Intervista a Luca Criscenzo, Presidente del “Gergent”

panoramica al tempio della concordia ad agrigento al festival i bambini del mondo

 

Il Mandorlo in Fiore si avvicina. Da presidente dell’associazione culturale “Gergent”, come vive questa fase di attesa per un evento che la vede coinvolto così da vicino?

E’ un attesa che ti affascina come la partecipazione agli altri festival internazionali, sicuramente si vive con una trepidazione particolare in quanto partecipare ad un evento cosi atteso ed importante nella tua città, ogni anno lascia un emozione diversa e dei ricordi indelebili.

Claudio Criscenzo è stato il fondatore di “Gergent” nel 1992, ma anche del “Festival Internazionale I Bambini nel Mondo” nel 2001. Qual è il suo ricordo più importante legato a lui?

Naturalmente i ricordi di mio padre sono molteplici, in quanto ho vissuto la sua figura in tutti modi possibili padre, presidente, amico, fratello, e quindi sintetizzare un suo ricordo è davvero troppo riduttivo, forse potrei scrivere un libro o una trilogia per raccontare ogni ricordo che mi lega a lui. Posso dire che nella vita lavorativa mi ha insegnato ad affrontare i problemi cercando di risolverli con calma e serenità senza abbattermi e di superare il problema trasformandolo in una risorsa.

Da dove nasce principalmente il repertorio di canti e danze che caratterizza “Gergent”?

Naturalmente gran parte del repertorio del Gruppo Gergent nasce proprio dal profondo studio di ricerca che ha fatto il suo fondatore Claudio Criscenzo, che successivamente sia io che altri componenti del gruppo hanno ampliato e completato. Oggi il gruppo ha un vasto repertorio che racchiude tutta la vita popolana siciliana, dai carrettieri ai mietitori, dai pescatori ai vinnignara, dai picurara alle comari o alle storie d’amori che nascevano tra i campi e nel paese.
Quale edizione del Mandorlo in Fiore ricorda con maggiore piacere? Perché?
Certamente la prima Sagra del Mandorlo In Fiore, nel lontano 1988, avevo solo 10 anni e suonavo “u bummulu” con l’orchestra del Città di Favara e sfilare lungo le vie cittadine gremite di gente che ti applaudiva e sorrideva, per un bambino era davvero un emozione unica.

A cosa si ispirano, in particolare, i costumi tipici dei ragazzi di “Gergent”?

Come già accennato in precedenza i costumi maschili si ispirano ai carrettieri del’ 800, mentre quelli femminili alla popolana del’ 800.

Oltre a far rivivere le tradizioni popolari agrigentine, quali altri scopi si prefigge “Gergent”?

Credo che la nostra attività oltre ad avere un alto valore culturale e di promozione turistica in campo nazionale ed internazionale, ha uno scopo educativo e formativo e di promozione sociale verso gli stessi componenti del gruppo.

Con “Gergent” ha avuto la possibilità di partecipare a numerosi festival del folclore. Ci sono delle difficoltà particolari che un gruppo folcloristico incontra nel partecipare ad una manifestazione come il Mandorlo in Fiore o altre manifestazioni simili in giro per l’Italia e il mondo?

Credo che le uniche difficoltà siano quelle economiche, vista la grave crisi che attanaglia tutto il mondo, quindi sia per i nostri gruppi folcloristici che vanno all’estero sia per quelli che partecipano al Mandorlo in Fiore l’unica difficoltà sia affrontare le spese per il viaggio. In questo momento storico particolare e difficile inoltre è diventato impossibile partecipare a festival che si trovano in paesi a rischio di attacco terroristico.

Cosa fa insieme ai ragazzi della sua associazione per far avvicinare e appassionare i giovani alle tradizioni popolari in generale e al Mandorlo in Fiore in particolare?

