Carciofi alla siciliana o ripieni

Questa ricetta è antica, ed è anche una alla quale sono più affezionata.

Questo deriva dal ricordo olfattivo particolarmente tipico emanato dalla pentola che borbotta nei mesi invernali, e sparge calore e il tipico odore rinfrescante del carciofo.

 

Il ricordo è particolarmente piacevole anche per il modo particolare di mangiare questa antichissima verdura, che è una delle più ricche di vitamine calcio e fibre, insomma come diceva la nonna “mangia che ti fa bene” e in questo caso è proprio vero.

Il mangiare carciofi è un rito e lo si compie con le mani: ognuno riceve sul suo piatto una di queste multifoglie che sembra floreale, si comincia a mangiare staccando dall’esterno fino al cuore ogni foglia e rosicchiandola con i denti dalla base fino a che non si incontra la parte più dura.

A metà la struttura del carciofo smette di reggere, e allora si prende delicatamente il ripieno e lo si mette da parte, perché si lascia per ultimo.

Si continua con le foglie tenerelle al centro del carciofo e poi si mangia il cuore: dolcissimo e profumatissimo.

Infine si mangia il ripieno, saporitissimo ed in contrasto col dolce del cuore: un’esplosione di sapori.

Così mi hanno insegnato a mangiarlo da bambina e così lo si mangia ancora a casa mia, dove siamo tutti un po’ bambini.

 

Tempo di preparazione: 40 Minuti
Tempo di cottura: 60 minuti
Tempo totale: 100 minuti

 

Ingredienti per 4 persone

  • 8 Carciofi
  • Il succo di 2 limoni
  • 250 Grammi di pangrattato
  • 50 Grammi di pecorino grattugiato
  • Una manciata di prezzemolo tritato
  • 50 Grammi di pinoli
  • 1 Uovo
  • Olio extravergine d’oliva, sale e pepe quanto basta

 

Preparazione

Pulite i carciofi, levando le prime foglie e tagliando ogni gambo in modo che ogni carciofo possa star dritto nel tegame. Togliere le punte spinose tagliando il carciofo fino a trequarti. Lavate i carciofi e metteteli a bagno in acqua e limone.

In una ciotola mescolare bene il pangrattato con il formaggio grattugiato (in alternativa potete usare il parmigiano), i pinoli e con un trito di prezzemolo e aglio.

Aggiungere il sale e il pepe ed irrorare con un filo d’olio; aggiungere l’uovo mescolando il tutto.

Scolate i carciofi dal bagno nell’acqua diventata ormai acidula e aprirteli al centro spingendoli o con le mani o aiutandovi con l’angolo di un tavolo in modo da allargare le foglie centrali.

Riempire i carciofi, foglia per foglia, con il composto.

Metterli l’uno accanto all’altro, ben stretti, in un tegame con un po’ di acqua.

Mi raccomando i carciofi non devono essere completamente ricoperti di acqua, quindi l’acqua va aggiunta dopo aver posizionato i carciofi belli stretti (per riempire il vuoto si usano spesso patate e o uova), quindi bisogna versare acqua fino ai trequarti delle foglie esterne.

Insaporite l’acqua con del sale e un po’ d’olio.

Anche sulla testa dei carciofi ripieni mettete un bel filo di olio.

Chiudete la pentola è metteteli sul fuoco per circa un ora.

Vi accorgete che i carciofi sono pronti quando le foglie esterne diventano più morbide e quindi si staccano più facilmente dalla base (ma non fate troppi assagini 😉 ).

“La Mennulara” di Simonetta Agnello Hornby

"La Mennulara" di Simonetta Agnello HornbyQuesto romanzo è stato il fortunato esordio per la famosa autrice siciliana Simonetta Agnello Hornby e l’inizio di una lunga serie di successi letterari.

Si presenta fin dalle prime pagine come una storia intrigante e complessa, con allo sfondo una Sicilia divisa tra sentimenti arcaici e la rincorsa alla ricchezza.

Il racconto inizia il 23 settembre 1963, giorno della morte di Rosalia Inzerillo, conosciuta da tutti come la “Mennulara”, per essere stata da giovane una raccoglitrice di mandorle.

La Mennulara, Mennù per la famiglia Alfallipe dove inizia a lavorare come domestica all’età di 13 anni, ma che ben presto, si aggiudica un ruolo ben più importante di quello di semplice cameriera, in quanto, grazie alla sua brillante intelligenza, diventa l’amministratrice di tutti i beni della famiglia, salvandola da un sicuro fallimento dovuto alla disorganizzazione amministrativa del capo famiglia, Orazio.

Senza di lei, Orazio Alfallipe avrebbe dissipato proprietà e rendite.

Senza di lei, Adriana Alfallipe, alla morte del marito, sarebbe rimasta sola in un palazzo enorme e senza di lei, i loro figli, Gianni, Lilla e Carmela, sarebbero cresciuti senza futuro.

Pur essendo semi analfabeta, leggendo e scrivendo in modo incerto, era comunque estremamente abile nei conti. Per questo diventa per una presenza fondamentale per la famiglia Alfallipe sia dal punto di vista affettivo, amata e odiata in misura diversa da ciascuno dei componenti della famiglia, che da quello economico: la sua abilità nel gestire i beni della famiglia, consente loro di vivere nell’agiatezza, senza preoccupazioni economiche ma anche senza il minimo sentimento di riconoscenza per il suo operato, tanto che al suo funerale, gli stessi proveranno non solo un senso di sollievo, ma scateneranno una “caccia al testamento” per riuscire ad accaparrarsi le misteriose ricchezze della defunta.

