Lupulù: Il ballo dei pastori

gruppo folkloristico gergent che balla il lupulùI pastori, in Sicilia, sono stati sempre oggetto di un’innumerevole serie di raffigurazioni simboliche; coinvolti nella maggior parte dei casi come protagonisti di vicende mitologiche e leggendarie.

 

Con Teocrito, poeta della scuola alessandrina (310-250 a.C.), originario di Siracusa, nacque, com’è noto, il genere poetico-bucolico.

 

Nei suoi Idilli, epigrammi e carmi, rappresentò i pastori, i bovari e i mandriani della sua patria, la Sicilia.

In realtà il genere bucolico, vantava un’origine ben più antica, in quanto già il poeta Stesicoro, tre secoli prima, aveva narrato in un canto corale la storia del mitico Dafni.

Questi, pastore siciliano, figlio di Ermes e di una ninfa, nato in un bosco di alloro e allevato dalle Muse, istruito nel suono della zampogna dal dio Pan, si guadagnò coi canti bucolici e con la sua bellezza il cuore delle ninfe e delle altre divinità agresti, ma per non aver tenuto fede all’amore giurato alla ninfa Naide, fu poi accecato dagli dèi.

Non trovando più conforto nel suono e nella poesia, Dafni si uccise gettandosi da una rupe; il padre Ermes lo accolse in cielo e da allora fu venerato come divinità dei pastori.

Lo stesso Polifemo, il più celebre dei Ciclopi, figlio di Poseidone e della ninfa Toosa, appare essere un pastore: egli dimora infatti in una caverna nell’isola dei Ciclopi (la Sicilia), in cui alleva i suoi armenti.

Anche lo stratagemma escogitato da Ulisse per uscire dalla spelonca della quale il ciclope sorveglia l’ingresso, ostruito da un enorme macigno, volge a proprio vantaggio l’attività pastorale di Polifemo: presi, senza far rumore, i più grossi montoni e legatili con vimini, tre per tre, l’eroe fa aggrappare alle lane del ventre di quello di mezzo ciascuno dei suoi compagni e i Greci possono così salvarsi uscendo al mattino nascosti sotto le pance villose degli arieti.

Fu però a partire da Teocrito che si gettarono le basi di un vero e proprio modello poetico, da cui poi si alimenteranno nel corso dei secoli i titoli pastorali nobilitati nelle diverse espressioni d’arte (letteratura, pittura, musica), ad incominciare da Virgilio con le Bucoliche.

L’opera del Siracusano, al di la dell’indubbia valenza letteraria, ci consente di scoprire uno “sguardo etnografico” dell’opera.

 

E così, dai testi poetici ecco riemergere, il livello più arcaico della condizione di vita pastorale siciliana, dunque, il paesaggio naturale delle origini e, assieme ad esso, forme di cultura materiale ed immateriale, incredibilmente e sostanzialmente replicate, da padre in figlio, nei secoli, integre ed eguali a se stesse fino ai giorni nostri.

Un patrimonio culturale di assoluto interesse, dunque, quello pastorale siciliano, che è sia di natura tangibile ma anche di natura intangibile.

Più specificamente, si tratta, di un repertorio oggettuale, funzionale e legato ai bisogni quotidiani della pratica pastorale.

A dare ulteriore credibilità a questa tesi, le tracce di antica memoria rituale e cerimoniale, che è possibile scorgere, più in particolare, nei manufatti lignei (bastoni, collari, cucchiai, etc) e negli aerofoni pastorali (flauti, ance e zampogne).

Questo ricco strumentario, rimanda per affinità stilistiche e performative alle antiche culture del Mediterraneo, a quella cicladica, minoica e micenea, e naturalmente alla “dominante greca”.

Sul tema delle leggende, si può far riferimento alle innumerevoli credenze sulle trovature, o tesori nascosti, oltremodo diffusi nel folklore siciliano, la cui origine e pressoché unicamente pastorale.

Per quanto attiene infine gli eventi rituali, basterà qui menzionare le sacre rappresentazioni legate al tema della Natività, in cui i pastori giocano un ruolo fondamentale, l’annunciazione alle genti della venuta del Salvatore.

Secondo quanto apprendiamo dalla raccolta “Usi e costumi” di Giuseppe Pitrè, l’indumento più semplice, in assoluto, era quello dei pastori, indossato durante la pioggia o in caso di cattivo tempo, quando erano intenti a guardare i greggi.

Ci dice sempre G. Pitrè, che era composto da una giubba “giubbini” e dai calzoni “vrachi” formati con pelli di capra. Di pelle d’animale erano poi rivestiti anche i piedi, da questo dipende il nome delle calzature: scarpe di pilu.

Composte da un pezzo di cuoio ripiegato in punta e fermato da piccole corregge al collo del piede, rimanendo scoperto il dorso.

Questa forma di calzature era molto adoperata sia dai pastori che dai contadini.

Affascinato da questo antico mondo, l’allora presidente Claudio Criscenzo ideò una danza che ritraesse appunto quell’affascinante e remota atmosfera, quanto presente e mai tramontata realtà agreste.

Il “Lupulù” o “Jolla di picurara” è infatti, un’antichissima danza di pecorai, originaria delle campagne, tra Favara e Racalmuto, che grazie alla ricerca e allo studio, egli seppe recuperare e fare propria. Il ballo chiamato anche “ballo dei bastoni”, vuole rappresentare l’ancestrale mondo del territorio agrigentino, legato alle antiche tradizioni agresti e sopravvissuto fino alla metà del ‘900.

Attraverso le svariate figure coreografiche viene raccontata la figura dei pastori e soprattutto la loro forza e possanza fisica.

 

Quando la musica inizia ad assumere il movimento di una tarantella molto lenta, il ballerino/pastore chiama a raccolta gli altri pastori/ballerini, iniziando così ad eseguire insieme al bastone, elemento fondamentale del ballo, una serie di scene che, attraverso le predominante figura del cerchio, raccontano con maestria il “Lupulù”, quale espressione viva e tangibile di un mondo che speriamo non tramonti mai.

 

Questo antico ballo veniva svolto dai pecorai per propiziarsi il volere degli dei, affinché il lavoro fosse redditizio e non troppo faticoso.

Ad un certo punto, il suono del tamburo insieme a quello del friscaletto, della chitarra e della fisarmonica, lasciano spazio al ritmo incessante e martellante del bastone che, prima lentamente e poi sempre più veloce, diventa il vero protagonista sulla scena.

