Festival Internazionale I Bambini del Mondo: Comunicato Stampa

Riceviamo e pubblichiamo il seguente comunicato stampa.


Inizia con un gesto d’amore la 17^ edizione del Festival Internazionale “I Bambini del Mondo”, che anche quest’anno apre il “Mandorlo in Fiore” di Agrigento. Tenendo fede al motto coniato dal loro “papà” Claudio Criscenzo, il gruppo Folk Song Dance di Lublin della Polonia, andrà a far visita domani mattina, venerdì 3 marzo alle ore 11 ai piccoli degenti presso il reparto di Pediatria dell’Ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento, portando in corsia un momento di Folklore. Fin dalla sua nascita, infatti, il Festival “I Bambini del Mondo” coniuga il folklore con la solidarietà, la promozione umana e sociale, in difesa dei diritti dei minori.

Sono cinque i gruppi internazionali partecipanti al Festival Internazionale “I Bambini del Mondo”, organizzato dall’Aifa, Associazione International Folk Agrigento guidata da Luca Criscenzo. Quest’anno i gruppi arrivano da: BULGARIA, dalla città di Popovo, “Dance Ensemble Severniache”; INDONESIA, dalla capitale Jakarta, “Kinnari Promosindo”; POLONIA dalla città di Lublin, “Folk Song Dance Ensemble Lublin”; TURCHIA da Ankara, “GOP Necla-Ilhan Ipekci” e UCRAINA “Rosy Svitanku” di Kiev. Con loro i gruppi agrigentini: Gergent, Oratorio Don Guanella, I Piccoli del Val D’Akragas, I Picciotti da Purtedda e Fiori del Mandorlo. Ai quali si uniranno per le sfilate anche i gruppi: Fabaria Folk, Herbessus, Sicilia Nu’ Cori, I picciotti di Matarò, Gazzara Folk, Limpiados, Gruppo Folk Castrofilippo, Gruppo Folk Rosa Balistreri, Tamburinari Herbessus Santa Venera, I tamburi della Quisquina.

I gruppi internazionali partecipanti alla 17^ edizione del Festival Internazionale “I Bambini del Mondo”, riceveranno il saluto di benvenuto da parte del sindaco di Agrigento Lillo Firetto; il Direttore del Parco Archeologico Valle dei Templi, Giuseppe Parello; il Commissario straordinario Bernardo Campo e dal presidente del Festival Giovanni Di Maida, sabato 4 marzo alle ore 10:00 presso il Collegio dei Filippini. Alle ore 11:00 ci sarà la tradizionale “Passeggiata della Pace e della Fratellanza” lungo la Via Sacra con esibizione finale dei gruppi internazionali ai piedi del Tempio di Giunone.

Intenso il programma di domenica 5 marzo, si inizia alle ore 10:00 con la Sfilata di tutti in gruppi internazionali e locali, da piazza Don Minzoni a piazza Cavour. Alle ore 11:00 presso la Chiesa Madonna della Provvidenza la tradizionale e suggestiva preghiera interreligiosa “I Popolo in pace”. Quindi alle ore 20:30 al Teatro Pirandello lo spettacolo del 17° festival internazionale del folklore “I Bambini del Mondo” con la consegna, a cura della Società Dante Alighieri del Premio “Italia- Immagini e Pensieri”.

I Bambini del Mondo, “Ambasciatori di pace nel mondo”, che quest’anno hanno acquisito un altro prestigioso riconoscimento da parte dell’UNESCO, Commissione Nazionale Italiana: “In considerazione dell’alto valore della manifestazione intesa a promuovere i valori della pace e della fratellanza”, proseguiranno le loro performance fino a martedì 8 marzo quando consegneranno il testimone, o meglio la fiaccola ai lo colleghi più grandi per l’accensione del Tripode dell’Amicizia e il prosieguo del Mandorlo in Fiore 2017.

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Programma Festival i Bambini del Mondo ad Agrigento 2017

Pubblichiamo il Programma del festival i Bambini del Mondo ad Agrigento per l’anno 2017.

 

Programma Festival i Bambini del Mondo ad Agrigento 2017

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Storia del Mandorlo in Fiore: Seconda Puntata

sagra del mandorlo in fiore 1940 agrigento

Dopo il battesimo del 1937 e il significativo successo ottenuto, la Sagra del Mandorlo in Fiore di Agrigento continuerà il suo cammino fino al 1940, a causa della seconda guerra mondiale, per poi interrompersi e riprendere solo nel 1948 con la quinta edizione.

sagra del mandorlo in fiore 1940Dalla seconda alla quarta edizione (1938-1940) la Sagra viene gestita dagli organismi locali fascisti, in particolare dal dopolavoro.

Dopo la fine della guerra, con la caduta del fascismo, saranno invece nuove organizzazioni locali a continuare l’esperienza.

Per la seconda edizione del 1938, viene scelto a presiedere il programma della manifestazione Francesco Sinatra, professore ed intellettuale particolarmente stimato in città.

La manifestazione si tiene nella Valle il 15 febbraio del 1938 e vede la partecipazione di gruppi folcloristici in costume oltre che della provincia di Agrigento anche di Catania, Messina, Palermo.

Continua ad essere un momento centrale molto atteso quello della sfilata dei carri siciliani.

Nel 1939 la sagra viene iscritta nel calendario regionale delle celebrazioni della primavera siciliana. Questa terza edizione si svolge nella domenica del 26 febbraio ed è curata dall’Ente Provinciale del Turismo con la collaborazione del Dopolavoro.

Si registra un considerevole aumento di carovane di automobilisti provenienti da molti comuni della Sicilia. Quell’anno sfilano insieme ai carri allegorici anche autocarri artisticamente addobbati.

La manifestazione si svolge nella spianata del tempio della Concordia e viene ripresa per la prima volta dalle telecamere di Film Luce.

Su uno degli autocarri partecipanti viene posto un gigantesco tempio di Castore e Polluce il legno che fa molto effetto.

I gruppi in costume che partecipano diventano una dozzina.

Il programma della manifestazione prevede anche l’elezione di Miss Primavera e anche la prima giornata dell’auto nella Valle dei Templi, organizzata dall’automobile Club.