Fare avvicinare i giovani d’oggi alle tradizioni popolari o al folclore è sempre più difficile e complicato, una delle soluzioni è farli innamorare fin da piccoli a questo mondo cosi affascinante. I gruppi dei bambini costituiscono un vivaio ed il futuro di sopravvivenza per i gruppi, ed inoltre far rivivere e divulgare l’identità siciliana ai bambini fa si che le nostre tradizioni non vengano perdute.

Ci sono delle novità che ci può anticipare in merito al Festival Internazionale i Bambini nel Mondo di quest’anno?

Come ben sapete la conferenza stampa sarà nei prossimi giorni, quindi non posso anticiparvi molto, ma da Presidente dell’Aifa, organizzatore del Festival Internazionale “I Bambini del Mondo” mi pregio di dirvi che l’evento ha avuto il patrocinio della Commissione Italiana per l’Unesco per l’alto valore dell’iniziativa intesa a promuovere i valori della pace e della fratellanza.

Data la sua esperienza, se le venisse chiesto di prendere in questo momento un provvedimento in merito alla prossima manifestazione del Mandorlo in Fiore che cosa proporrebbe?

Proporrei di istituire un tavolo tecnico in cui le varie figure professionali presenti nel territorio folclore, turismo, ristorazione, spettacolo si integrino con le varie amministrazioni per la crescita fattiva ed esponenziale della manifestazione.

 

Come piante aeree

Cosa vuol dire tramandare? Perché sentiamo il bisogno di custodire le nostre radici, le nostre tradizioni? Perché quando siamo all’estero, lontano dal nostro Paese, sentiamo e percepiamo forte il bisogno di “appartenenza”, di “stare insieme”, di confrontarci con i nostri connazionali? Che valore hanno le nostre tradizioni?

Queste sono alcune delle domande che ci si può porre quando ci si trova lontani dalla propria “Terra di Origine”.

Si può partire dall’etimologia del termine “Tradizione” . La parola deriva dal latino “Traditionem” e dal termine “Tradere” che significa consegnare, trasmettere.

A sua volta trasmettere trae le sue radici dal verbo latino “Trans-mittere”, verbo composto da Trans (al di là) e Mittere (mandare).

Si può tradurre il verbo con l’espressione “far passare da una persona all’altra, da una generazione all’altra” (Voc. Treccani). Ma da dove proviene questa spinta a “trasmettere”?

L’azione di trasmettere è legata al concetto di “appartenenza”. Già Aristotele nel IV sec. A.C. definiva l’uomo “un animale politico” (politicom zoon). In quanto tale è portato ad unirsi ai propri simili per formare delle comunità. L’uomo non può esistere, non può creare la propria identità, se non attraverso l’appartenenza ad un gruppo, ad una società, ad un paese (“Non ci si può separare se prima non si è stati insieme”).

La psicologia sociale, come la sociologia, da sempre hanno studiato il bisogno di appartenenza, di avere radici comuni. Per citare qualche autore si può ricordare Abraham H. Maslow, psicologo sociale, che inserisce tale bisogno all’interno della sua concettualizzazione della “Piramide dei bisogni”.

Il bisogno di appartenenza lo si ritrova insieme al bisogno di affetto e viene definito come “la tendenza dell’uomo a stare insieme, dentro a gruppi organizzati che sostengono e contengono, soprattutto emotivamente (A.H.Maslow, 2010).

Più recentemente Zygmunt Bauman, uno dei più noti e influenti pensatori al mondo di recente scomparso, ha definito il concetto di “modernità liquida”. Una società caratterizzata da confini e strutture incerti e vacillanti, che producono un senso di “spaesamento” e di incertezza. Di fronte ad una società di questo tipo il bisogno di appartenenza diviene sempre più emergente (ed urgente aggiungerei).

L’autore parla di un passaggio da un senso di “indipendenza” generalizzato dettato da una società consumistica, che crea una finta sensazione di libertà, ad un bisogno di “interdipendenza”(si rimanda alle opere dell’Autore per ulteriori approfondimenti).