Irrompono l’impeto e il vigore dell’uomo “pastore” che, per ottenere il predominio sull’altro, inizia a litigare, attaccando e difendendosi dal suo omonimo con l’ausilio del bastone.

Inizia così una personale lotta con ciascuno dei pecorai, soltanto alla fine dei duelli, verrà riconosciuto il potere ad uno solo che prenderà così il sopravvento ristabilendo l’ordine generale tra i suoi compagni.

La danza è, se vogliamo, atipica rispetto ad altre della tradizione agrigentina, giacché viene eseguita dai soli ballerini e non dalle donne, che difatti non sono mai presenti sulla scena.

 

Come si evince dal nome del ballo o ancora dall’uso spropositato che se ne fa, elemento predominante è sicuramente il bastone, che viene mostrato con fierezza dai ballerini/pecorai, i quali con mimica grottesca e pesanti movenze lo utilizzano per divertirsi e litigare tra di loro nelle ore di riposo.

Ricordiamo infine che per il pastore, il bastone “u vastuni” era, ed è tutt’ora: compagno, arma di difesa e attrezzo da lavoro.

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La Mandorla: Miti, Leggende, Magia E Folklore

Temple_of_Hera_-_Agrigento_-_Italy_2015

La mandorla è il simbolo della nascita e della resurrezione: infatti essendo il mandorlo il primo albero a sbocciare in primavera simboleggia la rinascita della natura, il suo rinnovarsi dopo la morte invernale.

 

Essa è molto ricca di significati esoterici, è il segreto che si svela rompendo il guscio, che protegge il seme.

 

Essendo nascosta, rappresenta l’essenza spirituale, la saggezza, la sapienza.

Infatti in alcuni riti sacri si prescrive di nutrirsene.

Avendo una forma ovoidale, essa è collegata alla matrice, come simbolo di fecondità e di nascita primordiale dell’universo e, in alcune civiltà, alla Magna Mater (Grande Madre).

Rappresenta un spazio chiuso, protetto, e delimita lo spazio sacro separandolo dallo spazio profano: protettrice che separa il puro, l’originario, dall’impuro. La vescica piscis, che richiama la mandorla, era un simbolo già noto in India, nell’antica Mesopotamia, in Africa e nelle civiltà asiatiche, ma si diffuse ampiamente soprattutto nel contesto cristiano, mediante l’associazione della figura del pesce a Cristo.

Per tutti questi significati simbolici la mandorla è stata collegata a numerosi miti e leggende, ha. diffuso parole sacre, cultura e folclore, che affondano le radici in tempi lontani nell’area geografica a clima mediterraneo in cui la pianta è coltivata.

 

Tempio di Era ad Agrigento
Tempio di Era ad Agrigento / Di © José Luiz Bernardes Ribeiro /, CC BY-SA 4.0

Essa è in relazione con particolari divinità antiche, per esempio, nel mito di Attis, la madre Nana concepisce il dio mettendosi in seno una mandorla; nella mitologia greca, essa è il simbolo di Era; noto è anche il mito di Acamante e Fillide.

La fioritura precoce sul ramo di mandorlo appare come un segnale di rinascita al profeta Geremia, nella Bibbia; nell’Esodo, Dio indica a Mosè di prenderne i fiori a modello per forgiare l’oro con il martello in modo da ottenere l’antico candelabro ebraico (Menorah) a sette bracci.

Il profeta Geremia - Michelangelo, volta della Cappella Sistina
Il profeta Geremia – Michelangelo, volta della Cappella Sistina

Nel testo biblico dell’Ecclesiaste, i fiori di mandorlo sono l’emblema di quanto la vita scorra velocemente fino all’invecchiamento: entro poco più di una settimana mutano di tonalità dal bianco rosato al bianco candido prima di cadere dai rami.

Antichi riti di magia venivano praticati durante il Medioevo, in cui la mandorla era uno degli ingredienti usati per fantomatici filtri d’amore e persino per pozioni afrodisiache; inoltre era frequente ridurla in poltiglia e mescolarla con olii profumati, tanto da essere utilizzata come base per creme da applicare sul corpo di giovani fanciulle in età da marito, ciò perché i fiori di mandorlo sbocciavano nella stagione considerata propizia per i fidanzamenti.

 

Anche nel folklore i fiori di mandorlo sono importanti.

 

Alle tradizioni folcloristiche della Spagna appartiene una leggenda araba secondo la quale il califfo musulmano Abd al-Rahman III fece piantare dei mandorli sulle colline attorno al suo palazzo nel villaggio di Madinat-al-Zahra, vicino Cordova.

Voleva restituire il sorriso all’amata moglie Azahara, che soffriva di nostalgia, alla vista dei fiori bianchi assomiglianti al candido manto di neve della Sierra Nevada, che lei un tempo poteva ammirare dalla propria abitazione a Granada.

 

In Germania vi sono numerose iniziative dirette a promuovere la pianta di mandorlo.

 

Nella regione del Palatinato è famosissima la “Sagra dei Fiori di Mandorlo” (Gimmeldingen Mandelblütenfest), organizzata a ricorrenza annuale dal 1935, tra la metà di marzo e l’inizio di aprile, nel villaggio di Gimmeldingen, dove i visitatori passeggiano lungo un percorso dedicato alle mandorle, gustando biscotti a forma di questo fiore decorato con glassa rosa; vi è pure l’elezione della “Reginetta dei fiori di mandorlo” dell’anno.

 

Nel sud del Marocco viene organizzato ogni anno nel mese di febbraio il “Festival del Fiore di Mandorlo”, in cui musicisti, ballerini e cantastorie allietano per l’occasione il villaggio di Tafraoute, tra le montagne Anti-Atlas, al centro della Valle Ameln, famosa per la produzione di mandorle.

Nel nord dell’India, da prima del XIV secolo, tra marzo e aprile, una folla di persone arrivava a Srinagar da tutta la valle del Kashmir per vedere lo spettacolo del giardino storico “Badamwari” (Alcova di mandorle) con i fiori di mandorlo sbocciati appena scomparso il gelo dell’inverno; per l’occasione venivano anche organizzati spettacoli culturali e festival.

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Grandi Viaggiatori ad Agrigento

Agrigento, terra di estrema bellezza e fonte di grande ispirazione per letterati e artisti, è stata meta, fin dagli albori della sua fondazione, di grandi viaggiatori che sono stati colpiti dal suo suggestivo paesaggio, con i candidi mandorli e i templi del colore del sole, e dalla sua cultura che l’hanno resa per sempre famosa.

