora fu venerato come divinità dei pastori.

Lo stesso Polifemo, il più celebre dei Ciclopi, figlio di Poseidone e della ninfa Toosa, appare essere un pastore: egli dimora infatti in una caverna nell’isola dei Ciclopi (la Sicilia), in cui alleva i suoi armenti.

Anche lo stratagemma escogitato da Ulisse per uscire dalla spelonca della quale il ciclope sorveglia l’ingresso, ostruito da un enorme macigno, volge a proprio vantaggio l’attività pastorale di Polifemo: presi, senza far rumore, i più grossi montoni e legatili con vimini, tre per tre, l’eroe fa aggrappare alle lane del ventre di quello di mezzo ciascuno dei suoi compagni e i Greci possono così salvarsi uscendo al mattino nascosti sotto le pance villose degli arieti.

Fu però a partire da Teocrito che si gettarono le basi di un vero e proprio modello poetico, da cui poi si alimenteranno nel corso dei secoli i titoli pastorali nobilitati nelle diverse espressioni d’arte (letteratura, pittura, musica), ad incominciare da Virgilio con le Bucoliche.

L’opera del Siracusano, al di la dell’indubbia valenza letteraria, ci consente di scoprire uno “sguardo etnografico” dell’opera.

 

E così, dai testi poetici ecco riemergere, il livello più arcaico della condizione di vita pastorale siciliana, dunque, il paesaggio naturale delle origini e, assieme ad esso, forme di cultura materiale ed immateriale, incredibilmente e sostanzialmente replicate, da padre in figlio, nei secoli, integre ed eguali a se stesse fino ai giorni nostri.

Un patrimonio culturale di assoluto interesse, dunque, quello pastorale siciliano, che è sia di natura tangibile ma anche di natura intangibile.

Più specificamente, si tratta, di un repertorio oggettuale, funzionale e legato ai bisogni quotidiani della pratica pastorale.

A dare ulteriore credibilità a questa tesi, le tracce di antica memoria rituale e cerimoniale, che è possibile scorgere, più in particolare, nei manufatti lignei (bastoni, collari, cucchiai, etc) e negli aerofoni pastorali (flauti, ance e zampogne).

Questo ricco strumentario, rimanda per affinità stilistiche e performative alle antiche culture del Mediterraneo, a quella cicladica, minoica e micenea, e naturalmente alla “dominante greca”.

Sul tema delle leggende, si può far riferimento alle innumerevoli credenze sulle trovature, o tesori nascosti, oltremodo diffusi nel folklore siciliano, la cui origine e pressoché unicamente pastorale.

Per quanto attiene infine gli eventi rituali, basterà qui menzionare le sacre rappresentazioni legate al tema della Natività, in cui i pastori giocano un ruolo fondamentale, l’annunciazione alle genti della venuta del Salvatore.

Secondo quanto apprendiamo dalla raccolta “Usi e costumi” di Giuseppe Pitrè, l’indumento più semplice, in assoluto, era quello dei pastori, indossato durante la pioggia o in caso di cattivo tempo, quando erano intenti a guardare i greggi.

Ci dice sempre G. Pitrè, che era composto da una giubba “giubbini” e dai calzoni “vrachi” formati con pelli di capra. Di pelle d’animale erano poi rivestiti anche i piedi, da questo dipende il nome delle calzature: scarpe di pilu.

Composte da un pezzo di cuoio ripiegato in punta e fermato da piccole corregge al collo del piede, rimanendo scoperto il dorso.

Questa forma di calzature era molto adoperata sia dai pastori che dai contadini.

Affascinato da questo antico mondo, l’allora presidente Claudio Criscenzo ideò una danza che ritraesse appunto quell’affascinante e remota atmosfera, quanto presente e mai tramontata realtà agreste.

Il “Lupulù” o “Jolla di picurara” è infatti, un’antichissima danza di pecorai, originaria delle campagne, tra Favara e Racalmuto, che grazie alla ricerca e allo studio, egli seppe recuperare e fare propria. Il ballo chiamato anche “ballo dei bastoni”, vuole rappresentare l’ancestrale mondo del territorio agrigentino, legato alle antiche tradizioni agresti e sopravvissuto fino alla metà del ‘900.

Attraverso le svariate figure coreografiche viene raccontata la figura dei pastori e soprattutto la loro forza e possanza fisica.