Oggi, in una società postmoderna con tali caratteristiche, molti giovani siciliani (e non) decidono di lasciare il loro paese per diverse motivazioni (lavorative, economiche, emotive,ect.). Proprio questi giovani percepiscono ancora più forte il “bisogno di appartenenza” e di “radicarsi”. Pagine Facebook nascono come funghi (es. Italiani in Germania, ect.), ed è in questo nuovo canale (internet) che può essere colto questo bisogno emergente.

Alla vecchia visione dell’individuo che, spostandosi da un luogo ad un altro, si “sradica” per poi mettere nuovamente radici, è stata sostituita dalla metafora di una nave. Nel primo caso lo “sradicarsi” e “radicarsi” nuovamente comporterebbe una perdita di energia e contenuti, di affetti e di tradizioni, nel caso della nave, questa approda in un porto mettendo l’ancora, per poi ritirarla una volta conclusa l’esperienza.

A mio avviso tale metafora appare meno traumatica della prima, ma ne vorrei proporre un’altra che si ricollega al titolo di questo articolo: “come piante aeree”.

Portiamo con noi le nostre radici e prendiamo nutrimento dall’atmosfera/ambiente in cui ci troviamo. Non occorre perdere le proprie radici e le tradizioni, ma si possono custodire nella loro unicità e nello stesso tempo assimilare dal nuovo, dall’Altro, per dare vita a nuove esperienze.
Con l’augurio di portare sempre con voi le vostre radici.

BIBLIOGRAFIA
Aristotele, Libro I “La politica”, IV sec. a.C.
Bauman Zygmunt, “Vita Liquida”, Editore Laterza, 2008
Bauman Zygmunt, “L’arte della vita”, Editore Laterza, 2009
Maslow Abraham H., “Motivazione e personalità”, Armando Editore, 2010
Treccani Vocabolario , www.treccani.it

Comunicato Stampa di Lello Casesa

gruppo val d'akragas in costume tipico siciliano

Riceviamo e pubblichiamo una email di Lello Casesa contenente un comunicato stampa emesso in data odierna.

 


 

Il Val d’Akragas annuncia :
partecipiamo alla Sagra

Una decisione concordata con i vertici del Parco Archeologico prevederà la partecipazione del Val d’Akragas alla Sagra del mandorlo in fiore ed alle iniziative collaterali.

Dopo una serie di incontri a casa Sanfilippo con i gruppi folk agrigentini ed il Direttore del Parco Parello si e’ stabilito un sorteggio, i cui dettagli verranno resi pubblici, includendo anche il Val d’Akragas.

Ogni gruppo agrigentino prenderà parte ad un momento importante della Sagra tra : Fiaccolata, sfilata conclusiva, spettacoli al teatro e lo spettacolo davanti il tempio della Concordia.

Il Val d’Akragas parteciperà, se confermato lo schema, alla sfilata della domenica conclusiva prevista il prossimo 12 marzo.

Grande entusiasmo ed impegno da parte dei ragazzi che hanno intensificato le prove settimanali al fine di essere artisticamente preparati all’evento Sagra.

Una conferenza stampa sara’ prevista nelle prossime settimane per spiegare i dettagli dopo circa 10 anni di assenza dalla Sagra.

Agrigento, li 03.02.2017
f.to Lello Casesa
Presidente

Candele, crespelle e purificazione: La Candelora

fiaccolata sagra del mandorlo in fiore agrigento

Si ‘un chiovi ‘a cannilòra ‘u ‘nvernu è sciutu fora“, e così che ogni 2 febbraio aprendo le finestre di casa le signore anziane diventavano le nostre metereologhe e facevano previsioni su future piogge e raccolta delle messi.