La domenica dell’11 febbraio 1940 si svolge la quarta edizione che sarà l’ultima del periodo fascista.

Oltre che nella Valle dei Templi, la Sagra del Mandorlo in Fiore quell’anno comprende alcune iniziative che hanno come palcoscenico il viale della Vittoria e il giardino dove si trova il Monumento ai Caduti.

I negozianti partecipano al concorso per la migliore vetrina, che doveva esaltare la celebrazione della primavera agrigentini.

Carri siciliani e autocarri addobbati fanno ormai parte della festa, ma insieme al loro viene organizzato un corteo con complessi musicali che da Piazza Municipio arrivano in piazza Cavour, dove viene allestito un palco per l’esibizione.

Tra il pubblico spiccano un centinaio di universitari fascisti dell’Università di Palermo con le divise della GUF, la gioventù universitaria fascista.

Nel pomeriggio ci fu il raduno al tempio di Giove con i gruppi dei canterini e danzerini della provincia.

Le cronache del tempo dicono che lo spettacolo viene seguito da almeno 20.000 persone.

Sconti di viaggio per l’occasione sono stati assicurati dalle Ferrovie.

A conclusione di quella giornata si svolge una fiaccolata da piazza Vittorio Emanuele a piazza municipio a cui prendono parte tutti i gruppi folcloristici. Il Giornale di Sicilia il 13 febbraio 1940 dedicò a quella edizione della sagra un ampio articolo corredato da belle foto.

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Si Presenta Il Festival “I Bambini Del Mondo”

Il Festival Internazionale “I Bambini del Mondo“, che si terrà dal 4 al 7 marzo, verrà presentato venerdì 10 febbraio alle 10:30 presso Casa Sanfilippo.

manifesto i bambini del mondo 2017 agrigento organizzato da Luca CriscenzoCinque i gruppi internazionali partecipanti: il “Children Group Sama” di Baku in Azerbaijan, il “Dance Ensemble Severniache” di Popovo in Bulgaria, il “Kinnari Promosindo” di Jakarta in Indonesia, il “Gop Necla-Ilhan Ipekci” di Ankara in Turchia e il “Folk Song Dance Ensemble Lublin” di Lublin in Polonia.

I gruppi folcloristici dei piccoli agrigentini saranno: “Gergent”, “Oratorio Don Guanella”, “I Piccoli del Val D’Akragas”, “I Picciotti da Purtedda”, “Fabaria Folk” e “Fiori del Mandorlo”.

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Quartet Folk: restauro di musica tradizionale

quartet folk agrigento mandorlo in fiore

Il gruppo dei Quartet Folk nasce nel luglio del 2014 dalla collaborazione fra Antonio Cannella  (chitarra, fiati e voce), Dario Mantese (mandolino fiato e voce), Gerlando Barbadoro (percussioni e voce), Francesco Carnabuci (fisarmonica e voce) e nonostante sia ancora in lavorazione il loro primo disco, hanno già alle spalle diversi premi e onorificenze.

I Quartet Folk, radicati in Sicilia, ad Agrigento terra natia dei componenti, portano avanti quel meraviglioso progetto di rendere noto e tramandare il suono e le poesie della musica popolare siciliana, arricchendole dei loro studi con nuove colorature interpretative grazie a piccole varianti strumentali.

Abbiamo voluto chiedere a questi “ambasciatori” delle tradizioni canore siciliane quale cosa in più in merito al loro progetto musicale:

 

Quartet Folk, quartet perché siete 4, ma spiegateci cosa vuol dire per voi Folk e come mai questa scelta e non una più Pop, a chi dei 4 è venuta in mente?

A dire il vero abbiamo riflettuto insieme sul nome da acquisire e per prima cosa siamo partiti dalla parola “Folk“perché, a differenza di molti coetanei nostri, abbiamo sin da piccoli portato la musica popolare nel cuore e continueremo a farlo. Alla tradizione del Folk abbiamo voluto abbinare un’altra parola “moderna” come manifesto della nostra musica: la musica tradizionale rivisitata in chiave moderna, e da qui la scelta congiunta di “Quartet“.

 

Nel vostro percorso c’è una bellissima esperienza, con uno scambio interculturale con la Harding University, dell’Arkansas, America. Come siete arrivati all’Università americana e cosa vi portate dietro da questa esperienza?

Abbiamo iniziato a suonare per gli studenti della Harding giá qualche anno fa, prima ancora di unirci sotto il nome di Quartet Folk. L’università americana porta periodicamente i propri studenti in visita nella nostra Agrigento e per 2/3 giorni rimangono in cittá per scoprirne ed ammirarne le meraviglie che essa possiede. In questo breve periodo una serata è dedicata alla conoscenza delle tradizioni popolari e, presso il centro culturale Funduk, ci esibiamo alla presenza di 50/60 studenti.

Non siamo certo nuovi ad esibizioni per gruppi di turisti ma certamente la possibilità di suonare per dei coetanei e vedere che gli stessi, pur non capendo quasi un accidenti di quello che cantiamo, si divertono ed apprezzano il nostro lavoro, ci riempie d’orgoglio e ci spinge a fare sempre meglio.

 

Tanti altri successi come il festival del gelato di palermo, l’artigianato in Fiera, e la Sagra del mandorlo, quali fra questi vi ha dato più energia per continuare a produrre e quale vi ha emozionato di più?

Mandorlo in Fiore, Sherbet e Artigianato in Fiera: stiamo parlando di 3 grandi eventi di significativa rilevanza. La Sagra del Mandorlo in Fiore ci ha visto crescere prima come persone e poi come artisti, ma le grandi emozioni vissute in quel di Milano e Palermo non possono avere paragoni.

Crediamo che questo sia dovuto al fatto che quando ti esibisci a casa, poche e sterili possono essere le critiche, perché sei circondato da parenti ed amici che per tanti motivi si congratulano con te. Invece quando ti ritrovi in contesti molto più grandi come appunto le cittá di Milano e Palermo, dove non conosci nessuno, vedere che il tuo lavoro é molto apprezzato e valorizzato, é davvero una grande soddisfazione.

 

Abbiamo letto che state lavorando sul nuovo e primo disco dei Quartet Folk ci volete dare qualche anticipazione?