 

Quando la musica inizia ad assumere il movimento di una tarantella molto lenta, il ballerino/pastore chiama a raccolta gli altri pastori/ballerini, iniziando così ad eseguire insieme al bastone, elemento fondamentale del ballo, una serie di scene che, attraverso le predominante figura del cerchio, raccontano con maestria il “Lupulù”, quale espressione viva e tangibile di un mondo che speriamo non tramonti mai.

 

Questo antico ballo veniva svolto dai pecorai per propiziarsi il volere degli dei, affinché il lavoro fosse redditizio e non troppo faticoso.

Ad un certo punto, il suono del tamburo insieme a quello del friscaletto, della chitarra e della fisarmonica, lasciano spazio al ritmo incessante e martellante del bastone che, prima lentamente e poi sempre più veloce, diventa il vero protagonista sulla scena.

Irrompono l’impeto e il vigore dell’uomo “pastore” che, per ottenere il predominio sull’altro, inizia a litigare, attaccando e difendendosi dal suo omonimo con l’ausilio del bastone.

Inizia così una personale lotta con ciascuno dei pecorai, soltanto alla fine dei duelli, verrà riconosciuto il potere ad uno solo che prenderà così il sopravvento ristabilendo l’ordine generale tra i suoi compagni.

La danza è, se vogliamo, atipica rispetto ad altre della tradizione agrigentina, giacché viene eseguita dai soli ballerini e non dalle donne, che difatti non sono mai presenti sulla scena.

 

Come si evince dal nome del ballo o ancora dall’uso spropositato che se ne fa, elemento predominante è sicuramente il bastone, che viene mostrato con fierezza dai ballerini/pecorai, i quali con mimica grottesca e pesanti movenze lo utilizzano per divertirsi e litigare tra di loro nelle ore di riposo.

Ricordiamo infine che per il pastore, il bastone “u vastuni” era, ed è tutt’ora: compagno, arma di difesa e attrezzo da lavoro.

Nata ad Agrigento il 10 ottobre 1991. Ha frequentato il Liceo scientifico E. Majorana di Agrigento; ha conseguito la Laurea triennale in Lettere moderne presso Università degli studi di Palermo; sta conseguendo la laurea magistrale in Filologia moderna ed Italianistica presso Università degli studi di Palermo. Componente dell’Associazione Culturale Gergent dal 2001, promoter della pagina Facebook ed Instagram del gruppo folkloristico Gergent di Agrigento.

La Mandorla: Miti, Leggende, Magia E Folklore

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La mandorla è il simbolo della nascita e della resurrezione: infatti essendo il mandorlo il primo albero a sbocciare in primavera simboleggia la rinascita della natura, il suo rinnovarsi dopo la morte invernale.

 

Essa è molto ricca di significati esoterici, è il segreto che si svela rompendo il guscio, che protegge il seme.

 

Essendo nascosta, rappresenta l’essenza spirituale, la saggezza, la sapienza.

Infatti in alcuni riti sacri si prescrive di nutrirsene.

Avendo una forma ovoidale, essa è collegata alla matrice, come simbolo di fecondità e di nascita primordiale dell’universo e, in alcune civiltà, alla Magna Mater (Grande Madre).

Rappresenta un spazio chiuso, protetto, e delimita lo spazio sacro separandolo dallo spazio profano: protettrice che separa il puro, l’originario, dall’impuro. La vescica piscis, che richiama la mandorla, era un simbolo già noto in India, nell’antica Mesopotamia, in Africa e nelle civiltà asiatiche, ma si diffuse ampiamente soprattutto nel contesto cristiano, mediante l’associazione della figura del pesce a Cristo.

Per tutti questi significati simbolici la mandorla è stata collegata a numerosi miti e leggende, ha. diffuso parole sacre, cultura e folclore, che affondano le radici in tempi lontani nell’area geografica a clima mediterraneo in cui la pianta è coltivata.

 

Tempio di Era ad Agrigento / Di © José Luiz Bernardes Ribeiro /, CC BY-SA 4.0

Essa è in relazione con particolari divinità antiche, per esempio, nel mito di Attis, la madre Nana concepisce il dio mettendosi in seno una mandorla; nella mitologia greca, essa è il simbolo di Era; noto è anche il mito di Acamante e Fillide.

La fioritura precoce sul ramo di mandorlo appare come un segnale di rinascita al profeta Geremia, nella Bibbia; nell’Esodo, Dio indica a Mosè di prenderne i fiori a modello per forgiare l’oro con il martello in modo da ottenere l’antico candelabro ebraico (Menorah) a sette bracci.