Noto è che ad Agrigento la Sagra del Mandorlo in Fiore veniva prima celebrata i primi di febbraio, probabilmente conseguentemente a questa festa che nelle celebrazioni pre-cristiane era la festa di  Imbolc che segnava, appunto, il lento arrivo della primavera che scacciava l’inverno, che proprio in questi momenti lasciava le genti allo stremo per la scarsità delle risorse e delle provviste che cominciavano a scarseggiare.

Questa festa era celebrata con l’accensione delle candele per determinare la purificazione del terreno dall’inverno e scacciare i suoi demoni, e resta tradotta nella religione cattolica con la purificazione di Maria Vergine e la presentazione di Gesù al tempio.

Febbraio è anche il mese che vede i festeggiamenti della dea Februa (Giunone, la quale, nel mondo romano, veniva celebrata con l’accensione delle candele ed infatti era anche chiamata Lucina, cioè dea della luce.

Non dimentichiamo che Giunone era protettrice delle partorienti e forse anche per questo le religioni moderne festeggiano il 2 febbraio come festa della purificazione dopo il parto.

Secondo i giudei infatti, una donna che aveva partorito era impura per 40 giorni del sangue mestruale e doveva recarsi al tempio ad accendere una candela per la purificazione al 40° giorno dal parto, e così fece anche Maria dopo la nascita di Gesù.

Le candele accese sono anche ricondotte alle parole di Simenone, che quando vide Gesù lo definì dicendo “luce per illuminare le genti, per questo motivo il simbolo della candela benedetta diviene per i credenti simbolo stesso della vicinanza a Gesù.

La tradizione culinaria, invece, fa delle crepes o crespelle il piatto della Candelora, in diversi gusti cucinate tenendo in mano una moneta, sono di buon’auspicio per festeggiare questo periodo che comincia a profumare di primavera.

Quindi occhio alla finestra oggi per il meteo futuro e buone crespelle a tutti, illuminati da una bella candela!

Il costruttore di Pupi di Agrigento: Carmelo Guarneri

Collezione Carmelo Guarneri puparo ad Agrigento

Nonostante il teatro dell’opera dei pupi fonda le sue origini ottocentesche nelle due maggiori città dell’isola, Catania e Palermo, anche Agrigento vanta il prestigio di questa tradizione nel maestro d’arte Carmelo Guarneri, che ha cercato di imparare autonomamente la costruzione dei pupi siciliani.

Carmelo Guarneri Mastro Puparo
Il Maestro Guarneri non rinuncia alla tecnologia per creare i suoi capolavori.

Carmelo Guarneri, che espone già da anni la sua collezione nella sala del piano terra della Pinacoteca dell’Ex Collegio dei Filippini, spiega come questa “arte”, che abbraccia da secoli l’area occidentale e orientale della Sicilia, sia arrivata a influenzare la sua professione artistica.

Il maestro agrigentino originario del quartiere storico Bac Bac, fin da piccolo denota una particolare inclinazione per il disegno e la pittura, che coltiva per anni come autodidatta. Frutto delle sue origini nel quartiere storico di Agrigento, è la numerosa collezione dei dipinti nella quale testimonia gli scorci della sua infanzia tra passato e il presente, rivelando le trasformazioni che hanno subito quei luoghi dopo le vicende storiche della frana del ’66.

Affascinato dai grandi poemi epico cavallereschi (Orlando Furioso, Orlando Innamorato e il Morgante), e dalle gesta di Carlo Magno e dei suoi Paladini che il Guarneri comincia l’ideazione e la costruzione dei pupi siciliani.

Racconta come all’inizio della sua professione sceglie il prototipo del pupo catanese presto abbandonato per quello palermitano che diventerà fin dall’inizio della sua carriera artistica il modello di riferimento per la realizzazione dei pupi.

Afferma << Infatti mi sono accorto che la gamba era troppo tesa. Non mi piaceva! Il pupo palermitano ha la gamba che si piega, e si presta meglio ai movimenti >>

combattimento tra pupi ad agrigento
Improvvisazione di una scena effettuata dal Maestro e da suo figlio.