Stiamo lavorando a questo nostro primo vero progetto, un album intitolato “Pruvulazzu”, dove oltre a dei brani inediti stiamo “rispolverando” dei brani  realizzati da grandi artisti del panorama musicale siciliano rimasti per troppo tempo chiusi in cassetto.

 

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Musica popolare e Folclore in Sicilia

Dal 4 al 12 Marzo 2017 ad Agrigento si terrà la 72° edizione del “Mandorlo in Fiore”.

Agli ideatori di questo evento va il plauso dell’intera comunità scientifico-culturale internazionale.

 

Probabilmente è la manifestazione folcloristica tra le più significative del patrimonio culturale immateriale promosse in Europa.

 

Per “patrimonio culturale immateriale” s’intendono le pratiche, rappresentazioni, espressioni, sapere e capacità, come pure gli strumenti, artefatti, oggetti, e spazi culturali associati, che le comunità, i gruppi e, in alcuni casi anche i singoli individui, riconoscono come parte integrante del loro patrimonio culturale.

Ciò che rileva, in particolare, non è la singola manifestazione culturale in sé, ma il sapere e la conoscenza che vengono trasmessi di generazione in generazione e ricreati dalle comunità ed i gruppi in risposta al loro ambiente, all’interazione con la natura e alla loro storia.

Il patrimonio immateriale garantisce un senso di identità e continuità ed incoraggia il rispetto per la diversità culturale, la creatività umana, lo sviluppo sostenibile, oltre ché il rispetto reciproco tra le comunità stesse ed i soggetti coinvolti.

Nel 1984 l’UNESCO ha lanciato un programma sul patrimonio culturale immateriale. Dopo qualche anno, nel 1989, la Conferenza Generale dell’UNESCO ha adottato la raccomandazione sulla tutela della cultura tradizionale ed il folclore.

Nel 2003 l’UNESCO ha redatto un documento ove si riconosce l’importanza della trasmissione orale ai fini della continuità del patrimonio culturale immateriale, così come la pluralità globale delle forme tradizionali di espressione culturale.

Il Patrimonio Immateriale, come indicato all’art. 2 della relativa Convenzione del 2003, è individuabile in 5 settori:

  • tradizioni ed espressioni orali, incluso il linguaggio in quanto veicolo del patrimonio culturale immateriale
  • arti dello spettacolo
  • consuetudini sociali, riti ed eventi festivi
  • saperi e pratiche sulla natura e l’universo
  • artigianato tradizionale

La Sicilia è probabilmente la Regione italiana che più si è spesa per evitare di disperdere il proprio patrimonio culturale immateriale.

Sin dai primi anni del XIX secolo diversi intellettuali siciliani hanno cercato di recuperare e di classificare racconti, poesie, filastrocche, fiabe, musiche, danze e balli, canti e inni, usanze religiose e quant’altro avesse attinenza con la cultura popolare.

Tra questi studiosi vorrei citare una delle opere letterarie del medico palermitano Giuseppe Pitré (1841 – 1916).

Nel 1870 esce a Palermo il libro di Pitré “Canti popolari siciliani”.

Un’opera di grandissimo valore storico. Un esempio che aprì la strada all’etnomusicologia”. Ramo della musicologia nato alla fine del XIX° secolo.

Oggetto di studio dell’etnomusicologia è l’insieme delle tradizioni musicali che non rientrano nella musica colta e che comprendono invece tutte le espressioni musicali legate a gruppi etnici o sociali, tramandate principalmente per via orale (patrimonio culturale immateriale).
Lo scrittore palermitano Pitré introdusse così la sua opera:

“ … Ecco una raccolta di poco meno che mille canti popolari siciliani quasi tutti inediti, da aggiungere ai milletrecento di Lionardo Vigo e ai settecentocinquanta di Salvatore Salomone-Marino. Essi son comunissimi in tutta Sicilia, sebbene raccolti altri nelle provincie di Messina e Siracusa, altri in quella di Girgenti, e la maggior parte nella provincia di Palermo. … “.

In tutto furono classificati circa tremila brani.

Ma chi era Giuseppe Pitré?

Fu il primo intellettuale italiano che diede origine allo studio sistematico, su base scientifica, del folclore italiano.

Dopo aver dato alle stampe “Canti popolari siciliani”  realizzò nel 1894 un’opera editoriale di grandissimo valore filologico: la «Bibliografia delle tradizioni popolari italiane».

Fondò e diresse ininterrottamente dal 1880 al 1906 la “Rivista Archivio per lo studio delle tradizioni popolari».

Quest’uomo fu davvero un esempio di straordinaria vivacità intellettuale.

L’11 aprile del 1916 il Presidente del Senato del Regno Giuseppe Manfredi lo ricordò durante una seduta ufficiale dell’assemblea. In occasione della commemorazione il Ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti Vittorio Emanuele Orlando espresse un nobile pensiero che ivi riporto: “…Ebbene, quest’uomo seppe da solo creare questo immane corpus degli usi, delle tradizioni, delle costumanze siciliane, che, attraverso la fiaba, la leggenda, il motto ci ricollegano ai grandi padri Arii e ci fanno rinvenire negli umili strati della scienza e della sapienza popolare quegli elementi etnici primigeni, che apparivano svaniti e distrutti nelle millenarie vicende de’ tempi ma che, invece, vivono ancora con giovinezza perenne e immortale. …”. (qui il link alla sua pagina su senato.it)

La Sicilia è quindi una terra ricchissima di cultura e di tradizioni.

Ma per certi versi la cultura, la musica ed il folclore di questa splendida isola posta al centro del Mediterraneo, altro non è che il risultato di un connubio tra diverse civiltà che si andarono a innestare nel tempo sul territorio.

Le dominazioni che si succedettero nei secoli lasciarono, infatti, ricchezze consistenti: opere letterarie, opere teatrali, strumenti musicali, inni, canti, balli.

La musica, la danza ed il canto popolare di quest’isola affondano le proprie radici nelle tradizioni elleniche, arabe e bizantine.

Dal tardo medioevo a seguire si succederanno nei secoli regnanti svevi, francesi, spagnoli ed i borboni.