La vita della Mennulara che fin dalla prima giovinezza è stata segnata da eventi drammatici come la morte del padre, la responsabilità di mantenere la sorellina e la madre malate di tubercolosi e la violenza carnale subìta e che solo grazie all’intelligenza e al suo temperamento tenace ed inflessibile, era riuscita a trasformarli in eventi a lei vantaggiosi, circondandosi da una corazza di austera freddezza e incutendo a tutti timore e rispetto reverenziale, fa della sua storia il fulcro attorno al quale si sviluppa l’intero romanzo e la vita di un paese di provincia, Roccacolomba, dove tutti parlano (e sparlano) di lei, favoleggiando sulla ricchezza che avrebbe accumulato in modo quasi misterioso, forse addirittura grazie a dei poco chiari legami con un mafioso.

Tutti ne parlano perché sanno e non sanno, perché c’è chi la odia e la maledice e chi la ricorda con gratitudine, perché di bene, la Mennulara ne ha fatto, anche se i suoi modi selvatici e la sua scontrosità non la rendono popolare, anzi “Selvaggia era e selvaggia rimase: se uno le faceva una domanda trasaliva tutta, rispondeva grugnendo, lanciava certe occhiate come un cane pronto a difendersi, aveva gli occhi neri come carboni accesi che volevano bruciare chi le rivolgeva la parola.

Così la descrivono in paese e proprio attraverso gli abitanti del paese e i membri della famiglia Alfallipe, il racconto si snoda di capitolo in capitolo in un susseguirsi di colpi di scena che sempre più trasformano la figura della protagonista da carnefice a vittima, spogliandola del suo gelido riserbo e restituendoci un personaggio indimenticabile, vivo e palpitante, oltre a uno spaccato dell’entroterra siciliano, dove le passioni, la violenza, la malattia, le amanti, la vita e la morte ma anche il pettegolezzo che tutto porta e tutto trasforma, impregnano il romanzo di un fascino che avvince il lettore, pagina dopo pagina.

 

La Tarantella: Origini della Danza Tipica Siciliana

Ritmi accattivanti e solari, tamburelli, costumi dai colori vivaci e sorrisi: la tarantella è la danza-simbolo del Sud Italia.

Le sue origini attraversano la storia della nostra cultura, a cominciare dalle nostre origini greco-romane, con Gneo Nevio, che scrisse la “Tarentilla”, una commedia latina di ispirazione greca, che ha come protagonista una bella ragazza di Taranto, città che, all’epoca era conosciuta come Tarentum.

Il nome “tarantella” deriva da “taranta”, termine che indicava la tarantola o Lycosa tarentula, un ragno velenoso. Per i nostri avi, danzavano la taranta coloro che erano stati morsi da un ragno.

Si danzava nelle feste pubbliche pagane, e poi, con l’avvento del medioevo, il ritmo frenetico della danza venne giustificato come pratica di guarigione, una sorta di esorcismo per scacciare i demoni, rappresentati simbolicamente dal veleno del ragno.

La tarantella rappresenta una parte importante della cultura contadina, arcaica ed è ostinatamente legata alle favole e ai riti della terra e degli astri.

Con il passare del tempo, la tarantella, lentamente, si modifica tramandandosi oralmente di generazione in generazione, e si evolve nella sua funzione ora di ballo collettivo o di coppia, ora di processione nelle feste rituali, ora di ritmo e di forma musicale e poetica di serenate portate alla finestra dell’innamorata.

È questo il nucleo vitale della musica popolare, che riproduce, con l’urto viscerale del ritmo e della percussione, l’esplosione dei sensi e dei sentimenti.

La danza della tarantella racconta un meridione ricco di valori e di storia, lontano dai clamori delle corti, capace di stimolare in ogni individuo un forte senso di appartenenza.

Bisognerà attendere i grandi coreografi di fine Ottocento per vedere sul palcoscenico di un teatro la danza della tarantella, che, nell’immaginario collettivo, è, per antonomasia, un’esclusiva napoletana.

Questo luogo comune nasce dai grandi balletti classici, dai Ballets Russes di Serge Diaghilev, come il Lago dei Cigni e lo Schiaccianoci di Tchaikovsky o la Boutique Fantastica di Rossini, nei quali compare sempre una tarantella, una danza che rende onore all’Italia, considerata , in questi balletti, come terra mitologica e lontana, luogo di gioie e spensieratezza, come appare nell’Infiorata a Genzano, un balletto creato dal coreografo danese August Bournonville , ispirato dall’omonima manifestazione popolare, sulla scia dell’entusiasmo dei danesi per tutto quello che riguardava l’Italia.

Nel XIX sec. la tarantella è divenuta uno degli emblemi più noti del Regno delle Due Sicilie ed il suo nome ha sostituito i nomi di balli diversi preesistenti di varie zone dell’Italia meridionale, diventando così la danza italiana più nota all’estero.

La diffusione di moda del termine spiega il fatto che oggi varie tipologie di balli popolari e musiche da ballo recano il nome di “tarantella”.

Ancora oggi la tarantella rimane un incontaminato tesoro poetico ed espressivo, e lega insieme le espressioni di regioni diverse dell’Italia.

 

Intervista ad Emanuele Lo Vato

Oggi intervisto Emanuele Lo Vato, che da molto tempo si occupa dell’annoso problema dell’acqua ad Agrigento (non vorremmo che ce ne fosse carenza durante la festa 😉 )

 

Emanuele Lo VatoCiao Emauele… ti va di presentarti?
Emanuele Lo Vato, ex dipendente della ex Telecom, svenduta al miglior offerente di scatole cinesi, oggi in pensione.

 

Ed adesso, dopo le presentazioni, passiamo alle domande serie… tu dedichi molto del tuo tempo a parlare della crisi idrica di Agrigento e delle mancanze del gestore deputato…
Fai parte di un qualche movimento politico o sei un “semplice” attivista?

Faccio parte di Intercopa, un (comitato intercomunale per la gestione pubblica dell’acqua) che ad oggi viene rappresentato da 22 comuni su 27 che hanno consegnato le chiavi a Girgenti Acque. Dico solo 27, perché gli altri sono stati più furbi e non hanno consegnato le chiavi a Girgenti Acque.