Difatti una delle differenze tra i pupi palermitani e catenesi sta proprio nelle flessibilità delle gambe che permettono ai pupi palermitani di avere una maggiore articolazione del movimento e potersi inginocchiare, aspetto tecnico non riscontrabile nei pupi catanesi che oltre a differenziarsi per l’imponente altezza sono meno dinamici e pertanto il manovratore sta in una posizione rialzata rispetto alla scena.

Il Maestro Carmelo Guarneri, rivela come lui non sia un oprante, e umilmente racconta come la sua arte non gli sia stata trasmessa da nessuno, né da un maestro né dal padre, l’unico aiuto che riceve è dalla nuora, abile ricamatrice degli abiti dei suoi pupi.

La costruzione dei pupi, analogamente a quanto avviene communente, si presta fedelmente alle descrizioni tecniche studiate da Antonio Pasqualino (1980) e Giuseppe Aiello (2011).

pupi guarneri in costruzione
Un esempio di pupi in lavorazione.

Il corpo delle marionette è costruito dall’artista con legno di faggio e si compone del busto, degli arti inferiori, realizzati in tre pezzi assemblati, e dagli arti superiori costituiti dai soli avambracci collegati alla spalla. Le teste sono scolpite in legno di cipresso e dipinte con colori a olio.

L’aspetto più difficile è la realizzazione delle armature, tecnica distintiva della pratica artigianale del costruttore delle marionette.

L’origine delle decorazioni delle armature s’ispirava, nella storia dell’opera dei pupi, alle prime xilografie dei poemi cavallereschi del Cinquecento e alla stampa popolare seicentesca, ma con il tempo si registrarono innumerevoli innovazioni tecniche artigianali.

Una parte della collezione Guarneri ad Agrigento
Una parte della collezione Guarneri ad Agrigento.

Il gusto estetico dell’armatura dei pupi del maestro agrigentino si presta, infatti, ai modelli più recenti dei pupi palermitani: le decorazioni di rrabbischi (arabeschi), borchie (bottoni) e losanghe saldate a sbalzo agli scudi e alle armature sono di un rame di colore diverso.

A fare da cornice a ogni marionetta sono le grandi tele realizzate dal Maestro che raccontano la pazzia dell’Orlando Furioso, il rapimento di Angelica, e altre vicende tratte dai poemi cavallereschi. Saraceni e paladini figurano in piccole tavole a olio, riprendendo i modelli delle sponde dei carretti siciliani.

La sua arte che onora una grande tradizione siciliana, non poteva mancare nella città di Pirandello che scriveva:

‘Pupi siamo, caro signor Fifì! Lo spirito divino entra in noi e si fa pupo.
Pupo io, pupo lei, pupi tutti.

E’ possibile visitare la collezione del Maestro Guarneri recandosi in Via Atenea, ad Agrigento; il suo recapito telefonico è +393341768941.

Presentazione Programma del Mandorlo in Fiore 2017

immagine ufficiale mandorlo in fiore agrigento

Venerdì 3 febbraio alle ore 11:00 si terrà la conferenza stampa della presentazione del programma del Mandorlo in Fiore.

Sarà la prestigiosa sede dell’Ex Collegio dei Filippini sito in Via Atenea, 270, la cornice della conferenza che vedrà al tavolo di presentazione il Sindaco di Agrigento Lillo Firetto insieme al Direttore del Parco Archeologico Valle dei templi, Giuseppe Carmelo Parello ed al Commissario Regionale.

In tale sede verrà lanciata la manifestazione più attesa dagli agrigentini e non solo, che quest’anno vede sostanziali differenze rispetto alle precedenti edizioni, prima fra tutte la denominazione della festa stessa in “Mandorlo in Fiore” e non più “Sagra”, e la partecipazione più dedicata dell’Ente Parco all’organizzazione.