Il primo ritratto della Sicilia fu certamente evocato nei poemi del mondo arcaico. Ulisse, nell’Odissea di Omero, scopre l’Isola del Sole oltre Scilla e Cariddi, nel corso del suo navigare inquieto, ed Enea, nell’Eneide di Virgilio, offre visioni classiche quando, costeggiando le terre meridionali dell’isola mediterranea, scorge le alte e imponenti mura di Agrigento.

Ma l’immagine della città più antica e allo stesso tempo più gioiosa, che testimonia la felicità pagana del vivere a quel tempo, la presenta un altro grande viaggiatore famoso, il poeta greco Pindaro, vissuto tra il 518 a.C. e il 438 a. C. circa, quando declama: “Io ti invoco, oh Agrigento, che ami le feste e sei la più bella delle città dei mortali”.

Nel XII secolo il geografo arabo Idrisi, ospite a Palermo della corte del normanno Ruggero II, descrive per il sovrano tutti i luoghi conosciuti della Terra in un trattato.

Egli, pur essendo un viaggiatore smaliziato, si incanta nel vedere Agrigento e non risparmia aggettivi tanto da descriverla così: “Girgenti è molto fiorente ed è da annoverare fra le metropoli più illustri, animata com’è da un continuo andirivieni di gente. Robusta ed alta la rocca, ridente la città che è di ben antica civiltà e di fama universale, Girgenti è una delle più imponenti fortezze e paese tra i più eccellenti. La gente vi accorre da ogni parte, qui si raccolgono le navi”.

Nel suo lungo soggiorno, Idrisi coglie la febbrile attività dello scalo marittimo, che nel 1776 venne rilevata da Jean Marie Roland de la Platière e successivamente da un altro viaggiatore, Johann Heinrich Bartels.

Ma altro grande viaggiatore ad Agrigento fu lo scrittore, poeta e drammaturgo tedesco Johann Wolfgang Goethe, che, a Girgenti nel mese di Aprile del 1787, ci trasmette le emozioni profonde da lui vissute in quel frangente e così ne parla: “Una primavera splendida come quella che ci ha sorriso stamane al levar del sole certo non ci è stata mai concessa nella nostra vita mortale.

Dalle nostre finestre abbiamo contemplato in lungo e in largo il lieve declivio della città antica tutto rivestito di orti e di vigneti sotto la cui verzura non si supporrebbe nemmeno la traccia dei quartieri urbani”.

Qualche giorno dopo Goethe raggiunge la Valle dei Templi in compagnia del suo compagno di viaggio, il pittore paesaggista Christoph Heinrich Kniep, ed ha il primo incontro con le rovine del tempio di Giunone, con il tempio della Concordia, che gli sembra saldo e imponente, con il tempio di Giove, di Ercole e di Esculapio; si sofferma anche ad osservare la tomba di Terone di età romana.

Minuziosamente il grande tedesco ispeziona tutti i monumenti della Valle sommersi nel verde della primavera siciliana.

Ne fa quindi uno schizzo per il suo reportage grafico, in supporto alle pagine del suo “Viaggio in Italia”.

Tra i maestri dell’arte pittorica che nel Settecento hanno lasciato, a seguito dei loro viaggi, emozionanti testimonianze grafiche della Sicilia vi è il francese Jean Pierre Louis Laurent Houel, che soggiornò nell’isola per quattro anni e che si definì pomposamente “pittore del re”.

Egli illustra l’ambiente che ritrae così c’è sempre nei suoi dipinti, accanto alle rovine dei templi, l’elemento umano.

Ritraendo il tempio della Concordia nella sua sublime solennità, Houel non trascura di animare la scena ritraendo un pastore con il suo cane, alcuni uomini di campagna accanto ai loro cavalli e perfino un mendicante che si affaccia tra le colonne.

Così, più tardi, il raffinato viaggiatore francese Dominique Vivant Denon, facendosi accompagnare da una folta schiera di pittori, si sente quasi intimidito davanti ai resti del tempio di Zeus che gli sembra sia stato costruito per sfidare gli dei e spaventare gli uomini anziché per la gloria degli uni e l’ammirazione degli altri.

L’esaltazione dei templi è un tratto comune a molti viaggiatori; così, infatti, scrive a metà dell’Ottocento lo storico tedesco Ferdinando Gregorovius: “Oltrepassata la collina di Minerva, si raggiunge quella fila di templi che stanno sul confine meridionale delle mura della città.

La loro vista sullo sfondo del mare, quando il sole adente illumina le loro pietre gialle e fa sfavillare le colonne potenti, è ancora oggi incantevole e fa pensare quanto stupenda doveva essere nell’antichità”.

Ancora nell’Ottocento, anche Guy de Maupassant raggiunge Girgenti nella primavera del 1885 e si incanta alla vista dell’antica Agrigento che, posta sulla costa sud della Sicilia, offre il più stupendo insieme di templi che sia dato di contemplare.

Gli sembrano eretti nell’aria, in mezzo a un paesaggio magnifico e considera la città come una terra divina in quanto vi si trovano le ultime dimore degli dei.

Per tutti questi grandi viaggiatori, dunque, Agrigento fu città magnifica e di grande fascino.

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Storia della Sagra del Mandorlo in Fiore: Terza Puntata

Dopo la seconda guerra mondiale riprende il cammino della Sagra del Mandorlo in Fiore ad Agrigento.

Racconta Ermogene La Foreste che in quegli anni del dopoguerra: “È un pullulare di tentativi per dare più forza a quello che ne rappresenta il nucleo centrale: il folclore.”

Vengono inserite gare di ogni tipo (ciclistiche, podistiche, automobilistiche) ed i primi raduni del veicolo più popolare del dopoguerra, la Vespa. Conclusione al Tempio della Concordia con un grande spettacolo dei complessi folcloristici della provincia.

Numero di rigore, che rende spesso incandescenti i rapporti, l’elezione della Miss Primavera: di solito la più bella fanciulla del gruppo che già ha impersonato, vestita di bianco e con un diadema di fiori di mandorlo, la nuova Proserpina. Riconoscimento ufficiale della sua ’’grazia”, una fascia di seta. Corollario, frequente, di questa ’’passerella” sui carri allegorici (cominciano a comparire allora) le nozze della neo-miss”.

La quinta edizione della Sagra (la prima del dopoguerra) si svolge il 21 e il 22 febbraio del 1948 su iniziativa dell’Ente Provinciale per il Turismo. Il concorso dei carri allegorici, la rassegna dei gruppi folkloristici, la sfilata dei gruppi corali ed orchestrali sono ancora gli ingredienti fondamentali del cartellone.