 

Il problema dell’acqua è storico ad Agrigento: temi che con l’afflusso di turisti si aggravi?
Non credo che siano i turisti che fanno aggravare la mancanza dell’acqua, anzi penso che la mancanza dell’acqua faccia mancare i turisti.

 

Hai notizie di alberghi o B&B che sono restati senz’acqua, magari proprio durante eventi importanti come la Festa del Mandorlo in Fiore?

So di B&B che sono rimasti senz’acqua, ho saputo di recente che anche alberghi di S. Leone sono rimasti senza acqua.

 

Secondo te, quando i turisti vedono il rubinetto “a secco”, cosa pensano?

Cosa dovrebbero pensare? Che ancora la civiltà non sia arrivata ad Agrigento, oggi insieme a Caltanissetta ed Enna è la citta che paga più di tutti l’acqua ma non ce l’ha corrente, ma con dei turni assurdi e fuori qualsiasi normalità.

 

Mi accennavi che vi sono diverse residenze a San Leone (il quartiere balneare di Agrigento, nota di Flavio) che hanno problemi di approvvigionamento idrico…

Non è solo il problema di S. Leone, ma si manifesta a S. Leone perché d’estate riversandosi una parte di Agrigento nel litorale il consumo idrico aumenta, mentre la fornitura è sempre uguale o forse diminuisce, e si verificano anche dei fatti che fanno scappare quei turisti che hanno avuto l’idea di andare a vivere a S. Leone per tre mesi o meno: visto che non possono farsi una doccia dopo il mare, l’anno successivo non vengono più a S. Leone.

 

Ormai l’aspetto paesaggistico di Agrigento non sarebbe lo stesso senza i famosi (o famigerati) serbatoi d’acqua per far fronte alle crisi… pensi che ci sia speranza di un cambiamento?

Hanno fatto non so quante inchieste anche televisive sul fenomeno dei serbatoi, come se gli agrigentini senza non potessero farne a meno, ma non sanno purtroppo che ne faremmo volentieri a meno, visto anche che ci aumenta il costo (per l’energia elettrica e il costo dei serbatoi o delle vasche).

 

In tempi brevi?

Non credo che in tempi brevi si possa andare verso la normalità, ad oggi il gestore non ha fatto nulla che possa far capire o far pensare ad un cambiamento, visto le numerose mancanze o richieste di costruzione di depuratori o della rete idrica finanziate ma mai fatte, e che oggi ci vedono anche con 11 depuratori sequestrati e con una rete idrica che è un colabrodo.

 

Ma qualcosa sul fronte giudiziario si è tentato?

Sul fronte giudiziario si sono fatte tantissime cause presso il giudice di pace (perché costa di meno) ma si sa che non fa testo giuridico, altre si sono fatte, come quella sulle tariffe del dicembre 2016, ma anche questa, se pur fatta presso il tribunale, ha validità solo per quelli che hanno fatto causa e non per tutti, pur essendo un argomento che interessa la totalità dei cittadini.

 

Con che risultati?

L’unica causa con una certa rilevanza giuridica è quella del sindaco di Grotte che al TAR di Palermo aveva diffidato Girgenti Acque a non disattivare gli scarichi della fognatura in caso di morosità degli utenti, e che ha vinto impedendo a Girgenti Acque alla non la disattivazione degli scarichi nel Comune di Grotte. Purtroppo anche in questo si è visto la poca accortezza o controllo dei sindaci con esclusione del Comune di Favara perché aveva fatto identica diffida a Girgenti Acque senza procedere ad atti giudiziari nei confronti di Girgenti Acque. Ma, secondo me quello che è mancato il controllo è dell’ATO che dovrebbe verificare il rispetto della convenzione stipulata nel 2007 tra l’allora presidente della provincia Fontana e Girgenti Acque.

 

So che hai un gruppo Facebook al riguardo, ti va di darci l’indirizzo del gruppo?

Il gruppo è “Riportiamo l’Acqua Pubblica ad Agrigento” ma su Facebook si trova pure il gruppo Intercopa, che tratta solo esclusivamente solo i problemi dell’acqua.

Spatola al miele della nonna

L’agrodolce in Sicilia è un must. Uno di quei sapori e soprattutto odori che caratterizzano una cucina e portano alla luce le sue influenze arabiche.

Molti dei piatti siciliani infatti sono influenza della popolazione musulmana che nei tempi passati invase l’isola, portando con sé colture e tradizioni che sono diventata parte integrante della in seguito più rafforzata cucina Siciliana.

Come in tutti i casi, il luogo in cui l’interculturalità è più gradito, è la cucina: pronta ad accogliere le maestrie e i sapori degli altri luoghi e a metterli in commistione con quelli autoctoni, e da questi nascono esperimenti che rendono caratteristica la nostra cucina, come l’arancina.

La spatola all’agrodolce non fa eccezione, certo mia nonna la chiamava spatola al miele e guai a dirle che era una cosa araba, perché per lei era una ricetta segreta di sua madre, la meraviglia del tramando.

La spatola, conosciuta anche come sciabola o signorina del mare, è un pesce lungo e nasiforme conosciuto soprattutto a sud. E’ un pesce povero anche se il suo colore è l’argento vivo, tanto vivo da tingere le mani. Il gusto è delicato e si sposa benissimo con l’agrodolce di questa ricetta, in quanto la porosità della carne permette l’assorbimento della mistura di miele e aceto e ne esalta il sapore.

Un ultima cosa da dire riguarda il miele. Possibilmente di arancia, ma è molto buono e adatto alla ricetta anche quello di sulla (pianta leguminosa tipica dell’area del Mediterraneo, presente pressoché in tutte le Regioni del Centro-Sud Italia) oppure di zagara di limone.