Il profeta Geremia - Michelangelo, volta della Cappella Sistina
Il profeta Geremia – Michelangelo, volta della Cappella Sistina

Nel testo biblico dell’Ecclesiaste, i fiori di mandorlo sono l’emblema di quanto la vita scorra velocemente fino all’invecchiamento: entro poco più di una settimana mutano di tonalità dal bianco rosato al bianco candido prima di cadere dai rami.

Antichi riti di magia venivano praticati durante il Medioevo, in cui la mandorla era uno degli ingredienti usati per fantomatici filtri d’amore e persino per pozioni afrodisiache; inoltre era frequente ridurla in poltiglia e mescolarla con olii profumati, tanto da essere utilizzata come base per creme da applicare sul corpo di giovani fanciulle in età da marito, ciò perché i fiori di mandorlo sbocciavano nella stagione considerata propizia per i fidanzamenti.

 

Anche nel folklore i fiori di mandorlo sono importanti.

 

Alle tradizioni folcloristiche della Spagna appartiene una leggenda araba secondo la quale il califfo musulmano Abd al-Rahman III fece piantare dei mandorli sulle colline attorno al suo palazzo nel villaggio di Madinat-al-Zahra, vicino Cordova.

Voleva restituire il sorriso all’amata moglie Azahara, che soffriva di nostalgia, alla vista dei fiori bianchi assomiglianti al candido manto di neve della Sierra Nevada, che lei un tempo poteva ammirare dalla propria abitazione a Granada.

 

In Germania vi sono numerose iniziative dirette a promuovere la pianta di mandorlo.

 

Nella regione del Palatinato è famosissima la “Sagra dei Fiori di Mandorlo” (Gimmeldingen Mandelblütenfest), organizzata a ricorrenza annuale dal 1935, tra la metà di marzo e l’inizio di aprile, nel villaggio di Gimmeldingen, dove i visitatori passeggiano lungo un percorso dedicato alle mandorle, gustando biscotti a forma di questo fiore decorato con glassa rosa; vi è pure l’elezione della “Reginetta dei fiori di mandorlo” dell’anno.

 

Nel sud del Marocco viene organizzato ogni anno nel mese di febbraio il “Festival del Fiore di Mandorlo”, in cui musicisti, ballerini e cantastorie allietano per l’occasione il villaggio di Tafraoute, tra le montagne Anti-Atlas, al centro della Valle Ameln, famosa per la produzione di mandorle.

Nel nord dell’India, da prima del XIV secolo, tra marzo e aprile, una folla di persone arrivava a Srinagar da tutta la valle del Kashmir per vedere lo spettacolo del giardino storico “Badamwari” (Alcova di mandorle) con i fiori di mandorlo sbocciati appena scomparso il gelo dell’inverno; per l’occasione venivano anche organizzati spettacoli culturali e festival.

Denise Inguanta gestisce il blog “Lettera D”. Il mondo della comunicazione è il suo regno: infatti, oltre ad essere una copywriter, è conduttrice televisiva e radiofonica e redattrice in diverse testate giornalistiche.

Ospitalità, un principio caro a Zeus ed agli Agrigentini

Andrea Appiani (circle) Jupiter und Merkur bei Philemon und BaucisTra le qualità possedute dagli agrigentini senza dubbio una delle più note è l’ospitalità.

Il calore verso chi proviene da altri posti accomuna tutti i siciliani, ma gli agrigentini nell’aprire le porte di casa agli ospiti sono davvero straordinari.

La premura con cui ogni “giurgintano” si prodiga ad aiutare chi è nuovo del posto è notevole già dalla cura con cui ci si mette a disposizione quando si incontra qualcuno che è in cerca di una via o di un albergo; ecco che subito vedi l’agrigentino cercare di farsi capire dallo straniero di turno, improvvisando un inglese scolastico e forse un po’ gesticolato.

Che tu sia un turista italiano o straniero non resterai mai senza l’informazione desiderata perché troverai sempre una persona premurosa pronta a donarti la sua ospitalità fino al punto di accompagnarti all’ingresso del posto desiderato.

Un altro esempio di ospitalità è possibile ritrovarlo nella cura con cui gli agrigentini sono soliti mettere a disposizione le proprie case agli ospiti, anche se si tratta di persone con le quali non si hanno stretti rapporti di amicizia o parentela.