Per applaudire i gruppi partecipanti, il pubblico assiepa il teatro comunale che intanto ha preso il nome di “Luigi Pirandello”. C’è spazio anche per lo sport con una seguita gara podistica. Spettacolo conclusivo al tempio della Concordia con almeno ventimila presenze.

Nell’edizione del 1949 all’EPT si affiancano l’Azienda comunale Turismo e l’Enal nell’organizzazione della manifestazione che si tiene il 19 e il 20 febbraio.

I gruppi presenti provengono ancora dalle varie provincie dell’Isola. Non si registrano particolari novità: i due appuntamenti più seguiti rimangono la sfilata domenicale per le vie cittadine e lo spettacolo al tempio della Concordia.

Si segnalano due eventi collaterali: la mostra del libro e il concorso “balcone fiorito”.

Ma c’è anche per la prima volta l’elezione di Miss Primavera-Agrigento.

La più bella quell’anno è una studentessa di Palma di Montechiaro.

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Storia del Mandorlo in Fiore: Seconda Puntata

sagra del mandorlo in fiore 1940 agrigento

Dopo il battesimo del 1937 e il significativo successo ottenuto, la Sagra del Mandorlo in Fiore di Agrigento continuerà il suo cammino fino al 1940, a causa della seconda guerra mondiale, per poi interrompersi e riprendere solo nel 1948 con la quinta edizione.

sagra del mandorlo in fiore 1940Dalla seconda alla quarta edizione (1938-1940) la Sagra viene gestita dagli organismi locali fascisti, in particolare dal dopolavoro.

Dopo la fine della guerra, con la caduta del fascismo, saranno invece nuove organizzazioni locali a continuare l’esperienza.

Per la seconda edizione del 1938, viene scelto a presiedere il programma della manifestazione Francesco Sinatra, professore ed intellettuale particolarmente stimato in città.

La manifestazione si tiene nella Valle il 15 febbraio del 1938 e vede la partecipazione di gruppi folcloristici in costume oltre che della provincia di Agrigento anche di Catania, Messina, Palermo.

Continua ad essere un momento centrale molto atteso quello della sfilata dei carri siciliani.

Nel 1939 la sagra viene iscritta nel calendario regionale delle celebrazioni della primavera siciliana. Questa terza edizione si svolge nella domenica del 26 febbraio ed è curata dall’Ente Provinciale del Turismo con la collaborazione del Dopolavoro.

Si registra un considerevole aumento di carovane di automobilisti provenienti da molti comuni della Sicilia. Quell’anno sfilano insieme ai carri allegorici anche autocarri artisticamente addobbati.

La manifestazione si svolge nella spianata del tempio della Concordia e viene ripresa per la prima volta dalle telecamere di Film Luce.

Su uno degli autocarri partecipanti viene posto un gigantesco tempio di Castore e Polluce il legno che fa molto effetto.

I gruppi in costume che partecipano diventano una dozzina.

Il programma della manifestazione prevede anche l’elezione di Miss Primavera e anche la prima giornata dell’auto nella Valle dei Templi, organizzata dall’automobile Club.

La domenica dell’11 febbraio 1940 si svolge la quarta edizione che sarà l’ultima del periodo fascista.

Oltre che nella Valle dei Templi, la Sagra del Mandorlo in Fiore quell’anno comprende alcune iniziative che hanno come palcoscenico il viale della Vittoria e il giardino dove si trova il Monumento ai Caduti.

I negozianti partecipano al concorso per la migliore vetrina, che doveva esaltare la celebrazione della primavera agrigentini.

Carri siciliani e autocarri addobbati fanno ormai parte della festa, ma insieme al loro viene organizzato un corteo con complessi musicali che da Piazza Municipio arrivano in piazza Cavour, dove viene allestito un palco per l’esibizione.

Tra il pubblico spiccano un centinaio di universitari fascisti dell’Università di Palermo con le divise della GUF, la gioventù universitaria fascista.

Nel pomeriggio ci fu il raduno al tempio di Giove con i gruppi dei canterini e danzerini della provincia.

Le cronache del tempo dicono che lo spettacolo viene seguito da almeno 20.000 persone.

Sconti di viaggio per l’occasione sono stati assicurati dalle Ferrovie.

A conclusione di quella giornata si svolge una fiaccolata da piazza Vittorio Emanuele a piazza municipio a cui prendono parte tutti i gruppi folcloristici. Il Giornale di Sicilia il 13 febbraio 1940 dedicò a quella edizione della sagra un ampio articolo corredato da belle foto.

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Musica popolare e Folclore in Sicilia

Dal 4 al 12 Marzo 2017 ad Agrigento si terrà la 72° edizione del “Mandorlo in Fiore”.

Agli ideatori di questo evento va il plauso dell’intera comunità scientifico-culturale internazionale.

 

Probabilmente è la manifestazione folcloristica tra le più significative del patrimonio culturale immateriale promosse in Europa.

 

Per “patrimonio culturale immateriale” s’intendono le pratiche, rappresentazioni, espressioni, sapere e capacità, come pure gli strumenti, artefatti, oggetti, e spazi culturali associati, che le comunità, i gruppi e, in alcuni casi anche i singoli individui, riconoscono come parte integrante del loro patrimonio culturale.

Ciò che rileva, in particolare, non è la singola manifestazione culturale in sé, ma il sapere e la conoscenza che vengono trasmessi di generazione in generazione e ricreati dalle comunità ed i gruppi in risposta al loro ambiente, all’interazione con la natura e alla loro storia.

Il patrimonio immateriale garantisce un senso di identità e continuità ed incoraggia il rispetto per la diversità culturale, la creatività umana, lo sviluppo sostenibile, oltre ché il rispetto reciproco tra le comunità stesse ed i soggetti coinvolti.

Nel 1984 l’UNESCO ha lanciato un programma sul patrimonio culturale immateriale. Dopo qualche anno, nel 1989, la Conferenza Generale dell’UNESCO ha adottato la raccomandazione sulla tutela della cultura tradizionale ed il folclore.

Nel 2003 l’UNESCO ha redatto un documento ove si riconosce l’importanza della trasmissione orale ai fini della continuità del patrimonio culturale immateriale, così come la pluralità globale delle forme tradizionali di espressione culturale.

Il Patrimonio Immateriale, come indicato all’art. 2 della relativa Convenzione del 2003, è individuabile in 5 settori:

  • tradizioni ed espressioni orali, incluso il linguaggio in quanto veicolo del patrimonio culturale immateriale
  • arti dello spettacolo
  • consuetudini sociali, riti ed eventi festivi
  • saperi e pratiche sulla natura e l’universo
  • artigianato tradizionale

La Sicilia è probabilmente la Regione italiana che più si è spesa per evitare di disperdere il proprio patrimonio culturale immateriale.