 

Spatola in Agrodolce

Preparazione: 15 minuti
Cottura: 15 minuti
Totale: 30 minuti

Ingredienti per 4 persone:

  • 1 Spatola sfilettata
  • Mezzo bicchiere d’aceto
  • 1 Cucchiaio di miele
  • Farina quanto basta
  • Olio extravergine d’oliva
  • Sale quanto basta

Dal pescivendolo fatevi diliscare una bella spatola, e tagliare a pezzi di circa 10 centimetri di lunghezza.

Una volta in cucina, lavatela e asciugatela con la carta assorbente. infarinate i pezzetti di pesce e scuoteteli dalla farina in eccesso. Ora potete accendere il gas sotto una padella capiente con abbondante olio di oliva ( circa 1/2 bicchiere).

Fate dorare la spatola da entrambi i lati ( circa 3 minuti per lato) e quando sarà pronta mettetela in un piatto a togliere l’olio. Salatela.

Una volta fritto tutto il pesce mettete nel fondo di cottura l’aceto e il miele finché non si scioglie. Riprendete la vostra spatola e mettetela nella padella con questo composto facendo insaporire a fiamma bassa per circa 2 minuti.

Il piatto è pronto per essere portato in tavola, non troppo bollente perché il miele raggiunge alte temperature.

Se lo preparate un po prima potete metterlo in una pirofila e irrorarlo col sughetto della padella così che si insaporisca ancora di più.

Comunicato Stampa sulla Paternità del Val d’Akragas

Riceviamo e pubblichiamo una email di Nino Lauretta contenente un comunicato stampa di suo padre, il Prof. Enzo Lauretta, emesso il  5 giugno 2013.

 


 

“Egregio Ing. Albano,

Intendo replicare all’intervista a Lello Casesa apparsa sul suo sito mandorloinfiore.online in data 19 gennaio 2017.

Ancora una volta il Presidente del gruppo in questione riporta una versione non rispondente esattamente alla verità sulla nascita del suo gruppo folk di famiglia (l’attuale Val d’Akragas), il quale nasce nel giugno 1991 e nulla a che vedere con il glorioso gruppo fondato nel 1952 da mio padre, il Prof. Enzo Lauretta, dal Prof. Ugo Re Capriata e dalla Sig.ra Ina Re Capriata, e tanto meno con i Canterini del Val d’Akragas del 1937 del Maestro Flora: tre gruppi che nulla hanno in comune l’uno con l’altro se non il nome.

Affido pertanto la replica al fondatore del Festival Internazionale del Folklore, il Prof. Enzo Lauretta, deceduto nel 2014, e alla sua una nota stampa datata 5 giugno 2013, fornita di dovizia di particolari, date e atti notarili.

Considerato, inoltre, che il Sig. Lello Casesa, fa riferimento ai fondatori del vero e unico storico Val d’Akragas, e ai Trofei ottenuti, lo invito a mostrare onestà intellettuale e a restituire ai legittimi proprietari quelli antecedenti il giugno 1991, data effettiva della fondazione del suo gruppo, come si evince dall’atto notarile citato nella nota allegata.
Riguardo, poi, all’istituzione di premi, appare lodevole che un figlio voglia ricordare il proprio genitore con l’istituzione di un premio alla memoria dello stesso, nell’ambito della Sagra del Mandorlo in Fiore, peccato tuttavia che la persona in questione poco o nulla abbia a che fare con la “Storia” della Sagra stessa.

Nino Lauretta”

 


 

OGGETTO: UMILI ORIGINI, MANIE DI GRANDEZZA E FALSI STORICI: L’ATTUALE VAL D’AKRAGAS COMPIE 22 ANNI

 

Professore Enzo Lauretta
Nella foto il Prof. Enzo Lauretta

Passata la 68esima Sagra del Mandorlo in Fiore di Agrigento, adesso il professor Enzo Lauretta, fondatore del Val d’Akragas negli anni ‘50, come annunciato nel comunicato stampa dello scorso 3 febbraio, interviene e chiarisce molti aspetti sulla nascita dello storico gruppo folcloristico di Agrigento “Val d’Akragas”, sulla sua evoluzione nel corso degli anni, sui proclami e annunci durante gli spettacoli commemorativi della recente Sagra del Mandorlo in Fiore.

Il professor Enzo Lauretta dichiara: “Non si può affermare che la modestia sia una virtù degli agrigentini: da noi, colui che fa una cosa piccola e normale, ma che gli altri non fanno, è portato a ingigantirla, ammirandola di continuo e narcisisticamente ammirandosi.

E’ quello che è accaduto al leader dell’attuale gruppo Val d’Akragas che, a forza di pensare alle origini del 1952, ha concepito il progetto faraonico di un Gruppo che non solo avrebbe compiuto 60 anni ma addirittura affonderebbe le proprie radici in un complesso del 1937. E su tutto ciò ha costruito celebrazioni televisive, spettacoli commemorativi e addirittura un video commercializzato al modico prezzo di euro 4,99.In questo video, insieme a marchiani errori storici e falsi belli e buoni, non solo sono sfruttate immagini che non appartengono all’attuale Gruppo Val d’Akragas, ma è utilizzata una mia intervista, rilasciata a Lorenzo Rosso in tempi diversi e per altri fini, spalmata a spezzoni su larga parte del video. Solo dopo la mia telegrafica diffida mi è stato assicurato che la vendita e diffusione del video è stata bloccata.Gli errori marchiani del video mi spingono a fornire chiarimenti che ritengo quanto mai opportuni, perché gli errori, se ignorati, diventano un falso storico e ideologico:

  1. Viene celebrata la circostanza che l’attuale Gruppo Val d’Akragas avrebbe compiuto 60 anni di vita collegandola con la fondazione nel 1952: deve, invece, essere chiarito, una volta per tutte, che in nessun modo tra il Val d’Akragas da me fondato, con la collaborazione di Ugo Re Capriata nel novembre del 1952 e presente nella Sagra del ’53 da me diretta, non esiste alcuna connessione temporale e tanto meno con altri gruppi precedenti.
    C’era stato nel 1937 un Coro, i Canterini di Val d’Akragas diretto da M° Flora (padre) e vi fu per breve durata un altro coro diretto dall’indimenticato M° Li Causi, ma entrambi i gruppi avevano cessato di esistere nei primi anni 50. Peraltro, quello da me fondato nel 1952 era un Gruppo e non un Coro, basato non solo su canti ma anche su danze ed io gli diedi il nome di Val d’Akragas: in sostanza, tale gruppo non ha nulla a che vedere con i Canterini del 1937.
  2. A quel tempo non si chiedevano contributi e non era necessario costituire un’Associazione con atto notarile. Quando questo divenne necessario, il 7/2/1965 decisi di andare dal Notaio Camilleri con altre 15 persone, allegando lo Statuto all’atto costitutivo. Naturalmente chiamammo il Gruppo “Val d’Akragas”: io ne fui il Presidente, Ina Guelived. Re Capriata (Ugo Re Capriata era morto durante uno spettacolo folklorico a Villa Aurea) la vice e componenti del Direttivo il
    Prof. Rosario Lo Porto, l’Avv. Filippo Faro e il giornalista Calogero Alaimo. Pasquale Gallo venne scelto quale Maestro del coro, Pippo Agozzino coreografo, Loredana Mazzoli segretaria e Gigi Casesa economo. Durata del Gruppo dieci anni.
    Il gruppo proseguì, così, la sua intensa attività, l’EPT lo prese sotto il suo Patrocinio e ad esso fu intitolato il labaro azzurro del complesso.
  3. Negli anni ‘70, prima della scadenza dei dieci anni prescritti nell’atto costitutivo, decisi di lasciare la Presidenza a causa dei miei molti impegni e affidai il Gruppo e le sue carte a Gigi Casesa che, con l’assenso dei Soci rimasti, nominai Commissario con l’incarico di prorogare la scadenza dei dieci anni ed eleggere le Cariche sociali.
    Questo non avvenne e io purtroppo me ne disinteressai fidandomi di quello che avrebbe dovuto fare il Commissario.
  4. Passarono gli anni, il Gruppo viaggiava chiedeva appoggi finanziari e veniva richiesto lo Statuto.
    Il 1° giugno del 1991 Gigi Casesa, a mia insaputa, decise di fare la sua mossa: andò con l’intera sua famiglia e con altri quattro amici dal Notaio Maria Nipote e costituì un’Associazione che chiamò “Gruppo Folklorico Val d’Akragas”.
    L’Associazione a conduzione familiare (la famiglia Casesa aveva la maggioranza di 5 su 9 soci), dopo aver copiato integralmente nelle “finalità” il mio Statuto, pose nell’Atto costitutivo una premessa ricordando nella prima parte che nel 1952 era stato fondato il Gruppo Folkloristico Val d’Akragas: senza richiamarsi strutturalmente ad esso e, senza poterne prorogarne l’esistenza dal momento che il gruppo Val d’Akragas aveva cessato di esistere nel 1975, fondava un’Associazione con il nome di Gruppo Folklorico Val d’Akragas.
    Nella seconda parte della premessa si legge testualmente “poiché (il gruppo del ’52) non ha mai avuto una configurazione giuridica ben definita (i Soci) sono venuti nella determinazione di procedere alla costituzione di un’Associazione”.
    Questa seconda parte della premessa è un evidente falso storico, dal momento che esiste l’Atto del Notaio Camilleri del 7 febbraio del 1965 del quale Gigi Casesa era socio ed Economo. Con tale atto notarile al Gruppo, da me fondato di fatto nel novembre del 1952, venivano dati profilo e sostanza giuridica accompagnando l’atto costitutivo pubblico da uno Statuto.
    Tale “determinazione di procedere alla costituzione di una Associazione” è una ammissione che sottolinea come dall’Atto del Notaio Nipote del 1° giugno 1991 sia nata una nuova Associazione: la novità associativa è confermata con quanto successivamente espresso nell’art. 7 dello Statuto in cui al Presidente dell’Associazione viene conferita l’autorizzazione “a compiere tutte le pratiche necessarie per il conseguimento del riconoscimento dell’Associazione presso le autorità competenti”: espressione che si addice esclusivamente ad un’associazione nuova, che per ciò giuridicamente non ha niente a che fare con il gruppo da me fondato nel 1952, alle cui origini essa si rifà solo nel nome usurpato.
    Le origini dell’attuale Val d’Akragas sono da collocarsi, quindi, nella data del 1° giugno 1991, sicchè parlare di un’esistenza lunga sessant’anni e che ha origine nel 1952 o addirittura nel 1937 è un falso ideologico.
    Insomma, lungi dal ritrovarsi con i 60 anni decantati di fondazione, davanti ad un’unica realtà che avrebbe avuto tre fasi, secondo l’ipotesi di uno storico improvvisato, appare chiaro che siamo davanti a tre entità diverse tra loro e tra loro collegate solo attraverso l’espressione “Val d’Akragas” non sempre correttamente adoperata.
    All’interno di questa vicenda non manca un altro microenigma che qualcuno ci dovrebbe spiegare: nel video commercializzato a basso costo e nello spettacolo commemorativo del 7/2/2013, c’è un momento in cui parla Benedetto Adragna il quale ci svela che tra Casesa Commissario e Casesa Presidente ci fu un breve periodo in cui fu lui Presidente del Gruppo. Ma nessuno ci dice come, da chi e quando venne eletto, in quale assemblea di soci convocata da chi e con quali crismi e giuridiche capacità.