Cercare di tracciare le origini del folclore siciliano sarebbe del tutto inutile.

Verosimilmente si può invece affermare che la tradizione orale e manuale sia riuscita a trasmettere alle generazioni che si succedettero nel tempo melodie, canti e balli i quali, tramandati da villaggio a villaggio, da paese a paese hanno assunto persino aspetti differenti, dando così vita a numerose varianti.

Gli strumenti tipici della musica popolare siciliana sono lo scacciapensieri (in metallo, simile ad un ferro di cavallo) che è chiamato, a seconda della zona, pure mariolu, marranzanu o ngannalaruni, il azzarinu (uno strumento a percussione), il friscalettu o zufolo (flauto a becco), il tammurinu (grande tamburello), la ciarabedda o ciaramella (zampogne ad ancia doppia o semplice), la fisarmonica, il mandolino e la chitarra.

La danza popolare è un’espressione autentica della cultura di un popolo, di un territorio, di una tradizione. La musica, i passi e persino le coreografie sono intrecci di profondi significati culturali.

Danza e canto rappresentavano la tradizione e non esisteva una danza o un canto senza l’accompagnamento di uno strumento.

Di solito si ballava in occasione di un particolare evento e ciò serviva come momento di condivisione e di aggregazione collettiva. Le danze tradizionali appartengono al loro popolo e sono legate a momenti di vita particolare di una specifica comunità.

Tra le danze e i balli che maggiormente si fanno risalire alla tradizione siciliana ricordiamo:

  • Ballo della cordella
    La rappresentazione del ballo della cordella avviene durante i matrimoni o nel mese di maggio, ciò evidenzia un chiaro richiamo alla fertilità della terra. Dodici coppie di ballerini (simboleggianti i mesi dell’anno) ballano intorno ad un palo sormontato da spighe di grano reggendo dei nastri di vari colori, che vengono intrecciati a simboleggiare le stagioni o le costellazioni che ruotano attorno al sole, autore della fecondità agreste e della vita. La danza è omaggio augurale ai giovani sposi affinché la loro unione sia feconda di prole, benessere e gioia.
  • Ballu “a chiovu”
    Il ballu “a chiovu” rappresentava una tipica tarantella siciliana eseguita durante il periodo della mietitura. Dopo la fine della giornata lavorativa, i contadini si riunivano sull’aia ed eseguivano, accompagnati da strumenti tipici, questo ballo. Il nome si deve al fatto che, durante i passi, i piedi battono sempre i tacchi nello stesso punto; difatti vengono fatti dei salti con le gambe aperte che, nel poggiare a terra, si incrociano. Solitamente si balla in due e, alla donna, l’uomo fa spesso scherzi, mosse e riverenze; ci si avvicina e, passando da un punto ad un altro, ci si danno le mani.
  • Controdanza
    Le invasioni francesi nell’isola (già a partire dalla fine del 1200) diffusero una particolare danza definita appunto controdanza. Tipica del periodo carnevalesco ma anche delle feste paesane e soprattutto di quelli nuziali è una danza comandata dove chi vi partecipa esegue gli “ordini” di chi la comanda (solitamente definito caposala). Può essere quindi considerata un vero e proprio ballo di gruppo.
  • Danza di pecorai
    Ballo a coppie in cui l’uomo si pone a gambe incrociate di fianco alla donna; dopo essersi inginocchiato davanti a lei poggia a terra un ginocchio. La donna, nel frattempo, fa dei piccoli movimenti con le anche, mettendo le mani ai fianchi; l’uomo fa finta di volerla abbracciare, le manda dei baci e gioca con le sue braccia. Viene definito un ballo “riposato”.
  • Diavulecchiu
    Si trattava di un girotondo realizzato da uomini e donne a braccetto, tipico del periodo carnevalesco. La danza era accompagnata dagli strumenti tipici della musica siciliana ed era soprattutto utilizzata da pescatori e contadini che, attraverso essa, ringraziavano o auspicavano un buon raccolto e una buona pesca.
  • Fasola della Tubbiana
    Durante il periodo di carnevale la danza più diffusa ma nello stesso tempo più allegra e attraente era la fasola della tubbiana, ovvero una tarantella accompagnata dal canto “Carnascialata dei Pulcinelli”. Mentre le donne danzavano la fasola, gli uomini la accompagnavano con il canto. È una danza antichissima, ballata nei cortili e maggiormente utilizzata proprio nel periodo carnevalesco. Una variante era la fasola, ballata sempre allo stesso modo ma tipica del periodo della mietitura proprio per ringraziare il Signore per il buon raccolto avuto nella stagione.
  • Jolla o Lupulù
    Simile alla danza “u nozzu” ma chiamata così perché eseguita solo dai pecorai. Alla fine del proprio lavoro, durante le feste di paese, i pecorai improvvisavano questo antico ballo.
  • Lanzet
    Anche questa danza richiama il mondo dei pastori, si dice risalga ai primi anni del 1800. Diffusa in particolare in alcune zone della provincia di Messina, veniva ballata dai pastori quando partivano per la transumanza. Durante la migrazione delle greggi i pastori (quindi era ballata solo da uomini), improvvisavano questo antico ballo.
  • Matroccola
    La danza, tipica dell’agrigentino, viene eseguita grazie all’accompagnamento di uno strumento a percussione chiamato crotalo. Si ispira alla festa di San Calogero; i portatori di vara con grandi fazzoletti legati alla testa dimostrano, tramite tale danza, la loro devozione al santo. Ciò è un esempio di come il sacro e il profano molte volte si intrecciano.
  • Quatrigghia
    Danza diffusa su tutto il territorio nazionale; così come la controdanza anch’essa richiama la tradizione francese, in modo particolare le danze contadine. È un ballo di gruppo in cui ci si mette solitamente in due file, una di fronte all’altra, si può anche avere, però, una disposizione a quadrato. È composta da delle fasi chiamate figurazioni; la coppia che si trova in testa rappresenta tali figurazioni che vengono riproposte da tutte le altre coppie che seguono. La danza è molto diffusa in particolare nella provincia di Trapani.
  • Scotis
    Danza di origine austriaca e risalente all’epoca della presenza degli Austriaci in Sicilia (1720 – 1735). Il ballo, appartenente alla famiglia del polke figurato, viene eseguito solitamente a coppie ma può essere anche ballato in tre (l’uomo sta al centro e tiene, grazie a dei fazzoletti, due donne ai lati). Le varianti dello scotis sono molteplici.
  • Siciliana
    Antica danza di pastori, rappresenta una forma musicale spesso inserita all’interno di ampie composizioni musicali già partire dal periodo barocco. In ritmo 6 o 12 ottavi rievoca atmosfere agresti e/o pastorali. Si tratta, come detto, di una danza lenta che è stata inserita all’interno delle composizioni di alcuni tra i più grandi musicisti della storia della musica (Mozart, Haydn, Bach e altri).
  • Tarantella
    Una tra le danze più conosciute e caratteristiche di tutta l’Italia meridionale è la tarantella. Questa danza popolare, riferita alla cultura araba, secondo alcuni prende il nome dalla città di Taranto; altri, invece, credono che derivi dalla tarantola, ovvero dal ragno dal cui morso si guarirebbe solo attraverso questo ballo. Difatti, i suoi movimenti quasi indiavolati causano una notevole sudorazione e ciò aiuterebbe ad eliminare il veleno dell’insetto. Si dice che esistano diverse forme di tarantella: alcuni identificano questa danza con la tammoriata anche se sono evidenti le differenze sia nel ritmo ma soprattutto rispetto al numero di coloro che la eseguono: la tarantella può essere ballata anche da una sola persona invece la tammorriata viene danzata a coppie. Nella pizzica tarantata, tipica del Salento, ad essere pizzicate erano soprattutto le donne che, durante il tormento del veleno, potevano permettersi di tutto, anche mimare amplessi in pubblico fino a quando San Paolo, il protettore delle tarantate non concedeva la grazia.
  • Tataratà
    Danza ancora praticata a Casteltermini (AG) il cui nome si riferisce al suono ritmato del tamburo. Tale ballo richiama diverse interpretazioni: c’è chi sostiene che sia da riferirsi ad una danza propiziatoria per la fertilità della terra, altri al periodo della dominazione islamica (Arabi) nell’isola ed infine una terza teoria che fa riferimento agli Spatolatori di Lino. Di certo, al di là della propria origine vi è un riferimento al ritrovamento di una croce paleocristiana, prima ancora della fondazione di Casteltermini, risalente al 12 dopo Cristo. Il Tataratà viene rappresentata nel mese di maggio e vede i danzatori indossare in testa una corona di fiori; ogni danza si trasforma in una lotta armata che riconduce allo scontro tra il bene e il male, tra la vita e la morte.
  • “U nozzu”
    La danza chiamata “u nozzu” è un ballo di corteggiamento. Gli uomini, per fare la corte alle loro donne cantavano un canto tipico chiamato “u toccu”. Il canto veniva effettuato da un gruppo di uomini davanti a dei boccali di birra o a dei bicchieri di vino; essi nel frattempo, giocando a carte, improvvisavano questa danza. Tale danza può essere definita un misto tra il valzer e la tarantella siciliana.
  • “U Roggiu”
    Danza molto simile a quella “a chiovu”; difatti si svolgeva anch’essa sull’aia e richiamava una forma particolare di tarantella. La differenza, rispetto all’altra, riguardava il periodo: u roggiu veniva danzata durante il periodo della vendemmia.