Il racconto nel canto: la Sicilia del popolo

tamburello siciliano ad agrigento

Chi non ha mai intonato “Ciuri ciuri” si morda la lingua, chi non ha mai battuto le mani al ritmo di “Vitti na crozza” si faccia avanti e chi non ha mai sorriso ascoltando “La luna in mezzu u mari” scagli la prima pietra: questa musica è di tutti e rappresenta le origini e l’ancestrale grembo di questa isola e dei suoi isolani.

La Sicilia è una terra sonora, dove ogni luogo ha un suo rumore, tramandato da secoli di invasione che hanno dato note diverse e diverse infiltrazioni a un popolo notoriamente rumoroso.

Comunemente a ciò che è la musica, anche in questa isola così multi variegata, spesso la si usa per esprimersi: in primis fu nel lutto, poi i canti dei lavoratori e in particolare degli zolfatari, ed a seguire per tramandare storie affinando melodie e nenie accompagnate da strumenti in uso ancora oggi come il marranzano, il tamburello e lo zufolo.

Per capire l’importanza che riveste il canto e la musica popolare possiamo ricorrere alle parole scritte dal scritte dal filosofo, teologo e letterato tedesco, Johann Gottfried Herder (1744-1803), “I canti popolari sono gli archivi del popolo, il tesoro della sua scienza, della sua religione […] della vita dei suoi padri, de’ fasti della sua storia…”

Una storia che si tramanda quindi con i suoi costumi e i suoi principali mestieri e abitudine quotidiane come ad esempio il famoso canto dei pescatori “Jetta la riti”, o “U cantu di lu carritteri” o ancora “Passa u ricuttaru”. Questi brani che in taluni casi sono antichi vengono in gran parte interpretati da Gian Campione, cantautore agrigentino del ’46 che ha portato la musica popolare siciliana in tutto il mondo.

Usata per condividere storie, culti ed emozioni la musica siciliana odierna non smette di essere canto di amore, spesso anche di denuncia, verso persone e soprattutto nei confronti della Sicilia stessa, perché un isolano ha un profondo senso di attaccamento alla terra, viscerale e sentimentale come un canto d’amore sa essere, anche quando non corrisposto.

Quindi a volte il canto può essere di una dolcezza commovente e altre di una violenta passione.

Di questo genere di musica non si può non ricordare la più famosa interprete che è Rosa Balistreri, che appunto diceva in merito al suo modo di fare musica: “Si può fare politica e protestare in mille modi, io canto. Ma non sono una cantante.. sono diversa, diciamo che sono un’attivista che fa comizi con la chitarra”.

Una donna forte, che cantava per sfogare la sua rabbia. Il timbro forte ed originale della voce le consentì in seguito di interpretare le canzoni popolari siciliane con un tono fortemente drammatico esprimendo il senso di povertà e orgoglio della sua terra. Un esempio è la sua meravigliosa “Terra ca nun senti”.

“Rosetta a licatisa” (nome d’arte all’inizio della sua carriera) era anche una donna, e in quanto tale romantica, e forse la sua più famosa canzone è appunto “Cu ti lu dissi”.

Nessun siciliano resta fermo o non mostra emozione davanti alle sonorità che abbiamo raccontato qui sopra, dalla prima all’ultima fanno parte della tradizione, della appartenenza e dell’ancestrale natura di ogni isolano, scorrono nel sangue e aspettano solo una nota che li riporti alla luce facendoli risuonare.

Il treno del Mandorlo: Nuova Storia Ecosostenibile

Ad Agrigento per la festa del Mandorlo in Fiore sarà possibile visitare la Valle e raggiungere il Tempio della Concordia la domenica, 12 marzo 2017, della premiazione sul treno storico che attraversa l’antica ferrovia Akragas.