Ed infine c’è il grottesco dell’operazione generata da una sete di grandezza mal riposta: il gruppo è stato elevato – anche qui non si sa quando e in che modo – a Scuola Internazionale di Folklore: una scuola strana che non ha una sede adatta a tale scopo, non ha programmi didattici, né registri, né allievi internazionali, né docenti internazionali anche se, nell’ipotesi che esista davvero, dovrebbe insegnare passi di danza siciliana: ciò malgrado è definita “internazionale” perché la parola suona bene e conferisce, senza averne le fondamenta, ulteriore lustro e decoro.

Prof. Enzo Lauretta

Intervista al Presidente del Gruppo Folkloristico Val d’Akragas

gruppo val d'akragas in costume tipico siciliano

donne val d'akragas in costume tipico sicilianoVal d’Akragas: la storia del folklore Agrigentino e non solo.

L’insieme di tradizioni popolari di una cultura, che riguardano musica, canto, danza, ma anche usi e costumi, filastrocche, miti e altre narrazioni si racchiude all’interno di un unico termine: Folklore.

Un gruppo folkloristico è quindi spesso non solo volto alla esibizione, ma anche e soprattutto al delicato compito di mettere a conoscenza e tramandare la cultura di un luogo, facendosene rappresentate e ambasciatore nel mondo.

Questo è il ruolo che da sempre svolge il Val D’Akragas gruppo folkloristico Agrigentino.

Abbiamo intervistato il presidente Lello Casesa, chiedendogli appunto di farci da guida nella storia di questo bene immateriale così importante che è la cultura, e chiedendogli, inoltre, in che modo il Val d’Akragas sia correlato alla Sagra del Mandorlo in fiore.

 

“Agrigento è un piccolo centro, ed è conosciuta anche e soprattutto per la sua cultura storica nel mondo, come il Val d’Akragas ha influito in questo secondo lei?”

<<Non è facile poter raccontare in poche righe cosa è stato il Val d’Akragas e, soprattutto, come da una città piccola come Agrigento, una compagnia di giovani abbia potuto sopravvivere e rilanciarsi promuovendo in tutto il mondo il nome della Sicilia e di Agrigento anche in luoghi nei quali non sapranno mai cosa è Agrigento e la sua Sicilia.

Questo è stato il Val d’Akragas – esser fieri di un territorio siciliano promuovendone l’immagine straordinaria di una attività folkloristica, culturale, sociale in ogni parte del mondo.

In una sola parola Val d’Akragas = Agrigento = Sicilia.>>

 

premio tempio oro val d'akragas
Nella foto sono presenti da sinistra: Benedetto Adragna, Gigi Casesa e Pippo Agozzino

“Le va di raccontarci come nasce il gruppo folkloristico? Quali sono i nomi che lo hanno voluto e portato avanti?”

<<I Canterini di Val d’Akragas nascono nel 1937 da un’idea di Francesco Flora (padre di Pippo Flora) su precisa volontà del Conte Gaetani di Naro e partecipano alle prime edizioni ad Agrigento dal 1937 in poi, attività sospese a causa di eventi bellici. Nel 1952 Enzo Lauretta ed Ugo Re Capriata – cultori di tradizioni popolari – costituiscono all’interno del Magistrale Politi – Preside prof.ssa Malogioglio Cottalorda – il Val d’Akragas ; un nutrito gruppo di studenti del magistrale prenderà parte alle Sagre del Mandorlo in fiore – spostata da Naro ad Agrigento per la precoce primavera nella Valle e con la volontà di valorizzare nella Sagra il Val d’Akragas che iniziava a muovere i primi passi all’estero visitando i paesi della cortina di ferro ( Ungheria – Cecoslovacchia – Jugoslavia) viaggiando, a quell’epoca, con treni ed autobus per arrivare in quei luoghi sperduti e lontani dalla Sicilia ma animati da un fascino incredibile della musica e della concordia tra i popoli. Tale attività è stata sicuramente possibile per oltre un cinquantennio grazie a Gigi Casesa e Pippo Agozzino che hanno dato continuità e successo al gruppo>>

 

“Sagra del Mandorlo e Festival del Folklore, l’abbinamento viene dunque da un invito del gruppo folkloristico Val d’Akragas?”

<<Si, grande intuizione del Lauretta sarà quella di abbinare alla Sagra del mandorlo in Fiore (con una tipologia siciliana e popolare) il raduno del Costume Italiano e poi Europeo ed il Festival Internazionale del Folklore per consentire al gruppo agrigentino di ricambiare la visita nei paesi esteri venuti ad Agrigento durante il Festival.
Da quel momento dopo gli anni ‘50 il Val d’Akragas ha sempre partecipato e rappresentato l’Italia al Festival Internazionale del Folklore, riscuotendo successi ed entusiastica partecipazione ed aggiudicandosi per ben 4 volte il tempio d’oro attraverso giurie internazionali. >>

 

“Nelle personalità che sono susseguite nella storia del Val d’Akragas, un ruolo importante è stato ricoperto da suo padre, Gigi Casesa, al quale e’ istituito un premio speciale, ma quali sono altri personaggi importanti che Lei ricorda?”

<< Si, come ha detto lei dal 2009 è stato istituito il Premio Speciale “Gigi Casesa” consegnato a gruppi folklorici esteri. Una testimonianza di gratitudine voluta fortemente dall’Ente Provincia, oggi Libero Consorzio comunale e rinnovata dall’Amministrazione comunale ai quali va dato, anche nel 2016, il doveroso apprezzamento. Di certo è da ricordare fra gli altri il Trofeo Ugo Re Capriata, cofondatore del Gruppo, istituito dall’Associazione della stampa alla migliore espressione del gruppo folkloristico estero . Riterrei doveroso ricordare due figure preminenti “ Enzo Lauretta e Giugiù Gallo”, personaggi illustri che hanno dato successo alla manifestazione.>>

 

“Folklore abbiamo detto significa anche tramandare la cultura nel tempo, voi che conoscete le più antiche tradizioni siciliane e in particolare agrigentine, come cercate di tramandarle, in particolare alle nuove generazioni?”