 

Tra i tanti illustri studiosi e musicisti che diedero vanto alle tradizioni culturali popolari di questa terra, infine, vorrei esprimere un plauso a Francesco Paolo Frontini, Lionardo Vigo Calanna e Salomone Marino Salvatore.

“ … Tra gli artisti dell’Isola voi siete, se non il solo, uno dei pochissimi che comprendono la bellezza e la grazia delle melodie del popolo … “

Con questa frase significativa Giuseppe Pitré scrive il 1 gennaio del 1894 a Francesco Paolo Frontini (Catania 1860-1939) in occasione dell’uscita del suo libro Eco della Sicilia – Cinquanta canti popolari siciliani editi da Ricordi.

Frontini fu davvero un musicista straordinario. Studiò armonia e composizione presso il Conservatorio Musicale di Stato a Palermo. Compose varie opere, composizioni cameristiche, messe, canti religiosi e sinfonie. In Eco della Sicilia si trovano alcune delle canzoni tra le più significative della tradizione siciliana:

  • La Rosa
  • Canzuna di li Carriteri (Canzone dei Carrettieri)
  • La Ficu (Il Fico)
  • Prupunimentu (Proponimento)
  • L’Amanti cunfìssuri (Lo Amante confessore)
  • Serenata
  • La Figghia di lu massaru (La Figliola del massaio)
  • La Niespula (La Nespola)
  • Canzonetta villereccia (Mi votu e mi rivotu)
  • Lu pri li fimmini (Io per le donne)
  • Lu Labbru (Il Labbro). Trascrizione di F. Paolo Frontini
  • Guarda chi sugnu pàllitu! (Guarda come son pallido)
  • Alla Fontana (Canto con Coro)
  • Lu ‘nguì, lu ‘nguì, lu ‘nguà
  • Pri tia diliru e spasimu (Per te deliro e spasimo)
  • Sacciu ca sugnu lària (So che non son vezzosa)
  • A Nici! (A Nice!) Trascrizione di F. Paolo Frontini
  • Canzonettina
  • Ciccina e Don Cocò (Cecchina e Don Nicolò)
  • Canto del carcerato
  • Palummedda (Colombella). Trascrizione di F. Paolo Frontini.
  • Ciuri, ciuri  (Fiorellini). Ritornello popolare
  • La Vucca (La Bocca). Trascrizione di F. Paolo Frontini
  • Cianciu, Nici (Piango, Nice).
  • C è’na vecchia (C’è una vecchia)
  • Mi lassasti in abbannunu (Mi lasciasti in abbandono)
  • Giustizia
  • Cori, curuzza (Cantilena popolare)
  • Nici, ricordati (Nice, ricordati)
  • Canto de’ Contadini Etnei (ad una o due voci)
  • Amuri, amuri! (Amore, amore). Cantilena dei Mulattieri
  • Serenata
  • La fidiltà di li fimmini! (Fedeltà de le donne!) Musica di S. Pappalardo
  • Canzonetta popolare nella vendemmia
  • O svinturati giuvini (O sventurati giovani)
  • Mi mancanu li termini (A me mancano i termini)
  • Sunnu li fimmini (Sono le femmine)
  • Celu, comu mi lassi! (Cielo, come mi lasci!) Trascrizione di F. Paolo Frontini
  • Passioni (Passione). Trascrizione di F. Paolo Frontini
  • Lu Labbru (Il Labbro). Musica di G. Pacini
  • Sti silenzii, sta virdura (I silenzi, la verzura). Musica di B. Geraci.
  • Avvirtimentu (Avvertimento). Canzonetta. Musica di Martino Frontini
  • O Rosa virgini… (O Rosa vergine…)
  • Notturno
  • Lu Scarparu (Il Calzolaio). Canzonetta messinese.
  • Mi pozzu maritari (Mi posso maritar)
  • Lu Ritrattu (Il Ritratto)
  • Tùppiti, tìppiti e tappiti
  • Malatu p’amuri (Malato per amore)
  • Trilla e trilla (Ritornello popolare) Nuova Canzone catanese