Anche per chi arriva da più lontano, da Palermo, sarà possibile prendere un treno storico, locomotiva elettrica E 646 anni ’60, dalle carrozze tipo “59” anni ’60, dal postale a carrelli uiz anni ’50 e dalle carrozze “Centoporte” anni ’30, che fischierà la sua partenza alle ore 7 e 45 per percorrere l’ entroterra siciliano fino alla stazione di Agrigento dove vi sarà l’interscambio, pagando un biglietto aggiuntivo, con il treno della Valle dei Templi.

L’arrivo è previsto per le 10:30 per dare la possibilità di godere della Festa del Mandorlo in Fiore per tutta la giornata, la ripartenza è infatti prevista per le ore 18.30 da Agrigento per il rientro a Palermo. Tutto questo è possibile grazie alle recenti associazioni delle Ferrovie storiche che stanno prendendo sempre più piede e che da qualche giorno hanno anche una legge a loro tutela passata alla Camera. Il 25 gennaio 2017 infatti è stata votata a favore la proposta di legge 1178 per l’Istituzione delle Ferrovie Turistiche, 18 in Italia, di cui ben 4 in Sicilia che permetterà di sviluppare ancora di più la rete di ferrovie storiche e turistiche. E di dare la possibilità alle associazioni e ai giovani coinvolti di sviluppare attività culturali, turistiche, ma anche ricettive.

Ad Agrigento l’associazione responsabile è Ferrovie Kaos e invece sul territorio palermitano http://www.trenodoc.com/.

Alle volte è meglio fidarsi dei conciabrocche agrigentini

Ieri sera, dopo avere letto l’email inviatami da Facebook riguardo alla bella copertura dei passati 14 giorni (78,99 mila persone), mi è venuta in mente una storia che noi agrigentini conosciamo tutti… ad esempio a me la narrava mia madre da bambino per farmi ridere.

La riassumo per chi ci legge da fuori Agrigento (affidando alla pagina Wikipedia un primo spunto per incuriosirvi e spingervi a leggere la novella, che merita veramente di essere letta).

La riassumo nella maniera che mi è più cara, ovverosia nella versione che mi narrava mia madre.

Don Lollò acquista una poderosa giara per conservare l’olio della spremitura degli ulivi, che quell’anno grazie al suo sfruttamento dei contadini, sarebbe stato particolarmente abbondante.

Tuttavia la giara viene trovata rotta.

Don Lollò va a chiamare il più bravo conciabrocche del paese, un tale Zi’ Dima.

Questo Zi’ Dima, nella sua attività di conciabrocche, si vantava di avere inventato una colla così potente da potere mettere a nuova la giara di Don Lollò.

Tuttavia Don Lollò non si fida di Zi’ Dima ed insiste che l’artigiano debba anche dare dei punti metallici all’orcio.

Ne nasce un battibecco che vede Zi’ Dima entrare nella giara per la necessità di mettere i punti; tuttavia, alla fine dell’opera, questi non riesce più ad uscire dal panciuto vaso.

A questo punto è magistrale, nella novella, il litigio tra i due, litigio dove Zi’ Dima vuole uscire e Don Lollò vuole pagata per intero la giara che dovrà rompere per accontentarlo.

Devo essere onesto, mia madre sorvolava sulla figura dell’avvocato (credo un poco sinistra nella visione pirandelliana) ed arrivava direttamente al fatto che Don Lollò pagava Zi’ Dima e che quest’ultimo acquistava del pesce fritto e del vino per tutti i contadini, che ballavano e cantavano intorno alla giara, bevendo alla salute del conciabrocche e trascorrendo un’allegra serata.

Il proprietario della giara alla fine, indispettito, mollava un potente calcio al recipiente e questo, dopo un rotolare per una discesa, si rompeva e permetteva al conciabrocche di uscire tra le risate dei contadini.

Evidentemente Pirandello era un fino conoscitore dell’animo degli agrigentini.

Opera Dei Pupi: Un Patrimonio Presente Anche Ad Agrigento

opera dei pupi catania

(Immagine Di LucarelliOpera propria, CC BY-SA 3.0, Collegamento)

L’Opera dei Pupi rappresenta senza dubbio parte integrante dell’identità culturale siciliana.