<<Nel 1996 ho fondato il vivaio del gruppo per bambini denominato “I Piccoli del Val d’Akragas” e nel 1997 partecipano alla sagra del mandorlo: un piccolo esercito di circa 50 bambini che ancora oggi partecipa al Festival dei Bambini del mondo nel contesto della Sagra ed altre manifestazioni; la scuola presieduta da Dino Romano rappresenta il fiore all’occhiello del Val d’Akragas e della cultura popolare agrigentina.

Inoltre, dal 2016 e’ stato istituito con decreto del Ministero della Pubblica Istruzione, della Ricerca ed Università il “Centro di ricerca sulle tradizioni popolari siciliane del Val d’Akragas“: un organismo formato da dirigenti delle scuole superiori siciliane e personaggi del mondo accademico, culturale ed artistico (Giuseppe Parello, Lello Analfino, Toti Ferlita, Gaetano Allotta ed altri) con lo scopo di elaborare un progetto sulla identità siciliane e conservare le tradizioni sulla cultura popolare espresse dal gruppo Siciliano.

Il Gruppo di lavoro coordinato dal Ministero della Pubblica Istruzione – Provveditorato Regionale diretto da Raffaele Zarbo – svolge le attività dentro le scuole coinvolte per concludere a maggio di ogni anno il suo percorso.>>

 

“In ultimo, riuscirebbe ad indicarci quale è dunque per Voi l’obiettivo finale della vostra attività?”

<<L’obiettivo che ci prefiggiamo è quello di offrire un contributo ulteriore rispetto al cambiamento sociale, umano e culturale di un territorio che partendo dalle origini della terra di Girgenti abbia rappresentato, in ogni angolo della terra, l’identità siciliana ed agrigentina e la sua straordinaria ricchezza.>>

 

Per chiunque desiderasse maggiori informazioni sul Val D’Akragas può collegarsi al sito internet www.valdakragas.com o alla pagina Facebook dedicata.

Pasta con le Sarde ed il Finocchietto Selvatico

Definire un piatto tipico in un’ isola così grande come la Sicilia è quasi impossibile. Si trovano diverse versioni a seconda delle provincie, i comuni confinanti, i quartieri e i dirimpettai.

Queste differenze fatte di pinoli, mandorle, acciughe, capperi, pomodori etc. sono quelle che rendono un piatto davvero speciale per ognuno, e vale così anche e soprattutto per la pasta con le sarde e il finocchietto selvatico, succulento primo di pesce azzurro e profumo selvatico di campagna.

Profumo uguale… ma ricette dissimili e quindi vince la legge che la ricetta per essere tradizionale deve essere quella che ti ricordi da bambino e di conseguenza quella della nonna, in questo caso la mia.

La vera particolarità della pasta con le sarde e il finocchietto selvatico è che quando ero piccola si mangiava una volta l’anno: il Venerdì Santo, giorno di astinenza dalla carne e di digiuno, che diventava giorno di festa nell’attesa della leccornia del pranzo. In realtà è un piatto che si può preparare a partire da febbraio e fino al termine dell’estate, quando cioè si trovano gli ingredienti freschi.

Per correttezza dico che la macro distinzione che riguarda la pasta con le sarde è fra bianca o rossa, asciutta o sugosa, nella mia tradizione è rossa e bella bagnata; il formato della pasta sono rigorosamente gli spaghetti e “stai attento a non ti macchiare che non si toglie” è il suono di questo piatto.

 

Ingredienti per 4 persone

  • Sarde: 400 Grammi
  • Finocchietto Selvatico: 400 Grammi
  • Cipolle: 1
  • Olio: 4 Cucchiai
  • Acciughe: 4
  • Pinoli: 1 Cucchiaio
  • Uvetta: 1 Cucchiaio
  • Passata di pomodoro: ½ litro
  • Spaghetti: 400 Grammi

 

La prima cosa da fare è pulire le sarde, squamandole e diliscandole. Il processo è facile: si stacca la testa si mette un dito nel “collo” e si aprono percorrendo tutto il dorso del pesce che se è fresco si lacera molto facilmente. A questo punto è possibile tirare via la spina con le lische, lavarle e asciugarle.

Lavare i finocchietti selvatici ed eliminare la parte più dura dei gambi. Cuocerli per circa 15 minuti se sono piccoli e teneri, altrimenti 20 in abbondante acqua precedentemente salata. Mi raccomando di conservare l’acqua di cottura perché poi serve per cuocere la pasta, quindi il consiglio è di tirarli su con la schiumarola. Una volta scolati devono essere tritati con un coltello.

Per il sugo tritare finemente una grossa cipolla chiara e fatela appassire dolcemente in una padella ampia o un tegame con l’olio extravergine. Quando diventa trasparente unite l’acciuga ben scolata (va bene anche la pasta di acciughe se la avete) e fatela sciogliere nell’olio. A questo punto aggiungete pinoli e uvetta (fatta rinvenire per 10 minuti nell’acqua tiepida).

Aggiungete le sarde (lasciandone da parte 4 o 5 e il finocchietto).

Fate disciogliere il pesce, che si andrà disfacendo e aggiungete la passata di pomodoro e lasciate cuocere per 10 minuti a fuoco vivace prima di controllarli di sale e pepe.

Una volta che avrete aggiustato il gusto abbassate la fiamma e fate cuocere per altri 10 minuti controllando lo stato di cottura.

Accendete il gas sotto la pentola nella quale risiede l’acqua di cottura del finocchietto e portate ad ebollizione, buttate la pasta che deve essere scolata al dente.

Una volta pronta mantecatela un paio di minuti col sugo che deve essere abbondante e non troppo stretto, inserendo anche le sarde che avevate salvato dalla cottura prima.

Impiattatate e servite caldissima!