Sin dai primi anni del XIX secolo diversi intellettuali siciliani hanno cercato di recuperare e di classificare racconti, poesie, filastrocche, fiabe, musiche, danze e balli, canti e inni, usanze religiose e quant’altro avesse attinenza con la cultura popolare.

Tra questi studiosi vorrei citare una delle opere letterarie del medico palermitano Giuseppe Pitré (1841 – 1916).

Nel 1870 esce a Palermo il libro di Pitré “Canti popolari siciliani”.

Un’opera di grandissimo valore storico. Un esempio che aprì la strada all’etnomusicologia”. Ramo della musicologia nato alla fine del XIX° secolo.

Oggetto di studio dell’etnomusicologia è l’insieme delle tradizioni musicali che non rientrano nella musica colta e che comprendono invece tutte le espressioni musicali legate a gruppi etnici o sociali, tramandate principalmente per via orale (patrimonio culturale immateriale).
Lo scrittore palermitano Pitré introdusse così la sua opera:

“ … Ecco una raccolta di poco meno che mille canti popolari siciliani quasi tutti inediti, da aggiungere ai milletrecento di Lionardo Vigo e ai settecentocinquanta di Salvatore Salomone-Marino. Essi son comunissimi in tutta Sicilia, sebbene raccolti altri nelle provincie di Messina e Siracusa, altri in quella di Girgenti, e la maggior parte nella provincia di Palermo. … “.

In tutto furono classificati circa tremila brani.

Ma chi era Giuseppe Pitré?

Fu il primo intellettuale italiano che diede origine allo studio sistematico, su base scientifica, del folclore italiano.

Dopo aver dato alle stampe “Canti popolari siciliani”  realizzò nel 1894 un’opera editoriale di grandissimo valore filologico: la «Bibliografia delle tradizioni popolari italiane».

Fondò e diresse ininterrottamente dal 1880 al 1906 la “Rivista Archivio per lo studio delle tradizioni popolari».

Quest’uomo fu davvero un esempio di straordinaria vivacità intellettuale.

L’11 aprile del 1916 il Presidente del Senato del Regno Giuseppe Manfredi lo ricordò durante una seduta ufficiale dell’assemblea. In occasione della commemorazione il Ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti Vittorio Emanuele Orlando espresse un nobile pensiero che ivi riporto: “…Ebbene, quest’uomo seppe da solo creare questo immane corpus degli usi, delle tradizioni, delle costumanze siciliane, che, attraverso la fiaba, la leggenda, il motto ci ricollegano ai grandi padri Arii e ci fanno rinvenire negli umili strati della scienza e della sapienza popolare quegli elementi etnici primigeni, che apparivano svaniti e distrutti nelle millenarie vicende de’ tempi ma che, invece, vivono ancora con giovinezza perenne e immortale. …”. (qui il link alla sua pagina su senato.it)

La Sicilia è quindi una terra ricchissima di cultura e di tradizioni.

Ma per certi versi la cultura, la musica ed il folclore di questa splendida isola posta al centro del Mediterraneo, altro non è che il risultato di un connubio tra diverse civiltà che si andarono a innestare nel tempo sul territorio.

Le dominazioni che si succedettero nei secoli lasciarono, infatti, ricchezze consistenti: opere letterarie, opere teatrali, strumenti musicali, inni, canti, balli.

La musica, la danza ed il canto popolare di quest’isola affondano le proprie radici nelle tradizioni elleniche, arabe e bizantine.

Dal tardo medioevo a seguire si succederanno nei secoli regnanti svevi, francesi, spagnoli ed i borboni.

Cercare di tracciare le origini del folclore siciliano sarebbe del tutto inutile.

Verosimilmente si può invece affermare che la tradizione orale e manuale sia riuscita a trasmettere alle generazioni che si succedettero nel tempo melodie, canti e balli i quali, tramandati da villaggio a villaggio, da paese a paese hanno assunto persino aspetti differenti, dando così vita a numerose varianti.

Gli strumenti tipici della musica popolare siciliana sono lo scacciapensieri (in metallo, simile ad un ferro di cavallo) che è chiamato, a seconda della zona, pure mariolu, marranzanu o ngannalaruni, il azzarinu (uno strumento a percussione), il friscalettu o zufolo (flauto a becco), il tammurinu (grande tamburello), la ciarabedda o ciaramella (zampogne ad ancia doppia o semplice), la fisarmonica, il mandolino e la chitarra.

La danza popolare è un’espressione autentica della cultura di un popolo, di un territorio, di una tradizione. La musica, i passi e persino le coreografie sono intrecci di profondi significati culturali.

Danza e canto rappresentavano la tradizione e non esisteva una danza o un canto senza l’accompagnamento di uno strumento.

Di solito si ballava in occasione di un particolare evento e ciò serviva come momento di condivisione e di aggregazione collettiva. Le danze tradizionali appartengono al loro popolo e sono legate a momenti di vita particolare di una specifica comunità.

Tra le danze e i balli che maggiormente si fanno risalire alla tradizione siciliana ricordiamo:

  • Ballo della cordella
    La rappresentazione del ballo della cordella avviene durante i matrimoni o nel mese di maggio, ciò evidenzia un chiaro richiamo alla fertilità della terra. Dodici coppie di ballerini (simboleggianti i mesi dell’anno) ballano intorno ad un palo sormontato da spighe di grano reggendo dei nastri di vari colori, che vengono intrecciati a simboleggiare le stagioni o le costellazioni che ruotano attorno al sole, autore della fecondità agreste e della vita. La danza è omaggio augurale ai giovani sposi affinché la loro unione sia feconda di prole, benessere e gioia.
  • Ballu “a chiovu”
    Il ballu “a chiovu” rappresentava una tipica tarantella siciliana eseguita durante il periodo della mietitura. Dopo la fine della giornata lavorativa, i contadini si riunivano sull’aia ed eseguivano, accompagnati da strumenti tipici, questo ballo. Il nome si deve al fatto che, durante i passi, i piedi battono sempre i tacchi nello stesso punto; difatti vengono fatti dei salti con le gambe aperte che, nel poggiare a terra, si incrociano. Solitamente si balla in due e, alla donna, l’uomo fa spesso scherzi, mosse e riverenze; ci si avvicina e, passando da un punto ad un altro, ci si danno le mani.
  • Controdanza
    Le invasioni francesi nell’isola (già a partire dalla fine del 1200) diffusero una particolare danza definita appunto controdanza. Tipica del periodo carnevalesco ma anche delle feste paesane e soprattutto di quelli nuziali è una danza comandata dove chi vi partecipa esegue gli “ordini” di chi la comanda (solitamente definito caposala). Può essere quindi considerata un vero e proprio ballo di gruppo.
  • Danza di pecorai
    Ballo a coppie in cui l’uomo si pone a gambe incrociate di fianco alla donna; dopo essersi inginocchiato davanti a lei poggia a terra un ginocchio. La donna, nel frattempo, fa dei piccoli movimenti con le anche, mettendo le mani ai fianchi; l’uomo fa finta di volerla abbracciare, le manda dei baci e gioca con le sue braccia. Viene definito un ballo “riposato”.
  • Diavulecchiu
    Si trattava di un girotondo realizzato da uomini e donne a braccetto, tipico del periodo carnevalesco. La danza era accompagnata dagli strumenti tipici della musica siciliana ed era soprattutto utilizzata da pescatori e contadini che, attraverso essa, ringraziavano o auspicavano un buon raccolto e una buona pesca.
  • Fasola della Tubbiana
    Durante il periodo di carnevale la danza più diffusa ma nello stesso tempo più allegra e attraente era la fasola della tubbiana, ovvero una tarantella accompagnata dal canto “Carnascialata dei Pulcinelli”. Mentre le donne danzavano la fasola, gli uomini la accompagnavano con il canto. È una danza antichissima, ballata nei cortili e maggiormente utilizzata proprio nel periodo carnevalesco. Una variante era la fasola, ballata sempre allo stesso modo ma tipica del periodo della mietitura proprio per ringraziare il Signore per il buon raccolto avuto nella stagione.
  • Jolla o Lupulù
    Simile alla danza “u nozzu” ma chiamata così perché eseguita solo dai pecorai. Alla fine del proprio lavoro, durante le feste di paese, i pecorai improvvisavano questo antico ballo.
  • Lanzet
    Anche questa danza richiama il mondo dei pastori, si dice risalga ai primi anni del 1800. Diffusa in particolare in alcune zone della provincia di Messina, veniva ballata dai pastori quando partivano per la transumanza. Durante la migrazione delle greggi i pastori (quindi era ballata solo da uomini), improvvisavano questo antico ballo.
  • Matroccola
    La danza, tipica dell’agrigentino, viene eseguita grazie all’accompagnamento di uno strumento a percussione chiamato crotalo. Si ispira alla festa di San Calogero; i portatori di vara con grandi fazzoletti legati alla testa dimostrano, tramite tale danza, la loro devozione al santo. Ciò è un esempio di come il sacro e il profano molte volte si intrecciano.
  • Quatrigghia
    Danza diffusa su tutto il territorio nazionale; così come la controdanza anch’essa richiama la tradizione francese, in modo particolare le danze contadine. È un ballo di gruppo in cui ci si mette solitamente in due file, una di fronte all’altra, si può anche avere, però, una disposizione a quadrato. È composta da delle fasi chiamate figurazioni; la coppia che si trova in testa rappresenta tali figurazioni che vengono riproposte da tutte le altre coppie che seguono. La danza è molto diffusa in particolare nella provincia di Trapani.
  • Scotis
    Danza di origine austriaca e risalente all’epoca della presenza degli Austriaci in Sicilia (1720 – 1735). Il ballo, appartenente alla famiglia del polke figurato, viene eseguito solitamente a coppie ma può essere anche ballato in tre (l’uomo sta al centro e tiene, grazie a dei fazzoletti, due donne ai lati). Le varianti dello scotis sono molteplici.
  • Siciliana
    Antica danza di pastori, rappresenta una forma musicale spesso inserita all’interno di ampie composizioni musicali già partire dal periodo barocco. In ritmo 6 o 12 ottavi rievoca atmosfere agresti e/o pastorali. Si tratta, come detto, di una danza lenta che è stata inserita all’interno delle composizioni di alcuni tra i più grandi musicisti della storia della musica (Mozart, Haydn, Bach e altri).
  • Tarantella
    Una tra le danze più conosciute e caratteristiche di tutta l’Italia meridionale è la tarantella. Questa danza popolare, riferita alla cultura araba, secondo alcuni prende il nome dalla città di Taranto; altri, invece, credono che derivi dalla tarantola, ovvero dal ragno dal cui morso si guarirebbe solo attraverso questo ballo. Difatti, i suoi movimenti quasi indiavolati causano una notevole sudorazione e ciò aiuterebbe ad eliminare il veleno dell’insetto. Si dice che esistano diverse forme di tarantella: alcuni identificano questa danza con la tammoriata anche se sono evidenti le differenze sia nel ritmo ma soprattutto rispetto al numero di coloro che la eseguono: la tarantella può essere ballata anche da una sola persona invece la tammorriata viene danzata a coppie. Nella pizzica tarantata, tipica del Salento, ad essere pizzicate erano soprattutto le donne che, durante il tormento del veleno, potevano permettersi di tutto, anche mimare amplessi in pubblico fino a quando San Paolo, il protettore delle tarantate non concedeva la grazia.
  • Tataratà
    Danza ancora praticata a Casteltermini (AG) il cui nome si riferisce al suono ritmato del tamburo. Tale ballo richiama diverse interpretazioni: c’è chi sostiene che sia da riferirsi ad una danza propiziatoria per la fertilità della terra, altri al periodo della dominazione islamica (Arabi) nell’isola ed infine una terza teoria che fa riferimento agli Spatolatori di Lino. Di certo, al di là della propria origine vi è un riferimento al ritrovamento di una croce paleocristiana, prima ancora della fondazione di Casteltermini, risalente al 12 dopo Cristo. Il Tataratà viene rappresentata nel mese di maggio e vede i danzatori indossare in testa una corona di fiori; ogni danza si trasforma in una lotta armata che riconduce allo scontro tra il bene e il male, tra la vita e la morte.
  • “U nozzu”
    La danza chiamata “u nozzu” è un ballo di corteggiamento. Gli uomini, per fare la corte alle loro donne cantavano un canto tipico chiamato “u toccu”. Il canto veniva effettuato da un gruppo di uomini davanti a dei boccali di birra o a dei bicchieri di vino; essi nel frattempo, giocando a carte, improvvisavano questa danza. Tale danza può essere definita un misto tra il valzer e la tarantella siciliana.
  • “U Roggiu”
    Danza molto simile a quella “a chiovu”; difatti si svolgeva anch’essa sull’aia e richiamava una forma particolare di tarantella. La differenza, rispetto all’altra, riguardava il periodo: u roggiu veniva danzata durante il periodo della vendemmia.