Si parte dai cibi gustosi e abbondanti, preparati secondo le tipiche ricette locali, fino ad arrivare alle profumatissime lenzuola, che odorano di bucato, messe a disposizione dai padroni di casa.

Gli agrigentini hanno fatto loro il principio dell’ospitalità caro a Zeus, noto anche grazie al mito di Filemone e Bauci, narrato nelle “Metamorfosi” di Ovidio.

Si narra che Zeus, sceso sulla terra insieme al figlio Ermes con l’aspetto di poveri mortali, si vide rifiutato dagli abitanti del luogo. Soltanto due anziani coniugi, Filemone e Bauci, che vivevano in una misera casa, diedero loro generosa accoglienza, mettendo a disposizione tutto quello che avevano.

Zeus, riacquistato insieme al figlio l’aspetto da divinità, punì gli abitanti della città, colpevoli di non avere onorato il principio dell’ospitalità, sommergendo tutto con le acque.

Ma Zeus salvò i due coniugi e trasformò la vecchia capanna in un tempio.

Inoltre concesse loro di morire nello stesso momento per non vedere la morte dell’altro coniuge; alla loro morte Filemone fu trasformato in quercia e Bauci in tiglio.

Denise Inguanta gestisce il blog “Lettera D”. Il mondo della comunicazione è il suo regno: infatti, oltre ad essere una copywriter, è conduttrice televisiva e radiofonica e redattrice in diverse testate giornalistiche.

Il Mito del Mandorlo in Fiore: Acamante e Fillide

Edward Burne-Jones - Phyllis and Demophoon - Google Art Project
Edward Burne-Jones – Phyllis and Demophoon

Oggi vorrei narrarvi la storia dell’albero di mandorlo, quell’albero che, insieme all’omonima festa, ha sempre rallegrato il mio cuore ed i miei occhi ogni volta che lo vedo fiorito nella bella Valle dei Templi, ad Agrigento.

Secondo il mito narrato dal bardo cieco, l’albero esiste come atto di compassione della dea Atena verso uno sfortunato amore.

Se andiamo a cercare in uno di quei bellissimi e polverosi volumi di mitologia, troveremo la storia della passione tra due sfortunati amanti: la bella Fillide ed il valoroso Acamante.

Si tratta di una vicenda tra le più commoventi che la mitologia greca ci tramanda, ricca di pathos ma anche di delicatezza e speranza verso il futuro.

Acamante parte per la guerra, la guerra di Troia; durante il viaggio si trova a sostare per qualche giorno in Tracia.

Durante la sosta, Acamante, figlio di Fedra e Teseo, conosce la bellissima principessa tracia Fillide e, come nella migliore tradizione mitologica e romantica, tra i due nasce un amore delicato e sconvolgente.

Tuttavia le Parche, che tutto filano, hanno in serbo per i due un diverso destino: Acamante deve riprendere il suo viaggio verso la città di Troia e qui rimane per i dieci lunghi anni della guerra a lottare e guerreggiare.

Fillide aspetta l’amato per tutto questo tempo e, non vedendolo arrivare ne avendo sue notizie, muore di dolore.

La bella e sfortunata storia d’amore non sfugge agli occhi della dea Atena, che decide di regalare una sorta di immortalità a Fillide, trasformandola in un albero di mandorlo.

Acamante, finalmente di ritorno dalla guerra, alla fine dell’inverno ritorna in Tracia per incontrare Fillide e qui apprende il destino che le è toccato in sua assenza: egli è distrutto dal dolore e decide di recarsi a trovare l’albero per piangere la sua bella.

Giunto all’albero, Acamante lo abbraccia e qui avviene il miracolo: l’albero, che era stata Fillide, fiorisce regalando all’amato i suoi delicati fiori di quel bel colore bianco e leggermente venato di violetto che sono caratteristici.

Come insegna il saggio Platone, i miti sono come ombre che vengono proiettate a noi, che siamo imprigionati in una caverna, per cui riusciamo a coglierne solo il riflesso.

La fioritura di quest’albero avviene già nel tardo inverno e precede la stessa primavera.

L’albero è il primo a sbocciare e, i suoi fiori sono considerati un simbolo di speranza e delicatezza.

Da sempre appassionato di tecnologia non ho mai smesso di credere nell’open-source e nella condivisione della conoscenza. Laureato in ingegneria civile per un errore di gioventù ed utilizzatore di Linux dal 1998 (la prima distrubuzione era una Slackware… e la prima non si scorda mai 🙂 )