Una cosa si aggiunge spesso ai primi di pesce al posto del formaggio è il pangrattato abbrustolito: ottenuto in 5 minuti mettendo in una padella un filo d’olio e il quantitativo di pangrattato desiderato. Posta la padella sul fuoco si mescola fino a che non ha ottenuto un colore dorato.

Il Mito del Mandorlo in Fiore: Acamante e Fillide

Edward Burne-Jones - Phyllis and Demophoon - Google Art Project
Edward Burne-Jones – Phyllis and Demophoon

Oggi vorrei narrarvi la storia dell’albero di mandorlo, quell’albero che, insieme all’omonima festa, ha sempre rallegrato il mio cuore ed i miei occhi ogni volta che lo vedo fiorito nella bella Valle dei Templi, ad Agrigento.

Secondo il mito narrato dal bardo cieco, l’albero esiste come atto di compassione della dea Atena verso uno sfortunato amore.

Se andiamo a cercare in uno di quei bellissimi e polverosi volumi di mitologia, troveremo la storia della passione tra due sfortunati amanti: la bella Fillide ed il valoroso Acamante.

Si tratta di una vicenda tra le più commoventi che la mitologia greca ci tramanda, ricca di pathos ma anche di delicatezza e speranza verso il futuro.

Acamante parte per la guerra, la guerra di Troia; durante il viaggio si trova a sostare per qualche giorno in Tracia.

Durante la sosta, Acamante, figlio di Fedra e Teseo, conosce la bellissima principessa tracia Fillide e, come nella migliore tradizione mitologica e romantica, tra i due nasce un amore delicato e sconvolgente.

Tuttavia le Parche, che tutto filano, hanno in serbo per i due un diverso destino: Acamante deve riprendere il suo viaggio verso la città di Troia e qui rimane per i dieci lunghi anni della guerra a lottare e guerreggiare.

Fillide aspetta l’amato per tutto questo tempo e, non vedendolo arrivare ne avendo sue notizie, muore di dolore.

La bella e sfortunata storia d’amore non sfugge agli occhi della dea Atena, che decide di regalare una sorta di immortalità a Fillide, trasformandola in un albero di mandorlo.

Acamante, finalmente di ritorno dalla guerra, alla fine dell’inverno ritorna in Tracia per incontrare Fillide e qui apprende il destino che le è toccato in sua assenza: egli è distrutto dal dolore e decide di recarsi a trovare l’albero per piangere la sua bella.

Giunto all’albero, Acamante lo abbraccia e qui avviene il miracolo: l’albero, che era stata Fillide, fiorisce regalando all’amato i suoi delicati fiori di quel bel colore bianco e leggermente venato di violetto che sono caratteristici.

Come insegna il saggio Platone, i miti sono come ombre che vengono proiettate a noi, che siamo imprigionati in una caverna, per cui riusciamo a coglierne solo il riflesso.

La fioritura di quest’albero avviene già nel tardo inverno e precede la stessa primavera.

L’albero è il primo a sbocciare e, i suoi fiori sono considerati un simbolo di speranza e delicatezza.

I Carretti Siciliani di Raffaele La Scala

i carretti siciliani di raffaele la scala

Il settecento regala alla Sicilia tante tradizioni, tra queste quella ormai simbolo del folklore e della sicilianità è il carretto siciliano. Il suono dei campanacci e il canto dei carrettieri accompagnavano il trasporto su questi mezzi di mercanzie destinate ai mercati ed alle case di ricchi padroni.

La devozione da sempre è un dato di fatto nella cultura siciliana, e quindi spesso e volentieri veniva dato incarico agli intagliatori di raffigurare immagini religiose a cui si aggiungono scene di vita quotidiane o di avvenimenti storici ed epici.

Esistono diverse scuole in Sicilia in maestri carradori: Palermo, Catania, Trapani, Castelvetrano e Ragusa; ognuna con le sue particolarità.

Ed è proprio in quest’ultima, a Comiso in provincia di Ragusa, che inizia la storia di Raffaele La Scala: Maestro Carradore. Raffaele inizia da piccolissimo, già a sei anni, dividendosi fra scuola e lavoro imparando l’arte, facendola diventare parte del meraviglioso patrimonio artistico siciliano.

Oggi è possibile visitare i Carretti Siciliani del Maestro La Scala, ad Agrigento, dove il figlio Marcello, nella sua villa, ne detiene una collezione formata da 5 carretti, una carrozza e tutti gli utensili che sono stati necessari per realizzarli.

Ma oltre ad avere il risultato dell’arte del padre, Marcello ha l’eredità del suo lavoro e del suo sapere.

 

Gli abbiamo fatto un paio di domande ed ecco cosa ci ha risposto…

“Cosa vuol dire avere a che fare con questo mestiere antico in questi giorni così moderni, dove tutto è più standardizzato e si punta meno sul pezzo unico?”

<<Sicuramente è una opportunità per poterci fermare e pensare che in questa società così standardizzata il passato ci richiama alle nostre origini per dirci che lo standard passa di moda ma l’unico ritorna sempre e non tramonta mai>>

 

 

“Quale è la prima cosa che ricordi dei carretti siciliani?”

<< L’odore del legno nuovo e il suono del martello che batte sull’incudine >>

 

 

“ Cosa si prova a condividere i tuoi tesori con turisti e curiosi?”

<<È una sensazione meravigliosa perché oggi più che mai vi è un ritorno alle origini, alla riscoperta del nostro passato e sempre con maggiore curiosità>>

 

 

“Come si può visitare la collezione?”

<<Basta contattarci al numero +39 360398231 oppure al +39 3298262635 e prendere un appuntamento>>

 

 

La Pagina Facebook di “Raffaele La Scala maestro carradore Agrigento” è fornita di molte informazioni e splendide foto, così come così Il gruppo “Raffaele La Scala… per non dimenticare…” .