Tra le più belle canzoni d’amore del repertorio popolare siciliano merita un posto d’onore “Mi votu e mi rivotu”.

La canzone si trova nella “Raccolta  amplissima di canti siciliani” che Lionardo Vigo Calanna marchese di Gallodoro (Acireale 1799 –1879) fece pubblicare nel 1870.

Altro studioso da segnalare fu Salomone Marino Salvatore medico e folclorista (Borgetto, Palermo, 1847 – 1916). Diede alla stampa successivamente un’altra opera di rilevante importanza entomusicologica: “Canti popolari siciliani in aggiunta a quelli di Vigo”.

Grandi interpreti della musica folcloristica siciliana della seconda metà del ‘900, sono stati Rosa Balistreri, Orazio Strano, Ciccio Busacca e Gian Campione ai quali vanno affiancati esponenti più recenti come Matilde Politi, Alfio Antico, Etta Scollo, Rita Botto, Franco Trincale. Dell’area agrigentina vorrei citare almeno qualche nome: Serenella Bianchini, Toni Cucchiara, Angelo Daddelli, i Dioscuri, Pippo Flora, Giovanni Moscato, Salvatore Nocera.

Vorrei concludere questo piccolo saggio con la frase che Francesco Paolo Frontini lasciò in eredità ai suoi conterranei:

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra. La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perché soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini.

Febbraio 2017. Nereo Luigi Dani

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Intervista a Luca Criscenzo, Presidente del “Gergent”

panoramica al tempio della concordia ad agrigento al festival i bambini del mondo

 

Il Mandorlo in Fiore si avvicina. Da presidente dell’associazione culturale “Gergent”, come vive questa fase di attesa per un evento che la vede coinvolto così da vicino?

E’ un attesa che ti affascina come la partecipazione agli altri festival internazionali, sicuramente si vive con una trepidazione particolare in quanto partecipare ad un evento cosi atteso ed importante nella tua città, ogni anno lascia un emozione diversa e dei ricordi indelebili.

Claudio Criscenzo è stato il fondatore di “Gergent” nel 1992, ma anche del “Festival Internazionale I Bambini nel Mondo” nel 2001. Qual è il suo ricordo più importante legato a lui?

Naturalmente i ricordi di mio padre sono molteplici, in quanto ho vissuto la sua figura in tutti modi possibili padre, presidente, amico, fratello, e quindi sintetizzare un suo ricordo è davvero troppo riduttivo, forse potrei scrivere un libro o una trilogia per raccontare ogni ricordo che mi lega a lui. Posso dire che nella vita lavorativa mi ha insegnato ad affrontare i problemi cercando di risolverli con calma e serenità senza abbattermi e di superare il problema trasformandolo in una risorsa.

Da dove nasce principalmente il repertorio di canti e danze che caratterizza “Gergent”?

Naturalmente gran parte del repertorio del Gruppo Gergent nasce proprio dal profondo studio di ricerca che ha fatto il suo fondatore Claudio Criscenzo, che successivamente sia io che altri componenti del gruppo hanno ampliato e completato. Oggi il gruppo ha un vasto repertorio che racchiude tutta la vita popolana siciliana, dai carrettieri ai mietitori, dai pescatori ai vinnignara, dai picurara alle comari o alle storie d’amori che nascevano tra i campi e nel paese.
Quale edizione del Mandorlo in Fiore ricorda con maggiore piacere? Perché?
Certamente la prima Sagra del Mandorlo In Fiore, nel lontano 1988, avevo solo 10 anni e suonavo “u bummulu” con l’orchestra del Città di Favara e sfilare lungo le vie cittadine gremite di gente che ti applaudiva e sorrideva, per un bambino era davvero un emozione unica.

A cosa si ispirano, in particolare, i costumi tipici dei ragazzi di “Gergent”?

Come già accennato in precedenza i costumi maschili si ispirano ai carrettieri del’ 800, mentre quelli femminili alla popolana del’ 800.

Oltre a far rivivere le tradizioni popolari agrigentine, quali altri scopi si prefigge “Gergent”?

Credo che la nostra attività oltre ad avere un alto valore culturale e di promozione turistica in campo nazionale ed internazionale, ha uno scopo educativo e formativo e di promozione sociale verso gli stessi componenti del gruppo.

Con “Gergent” ha avuto la possibilità di partecipare a numerosi festival del folclore. Ci sono delle difficoltà particolari che un gruppo folcloristico incontra nel partecipare ad una manifestazione come il Mandorlo in Fiore o altre manifestazioni simili in giro per l’Italia e il mondo?

Credo che le uniche difficoltà siano quelle economiche, vista la grave crisi che attanaglia tutto il mondo, quindi sia per i nostri gruppi folcloristici che vanno all’estero sia per quelli che partecipano al Mandorlo in Fiore l’unica difficoltà sia affrontare le spese per il viaggio. In questo momento storico particolare e difficile inoltre è diventato impossibile partecipare a festival che si trovano in paesi a rischio di attacco terroristico.