 

Tra i tanti illustri studiosi e musicisti che diedero vanto alle tradizioni culturali popolari di questa terra, infine, vorrei esprimere un plauso a Francesco Paolo Frontini, Lionardo Vigo Calanna e Salomone Marino Salvatore.

“ … Tra gli artisti dell’Isola voi siete, se non il solo, uno dei pochissimi che comprendono la bellezza e la grazia delle melodie del popolo … “

Con questa frase significativa Giuseppe Pitré scrive il 1 gennaio del 1894 a Francesco Paolo Frontini (Catania 1860-1939) in occasione dell’uscita del suo libro Eco della Sicilia – Cinquanta canti popolari siciliani editi da Ricordi.

Frontini fu davvero un musicista straordinario. Studiò armonia e composizione presso il Conservatorio Musicale di Stato a Palermo. Compose varie opere, composizioni cameristiche, messe, canti religiosi e sinfonie. In Eco della Sicilia si trovano alcune delle canzoni tra le più significative della tradizione siciliana:

  • La Rosa
  • Canzuna di li Carriteri (Canzone dei Carrettieri)
  • La Ficu (Il Fico)
  • Prupunimentu (Proponimento)
  • L’Amanti cunfìssuri (Lo Amante confessore)
  • Serenata
  • La Figghia di lu massaru (La Figliola del massaio)
  • La Niespula (La Nespola)
  • Canzonetta villereccia (Mi votu e mi rivotu)
  • Lu pri li fimmini (Io per le donne)
  • Lu Labbru (Il Labbro). Trascrizione di F. Paolo Frontini
  • Guarda chi sugnu pàllitu! (Guarda come son pallido)
  • Alla Fontana (Canto con Coro)
  • Lu ‘nguì, lu ‘nguì, lu ‘nguà
  • Pri tia diliru e spasimu (Per te deliro e spasimo)
  • Sacciu ca sugnu lària (So che non son vezzosa)
  • A Nici! (A Nice!) Trascrizione di F. Paolo Frontini
  • Canzonettina
  • Ciccina e Don Cocò (Cecchina e Don Nicolò)
  • Canto del carcerato
  • Palummedda (Colombella). Trascrizione di F. Paolo Frontini.
  • Ciuri, ciuri  (Fiorellini). Ritornello popolare
  • La Vucca (La Bocca). Trascrizione di F. Paolo Frontini
  • Cianciu, Nici (Piango, Nice).
  • C è’na vecchia (C’è una vecchia)
  • Mi lassasti in abbannunu (Mi lasciasti in abbandono)
  • Giustizia
  • Cori, curuzza (Cantilena popolare)
  • Nici, ricordati (Nice, ricordati)
  • Canto de’ Contadini Etnei (ad una o due voci)
  • Amuri, amuri! (Amore, amore). Cantilena dei Mulattieri
  • Serenata
  • La fidiltà di li fimmini! (Fedeltà de le donne!) Musica di S. Pappalardo
  • Canzonetta popolare nella vendemmia
  • O svinturati giuvini (O sventurati giovani)
  • Mi mancanu li termini (A me mancano i termini)
  • Sunnu li fimmini (Sono le femmine)
  • Celu, comu mi lassi! (Cielo, come mi lasci!) Trascrizione di F. Paolo Frontini
  • Passioni (Passione). Trascrizione di F. Paolo Frontini
  • Lu Labbru (Il Labbro). Musica di G. Pacini
  • Sti silenzii, sta virdura (I silenzi, la verzura). Musica di B. Geraci.
  • Avvirtimentu (Avvertimento). Canzonetta. Musica di Martino Frontini
  • O Rosa virgini… (O Rosa vergine…)
  • Notturno
  • Lu Scarparu (Il Calzolaio). Canzonetta messinese.
  • Mi pozzu maritari (Mi posso maritar)
  • Lu Ritrattu (Il Ritratto)
  • Tùppiti, tìppiti e tappiti
  • Malatu p’amuri (Malato per amore)
  • Trilla e trilla (Ritornello popolare) Nuova Canzone catanese

Tra le più belle canzoni d’amore del repertorio popolare siciliano merita un posto d’onore “Mi votu e mi rivotu”.

La canzone si trova nella “Raccolta  amplissima di canti siciliani” che Lionardo Vigo Calanna marchese di Gallodoro (Acireale 1799 –1879) fece pubblicare nel 1870.

Altro studioso da segnalare fu Salomone Marino Salvatore medico e folclorista (Borgetto, Palermo, 1847 – 1916). Diede alla stampa successivamente un’altra opera di rilevante importanza entomusicologica: “Canti popolari siciliani in aggiunta a quelli di Vigo”.

Grandi interpreti della musica folcloristica siciliana della seconda metà del ‘900, sono stati Rosa Balistreri, Orazio Strano, Ciccio Busacca e Gian Campione ai quali vanno affiancati esponenti più recenti come Matilde Politi, Alfio Antico, Etta Scollo, Rita Botto, Franco Trincale. Dell’area agrigentina vorrei citare almeno qualche nome: Serenella Bianchini, Toni Cucchiara, Angelo Daddelli, i Dioscuri, Pippo Flora, Giovanni Moscato, Salvatore Nocera.

Vorrei concludere questo piccolo saggio con la frase che Francesco Paolo Frontini lasciò in eredità ai suoi conterranei:

«Bisogna far conoscere interamente la vera, la grande anima della nostra terra. La responsabilità maggiore di questa missione dobbiamo sentirla noi musicisti perché soltanto nella musica e nel canto noi siciliani sappiamo stemperare il nostro vero sentimento. Ricordatelo». F.P. Frontini.

Febbraio 2017. Nereo Luigi Dani

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Sagra del Mandorlo in Fiore: gli Albori

La Sagra del Mandorlo in Fiore fa parte della vita di tre generazioni di agrigentini. Sono però ormai pochi coloro che l’hanno vista nascere e dunque non molti ne conoscono le origini.

canterini d'akragas agrigento prima edizione della sagra
Una foto raffigurante i canterini d’Akragas alla prima edizione della Sagra del Mandorlo in Fiore

La prima edizione si svolse ad Agrigento proprio ottanta anni fa, la domenica del 14 febbraio del 1937. Annunciata dalle pagine del Giornale di Sicilia del 12 febbraio e raccontata in un articolo del 16 febbraio, corredato da una foto del tempio di Giunone e da un maestoso mandorlo fiorito.