Essa, chiamata “Opira dei Pupi” in siciliano, è un tipo di teatro di marionette in cui si rievocano le gesta epiche riguardanti i combattimenti tra i paladini di Carlo Magno, impegnati a difendere la fede cristiana, e gli infedeli saraceni.

Vengono così rappresentati anche tradimenti, tristi storie d’amore, apparizioni miracolose e demoniache o di animali feroci.

In particolare, l’Opera dei Pupi siciliani ha due dimensioni particolari: quella del racconto orale che i cantastorie facevano nelle piazze e quella gestuale della danza con le spade che, oltre a rappresentare i combattimenti, indicavano nella cultura contadina i riti di fertilità.

L’Opera dei Pupi si basa su un repertorio, risalente al ciclo carolingio della Chansons de Geste, che veniva trasmesso oralmente da maestro ad apprendista.

L’origine del teatro dei pupi è molto controversa. Di sicuro si sa che nella prima metà dell’Ottocento gli etnografi studiavano dei pupi che indossavano armature molto rudimentali.

Ma già alcuni studiosi del Settecento ritenevano che l’abilità dei pupari discendesse dalla capacità di costruire e far muovere marionette di alcuni siracusani attivi al tempo di Socrate e Senofonte.

In Sicilia esistono due distinte tradizioni dell’Opera dei Pupi: quella palermitana, diffusa nella Sicilia occidentale e molto viva grazie all’associazione Figli d’Arte Cuticchio, e quella catanese, diffusa nella Sicilia orientale e in Calabria.

I pupi, decorati in maniera molto ricca, presentavano una struttura in legno e avevano delle corazze; inoltre variavano nei movimenti a seconda della scuola di appartenenza palermitana o catanese.

La differenza più evidente stava nelle articolazioni: infatti i primi erano più leggeri e snodabili, mentre i secondi erano più pesanti e con gli arti fissi.

Lo spettacolo veniva curato dal puparo, che si occupava anche delle sceneggiature.

Così adottava un timbro di voce particolare a seconda del pupo che manovrava e delle scene epiche rappresentate.

I pupari, nonostante fossero molto spesso analfabeti, conoscevano a memoria opere come la Chanson de Roland, la Gerusalemme liberata e l’Orlando furioso.

I pupi erano diversi e si caratterizzavano per le corazze e i mantelli differenti poiché ogni marionetta rappresentava tipicamente un preciso paladino.

Questa forma di teatro delle marionette è stata proclamata dall’UNESCO “Capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell’umanità”.

Agrigento ospita una mostra permanente sull’Opera dei Pupi, allestita nei locali di Casa Pace, sita nella collina dei Templi.

La mostra è nata nell’ambito della collaborazione sorta tra il Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento e il Museo Internazionale della Marionette Antonio Pasqualino di Palermo.

Al piano terra del Palazzo dei Filippini, sempre ad Agrigento,  si può visitare la preziosa collezione di pupi siciliani realizzati rigorosamente a mano dal maestro Carmelo Guarneri.

Il suo scopo è quello di valorizzare entrambe le espressioni del patrimonio culturale siciliano riconosciute dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità cioè la Valle dei Tempi e l’Opera dei Pupi.

Nella mostra è possibile visitare materiale appartenente alla scuola palermitana e catanese; sono inoltre presenti pannelli esplicativi e supporti audio video.

Anche a Licata, cittadina in provincia di Agrigento, la tradizione dei pupi è tornata a vivere grazie all’impegno della famiglia Profeta costituita da pupari per tradizione che ripresentano copioni e marionette di paladini presso il teatro Re.

Potere assistere ancora oggi all’Opera dei Pupi significa avere la possibilità di provare una gioia per gli occhi e per la mente, oltre ad avere l’occasione di fare un tuffo in un passato magico.