Cosa fa insieme ai ragazzi della sua associazione per far avvicinare e appassionare i giovani alle tradizioni popolari in generale e al Mandorlo in Fiore in particolare?

Fare avvicinare i giovani d’oggi alle tradizioni popolari o al folclore è sempre più difficile e complicato, una delle soluzioni è farli innamorare fin da piccoli a questo mondo cosi affascinante. I gruppi dei bambini costituiscono un vivaio ed il futuro di sopravvivenza per i gruppi, ed inoltre far rivivere e divulgare l’identità siciliana ai bambini fa si che le nostre tradizioni non vengano perdute.

Ci sono delle novità che ci può anticipare in merito al Festival Internazionale i Bambini nel Mondo di quest’anno?

Come ben sapete la conferenza stampa sarà nei prossimi giorni, quindi non posso anticiparvi molto, ma da Presidente dell’Aifa, organizzatore del Festival Internazionale “I Bambini del Mondo” mi pregio di dirvi che l’evento ha avuto il patrocinio della Commissione Italiana per l’Unesco per l’alto valore dell’iniziativa intesa a promuovere i valori della pace e della fratellanza.

Data la sua esperienza, se le venisse chiesto di prendere in questo momento un provvedimento in merito alla prossima manifestazione del Mandorlo in Fiore che cosa proporrebbe?

Proporrei di istituire un tavolo tecnico in cui le varie figure professionali presenti nel territorio folclore, turismo, ristorazione, spettacolo si integrino con le varie amministrazioni per la crescita fattiva ed esponenziale della manifestazione.

 

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Candele, crespelle e purificazione: La Candelora

fiaccolata sagra del mandorlo in fiore agrigento

Si ‘un chiovi ‘a cannilòra ‘u ‘nvernu è sciutu fora“, e così che ogni 2 febbraio aprendo le finestre di casa le signore anziane diventavano le nostre metereologhe e facevano previsioni su future piogge e raccolta delle messi.

Noto è che ad Agrigento la Sagra del Mandorlo in Fiore veniva prima celebrata i primi di febbraio, probabilmente conseguentemente a questa festa che nelle celebrazioni pre-cristiane era la festa di  Imbolc che segnava, appunto, il lento arrivo della primavera che scacciava l’inverno, che proprio in questi momenti lasciava le genti allo stremo per la scarsità delle risorse e delle provviste che cominciavano a scarseggiare.

Questa festa era celebrata con l’accensione delle candele per determinare la purificazione del terreno dall’inverno e scacciare i suoi demoni, e resta tradotta nella religione cattolica con la purificazione di Maria Vergine e la presentazione di Gesù al tempio.

Febbraio è anche il mese che vede i festeggiamenti della dea Februa (Giunone, la quale, nel mondo romano, veniva celebrata con l’accensione delle candele ed infatti era anche chiamata Lucina, cioè dea della luce.

Non dimentichiamo che Giunone era protettrice delle partorienti e forse anche per questo le religioni moderne festeggiano il 2 febbraio come festa della purificazione dopo il parto.

Secondo i giudei infatti, una donna che aveva partorito era impura per 40 giorni del sangue mestruale e doveva recarsi al tempio ad accendere una candela per la purificazione al 40° giorno dal parto, e così fece anche Maria dopo la nascita di Gesù.

Le candele accese sono anche ricondotte alle parole di Simenone, che quando vide Gesù lo definì dicendo “luce per illuminare le genti, per questo motivo il simbolo della candela benedetta diviene per i credenti simbolo stesso della vicinanza a Gesù.

La tradizione culinaria, invece, fa delle crepes o crespelle il piatto della Candelora, in diversi gusti cucinate tenendo in mano una moneta, sono di buon’auspicio per festeggiare questo periodo che comincia a profumare di primavera.

Quindi occhio alla finestra oggi per il meteo futuro e buone crespelle a tutti, illuminati da una bella candela!

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Il costruttore di Pupi di Agrigento: Carmelo Guarneri

Collezione Carmelo Guarneri puparo ad Agrigento

Nonostante il teatro dell’opera dei pupi fonda le sue origini ottocentesche nelle due maggiori città dell’isola, Catania e Palermo, anche Agrigento vanta il prestigio di questa tradizione nel maestro d’arte Carmelo Guarneri, che ha cercato di imparare autonomamente la costruzione dei pupi siciliani.

Carmelo Guarneri Mastro Puparo
Il Maestro Guarneri non rinuncia alla tecnologia per creare i suoi capolavori.

Carmelo Guarneri, che espone già da anni la sua collezione nella sala del piano terra della Pinacoteca dell’Ex Collegio dei Filippini, spiega come questa “arte”, che abbraccia da secoli l’area occidentale e orientale della Sicilia, sia arrivata a influenzare la sua professione artistica.

Il maestro agrigentino originario del quartiere storico Bac Bac, fin da piccolo denota una particolare inclinazione per il disegno e la pittura, che coltiva per anni come autodidatta. Frutto delle sue origini nel quartiere storico di Agrigento, è la numerosa collezione dei dipinti nella quale testimonia gli scorci della sua infanzia tra passato e il presente, rivelando le trasformazioni che hanno subito quei luoghi dopo le vicende storiche della frana del ’66.

Affascinato dai grandi poemi epico cavallereschi (Orlando Furioso, Orlando Innamorato e il Morgante), e dalle gesta di Carlo Magno e dei suoi Paladini che il Guarneri comincia l’ideazione e la costruzione dei pupi siciliani.

Racconta come all’inizio della sua professione sceglie il prototipo del pupo catanese presto abbandonato per quello palermitano che diventerà fin dall’inizio della sua carriera artistica il modello di riferimento per la realizzazione dei pupi.

Afferma << Infatti mi sono accorto che la gamba era troppo tesa. Non mi piaceva! Il pupo palermitano ha la gamba che si piega, e si presta meglio ai movimenti >>

combattimento tra pupi ad agrigento
Improvvisazione di una scena effettuata dal Maestro e da suo figlio.