Bisogna però andare ad una giornata d’inverno di tre anni prima, cioè del 1934 per andare agli albori della Sagra.

In una saletta dell’Hotel des Temples, attorno ad un caffè, alcuni gentiluomini cominciarono a sognare di festeggiare la precoce primavera agrigentina con una manifestazione folkloristica.

Uno dei protagonisti di quella giornata racconterà agli amici i particolari di un incontro storico.

Così anche noi oggi possiamo immaginare di vedere il Conte Alfonso Gaetani, trentenne aristocratico di Naro e l’ambasciatore di Francia a Roma, conte Charles de Chambrun discutere delle bellezze della Valle dei Templi e possiamo immaginare che appena dopo quella conversazione cominciò balenare nella mente del conte agrigentino l’idea di allestire un appuntamento gioioso, una festa per celebrare la fioritura dei mandorli nella Valle del Paradiso, sotto la Fulgentissima Naro.

Presto quell’idea cominciò a camminare da sola e camminò da Naro verso Agrigento, verso la splendida Valle dei Templi dove già a gennaio fioriscono spesso i primi mandorli. E così nacque la Sagra del Mandorlo in Fiore.

La prima giornata della manifestazione, il 14 febbraio, fu funestata dalla pioggia, così si dovette rinunciare allo spettacolo previsto nella spianata del tempio di Giove e i canterini D’Akragas e quelli Etnei si esibirono sul palco del teatro municipale, il Regina Margherita.

Nei primi posti c’erano le autorità fasciste della provincia e i loro invitati.

canterini d'akragas prima edizione sagra mandorlo fiore
I Canterini d’Akragas nel 1937.

I canterini D’akragas si esibirono cantando e danzando canti e nenie quali “Canta Agrigento”, “O rinninedda”, “Jamuninni a Santulì”, “A la funtana”, “Tammuriniata a San Calò”, “Rapsodia siciliana”. Tutte esaltavano la bellezza della terra agrigentina, la religiosità popolare, le migliori tradizioni dell’anima siciliana.
Insieme ai canti folkloristici vennero inevitabilmente intonati i canti del regime più conosciuti, come Giovinezza, Giovinezza.

La mattina invece poté regolarmente tenersi la sfilata dei carretti siciliani, arrivati da ogni provincia, con partenza da Piazza Municipio sino ai Templi.

Due ali di folla seguirono per tutto il tragitto i carri, su alcuni dei quali suonavano e cantavano ragazze e ragazzi con i costumi popolari della Sicilia antica, riprodotti fedelmente già allora sulla scorta di testimonianze storiche o secondo le tradizioni locali.

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Alle origini del viale della vittoria

passeggiata cavour agrigento

Il Viale della Vittoria, o meglio la Passeggiata, come gli Agrigentini familiarmente da sempre chiamano l’unico viale alberato della città, compie un secolo e mezzo.

Il taglio della Rupe Atenea e i riempimenti eseguiti per realizzarlo impegnarono per alcuni anni innanzitutto il sedicesimo reggimento fanteria borbonico di Girgenti a partire dal 1849, dopo che si erano spenti i moti rivoluzionari e grande era la fame di lavoro nel capoluogo.

I lavori erano diretti dall’aiutante di campo di quel reggimento, Diego Sartorio.

Venne innalzato anche il muro che tuttora limita la strada sottostante e nello stesso tempo si procedette alla realizzazione delle opere necessarie per ricavare l’emiciclo che oggi denominiamo Piazza Cavour, perché pochi anni dopo la morte dell’insigne statista vi venne posto un suo marmoreo mezzo busto, che però negli anni Cinquanta è stato tolto poiché i ragazzi, fionda alla mano, prendevano di mira soprattutto il naso.

Lo storico Giuseppe Picone in una guida di Girgenti del 1882 descrive la Passeggiata come “un delizioso terrazzo, cinto da un lato da una ringhiera di ferro, e dall’altro da due lunghe fila di alberi, nel quale si gode il grande spettacolo dei nostri campi, limitati dalla zona del mare, ed ove la folla accorre alle sere estive ad allietarsi delle armonie musicali, che s’intonano in un grande emiciclo “.

Difatti già al tempo dei Borboni le bande militari eseguivano spettacoli almeno una volta la settimana e il pubblico poteva prendere posto anche nei numerosi sedili di marmo posti ai lati della piazza.

Qualche anno dopo, poco più innanzi, rispetto all’emiciclo Cavour, il Viale si arricchiva di una villetta pubblica. Venne costruito infatti il Parco delle Rimembranze, da qualche decennio ribattezzato Villa Bonfiglio.

Qui il 24 giugno 1923, dinanzi a diecimila persone e alla presenza di Sua Altezza Reale Filiberto di Savoia e del ministro dell’Istruzione Giovanni Gentile, venne inaugurato il monumento di Mario Rutelli che ricorda i 500 agrigentini caduti nella prima guerra mondiale.

Quattro anni dopo apriva i battenti nel Passeggio Cavour, come intanto si cominciò a chiamare il Viale, il Grand Hotel et Agrigentum, oggi sede dell’Intendenza di Finanza, che ebbe tra i suoi illustri ospiti Re Gustavo di Svezia, i Florio e tanta nobiltà siciliana.

Disponeva di ben 120 posti letto e dalla sua terrazza si poteva godere della vista della splendida Valle agrigentina e del mare.

Erano gli anni in cui il Viale era frequentato soprattutto da molti compassati signori con l’ombrello grigio da sole, paglietta dura e giacca di alpagà, il bastoncino da passeggio o le mani dietro la schiena e un furtivo sguardo verso le signorine che passeggiavano.

Al tramonto spesso vi sciamavano “i parrineddri”, cioè i seminaristi, che qui venivano a fare la loro passeggiata accompagnati dagli assistenti e talvolta erano soggetti ai lazzi che impertinenti ragazzi in borghese organizzavano ai loro danni.

La domenica si potevano vedere invece in fila le orfanelle del boccone del povero che speravano nella carità di qualche dama per gustare almeno in quel giorno di festa un cono o una pasta.

Per molti giovani c’era invece il bigliardo del Caffè della Vittoria, che costituiva quasi una sorta di quartiere generale dove si trascorrevano pomeriggi interi parlando della squadra di calcio, dei professori terribili, delle avventure d’amore iniziate magari con un incontro al viale e conclusasi talvolta con qualche “fuitina”.

 

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