Difatti una delle differenze tra i pupi palermitani e catenesi sta proprio nelle flessibilità delle gambe che permettono ai pupi palermitani di avere una maggiore articolazione del movimento e potersi inginocchiare, aspetto tecnico non riscontrabile nei pupi catanesi che oltre a differenziarsi per l’imponente altezza sono meno dinamici e pertanto il manovratore sta in una posizione rialzata rispetto alla scena.

Il Maestro Carmelo Guarneri, rivela come lui non sia un oprante, e umilmente racconta come la sua arte non gli sia stata trasmessa da nessuno, né da un maestro né dal padre, l’unico aiuto che riceve è dalla nuora, abile ricamatrice degli abiti dei suoi pupi.

La costruzione dei pupi, analogamente a quanto avviene communente, si presta fedelmente alle descrizioni tecniche studiate da Antonio Pasqualino (1980) e Giuseppe Aiello (2011).

pupi guarneri in costruzione
Un esempio di pupi in lavorazione.

Il corpo delle marionette è costruito dall’artista con legno di faggio e si compone del busto, degli arti inferiori, realizzati in tre pezzi assemblati, e dagli arti superiori costituiti dai soli avambracci collegati alla spalla. Le teste sono scolpite in legno di cipresso e dipinte con colori a olio.

L’aspetto più difficile è la realizzazione delle armature, tecnica distintiva della pratica artigianale del costruttore delle marionette.

L’origine delle decorazioni delle armature s’ispirava, nella storia dell’opera dei pupi, alle prime xilografie dei poemi cavallereschi del Cinquecento e alla stampa popolare seicentesca, ma con il tempo si registrarono innumerevoli innovazioni tecniche artigianali.

Una parte della collezione Guarneri ad Agrigento
Una parte della collezione Guarneri ad Agrigento.

Il gusto estetico dell’armatura dei pupi del maestro agrigentino si presta, infatti, ai modelli più recenti dei pupi palermitani: le decorazioni di rrabbischi (arabeschi), borchie (bottoni) e losanghe saldate a sbalzo agli scudi e alle armature sono di un rame di colore diverso.

A fare da cornice a ogni marionetta sono le grandi tele realizzate dal Maestro che raccontano la pazzia dell’Orlando Furioso, il rapimento di Angelica, e altre vicende tratte dai poemi cavallereschi. Saraceni e paladini figurano in piccole tavole a olio, riprendendo i modelli delle sponde dei carretti siciliani.

La sua arte che onora una grande tradizione siciliana, non poteva mancare nella città di Pirandello che scriveva:

‘Pupi siamo, caro signor Fifì! Lo spirito divino entra in noi e si fa pupo.
Pupo io, pupo lei, pupi tutti.

E’ possibile visitare la collezione del Maestro Guarneri recandosi in Via Atenea, ad Agrigento; il suo recapito telefonico è +393341768941.

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Il racconto nel canto: la Sicilia del popolo

tamburello siciliano ad agrigento

Chi non ha mai intonato “Ciuri ciuri” si morda la lingua, chi non ha mai battuto le mani al ritmo di “Vitti na crozza” si faccia avanti e chi non ha mai sorriso ascoltando “La luna in mezzu u mari” scagli la prima pietra: questa musica è di tutti e rappresenta le origini e l’ancestrale grembo di questa isola e dei suoi isolani.

La Sicilia è una terra sonora, dove ogni luogo ha un suo rumore, tramandato da secoli di invasione che hanno dato note diverse e diverse infiltrazioni a un popolo notoriamente rumoroso.

Comunemente a ciò che è la musica, anche in questa isola così multi variegata, spesso la si usa per esprimersi: in primis fu nel lutto, poi i canti dei lavoratori e in particolare degli zolfatari, ed a seguire per tramandare storie affinando melodie e nenie accompagnate da strumenti in uso ancora oggi come il marranzano, il tamburello e lo zufolo.

Per capire l’importanza che riveste il canto e la musica popolare possiamo ricorrere alle parole scritte dal scritte dal filosofo, teologo e letterato tedesco, Johann Gottfried Herder (1744-1803), “I canti popolari sono gli archivi del popolo, il tesoro della sua scienza, della sua religione […] della vita dei suoi padri, de’ fasti della sua storia…”

Una storia che si tramanda quindi con i suoi costumi e i suoi principali mestieri e abitudine quotidiane come ad esempio il famoso canto dei pescatori “Jetta la riti”, o “U cantu di lu carritteri” o ancora “Passa u ricuttaru”. Questi brani che in taluni casi sono antichi vengono in gran parte interpretati da Gian Campione, cantautore agrigentino del ’46 che ha portato la musica popolare siciliana in tutto il mondo.

Usata per condividere storie, culti ed emozioni la musica siciliana odierna non smette di essere canto di amore, spesso anche di denuncia, verso persone e soprattutto nei confronti della Sicilia stessa, perché un isolano ha un profondo senso di attaccamento alla terra, viscerale e sentimentale come un canto d’amore sa essere, anche quando non corrisposto.

Quindi a volte il canto può essere di una dolcezza commovente e altre di una violenta passione.

Di questo genere di musica non si può non ricordare la più famosa interprete che è Rosa Balistreri, che appunto diceva in merito al suo modo di fare musica: “Si può fare politica e protestare in mille modi, io canto. Ma non sono una cantante.. sono diversa, diciamo che sono un’attivista che fa comizi con la chitarra”.

Una donna forte, che cantava per sfogare la sua rabbia. Il timbro forte ed originale della voce le consentì in seguito di interpretare le canzoni popolari siciliane con un tono fortemente drammatico esprimendo il senso di povertà e orgoglio della sua terra. Un esempio è la sua meravigliosa “Terra ca nun senti”.

“Rosetta a licatisa” (nome d’arte all’inizio della sua carriera) era anche una donna, e in quanto tale romantica, e forse la sua più famosa canzone è appunto “Cu ti lu dissi”.

Nessun siciliano resta fermo o non mostra emozione davanti alle sonorità che abbiamo raccontato qui sopra, dalla prima all’ultima fanno parte della tradizione, della appartenenza e dell’ancestrale natura di ogni isolano, scorrono nel sangue e aspettano solo una nota che li riporti alla luce facendoli risuonare.

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